23 gennaio 2008

 

Udeur

Udeur
Udeur? Non sarà un nome di partito? Ma cosa significa? Ha un suono abbastanza sinistro anche se il gruppo sta a destra; come partito è al centro e sostiene il centro sinistra. Non è facile da capire. A parte il ruolo cuscinetto voleva essere l'ago della coalizione che spostandosi tiene o fa crollare tutto e di fatto c’è riuscito.

Con precisione mensile qualcuno dei tre o quattro gatti che lo compongono finisce sotto osservazione della giustizia e sempre per questioni da poco: raggiri, concussione, appalti, nomine, preferenze, tessere fantasiose insomma robetta. Sono in pochi, spesso vuoti e tutti incastrati uno nell’altro, ma molto attivi nel prendere quel che non gli spetta: né per quantità di voti né per peso politico.

Quanto poi all'elaborazione di un pensiero originale l'Udeur lo sviluppa ascoltando gli amici degli amici degli amici, ma molto più spesso solo i parenti stretti. Danno migliori garanzie e sono fedeli fino a crollo finale.
Gerardo Monizza

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21 gennaio 2008

 

Colli e Palazzi

Colli e Palazzi
Vaticano e Quirinale sono il nome di due colli romani e di due palazzi: luoghi del potere ecclesiastico e repubblicano. Il Vaticano è quello che appare: sedimentazione secolare di strutture religiose, amministrative e curiali cui il turismo di massa ha dato una spinta economica e di frequentazione. L'immagine del Vaticano - nel suo complesso di edifici e chiesa - è impressa in miliardi di teste; è un segno indelebile dal quale è difficile staccarsi. Il Vaticano è il risultato di un'alchimia religiosa e misterica che ha trovato nella sfacciataggine dell'arte l'esplosione utile per raggiungere i popoli, le masse, i media.

Cos'è il Quirinale? La stessa cosa, ma abbandonata dai papi, presa dai Savoia ambiziosi e tenuta dalla Repubblica che non aveva di meglio. Non è un brutto palazzo, ma è pesante e sfarzoso come si addice al gusto burocratico. Quel che resta di meglio e di bello sono gli avanzi dei precedenti inquilini. La presenza dei papi (fu dimora dei pontefici romani) è tuttora percepibile. Tuttavia, anche dopo 60anni di occupazione repubblicana ci si poteva sbizzarrire in qualcosa di più laico, civile.

La presidenza della Repubblica è immersa in cappelle paoline, arazzi che celebrano le gesta del papa re, dipinti allegorici che fanno il parallelo tra mitologia classica e religione cristiana. Tutto tranne che - tanto per dire - il lavoro, la fatica, l'economia e - sempre per chiacchierare - la Resistenza o la Vittoria della Repubblica sulla Monarchia.

Che cosa c'entra questa incursione turistica con le faccende che assillano l'Italia di questi giorni (combattuta tra Chiesa e Stato)? È solo per dedurre che tutti i salamelecchi repubblicani nei confronti della chiesa romana si possono già rilevare nell'incapacità di creare una propria immagine forte e laica anche sacrificando un poco di storia da tappezzeria per lasciare spazio al presente e al futuro. Questione d’immagine e di realità.
Gerardo Monizza

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19 gennaio 2008

 

Più Orbi

Più Orbi
Se esiste un divino e celeste ufficio marketing: tanto di cappello. Perché nella faccenda papa-sapienza non si poteva agire meglio e con più efficacia; dietro (o prima di tutto ciò) si nota un disegno intelligente. L'aver fatto Magnifico Rettore quel Guarini; avergli mandato un Angelo ispiratore (Tu concepirai una pirlata); suggerirgli la strategia (L'anima mia è magnifica e tutti esulteranno all'invito); far muovere in ritardo 67 (numero del diavolo) docenti scienziati; stendere un velo di nebbiosa confusione sui fatti reali (prima piaga d'Italia); avvisare Ferrara (il sogno di Giuliano l‘Apostata) e riuscire a tener paginate su giornali e tv non è un disegno intelligente?

Chiamare in piazza chi ci va tutte le domeniche è dunque parte del progetto di dio? Probabile che Ruini lo creda. Anche il Vicario?

Siccome la consueta trasmissione televisiva dell’Angelus in diretta pare non sia sufficiente, un solerte e inventivo assessore di Milano ha predisposto il maxischermo per portare la finestra dell'Urbe ancora più Orbi, sempre più vicina alla gente devota. Gente che non vuol vedere e capire la montatura inutile e dannosa che è stata fatta di una scemenza inopportuna.
Ma fino a quando durerà questa penitenza?
Gerardo Monizza

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18 gennaio 2008

 

Bandiera Gialla

Bandiera gialla
Osservando la faccenda papa-sapienza sotto la lente delle tecniche di comunicazione si ha la netta sensazione che in questo benedetto paese la maggior parte dei cittadini parli – come si diceva una volta – perché ha la lingua in bocca. Che poi questa sia collegata al cervello è condizione ancora tutta da verificare. Inoltre, siccome la cosiddetta gente non è scema si può ipotizzare che sia in malafede. È il bel risultato di un sistema di comunicazione che non si basa né sui fatti e neppure sulla ricerca (troppo faticosa?) delle prove.

Sono così scattate reazione indignate, preoccupate, sofferte, stizzate, schizzate, nervose e angosciate da parte di tutti e sono state messe in dubbio la libertà e la democrazia. Ora: che il papa possa parlare dove e quando vuole si è detto e ripetuto e che egli abbia 365 occasioni l’anno per farlo (e lo fa!) si sa ma si fa finta di non sapere. Che l’occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico non fosse il momento opportuno non ha importanza per la gran parte dei reazionari ovvero di tutti quelli che hanno reagito violentemente contro il sacrosanto diritto di critica (dei professori della Sapienza) e di sberleffo (degli studenti).

Così si son mossi pensatori, giornalisti e politici. Quasi cade il governo. Ruini chiama a raccolta cattolici e turisti affinché facciano, domenica, quel che fanno ogni giorno dell’anno: riempire la piazza di San Pietro a Roma per esprimere la solidarietà (consueta) al papa (il quale si presenterà imbavagliato alla finestra come i vecchi radicali ancora liberi al tempo della tv in bianco e nero?). Alla reazione mancavano i medici e ci hanno pensato al Valduce di Como, clinica efficientissima coi soldi pubblici, ma gestita dalla suore. Per dire la loro si son messi “qualcosa di giallo”: chi una cravatta, chi un fazzolettino, chi un foularino. Le suore non si sa…

Ci mancava pure questa sbandierata (il giallo è il colore del papa) per trasformare una cosa da nulla in una sciocca carnevalata, ma i tempi sono questi ed ora ci aspettiamo la reazione degli altri ordini professionali ovviamente con simboli appropriati al loro mestiere.
Gerardo Monizza

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16 gennaio 2008

 

Inopportuna

Inopportuna
“Inopportuna” è stata definita la visita del papa alla Sapienza. La parola è stata scelta dal Vaticano, non dai professori critici o dagli studenti in subbuglio. Inopportuna è tuttavia un trucchetto lessicale per confondere le acque della questione; così la colpa sembra ritornare indietro a chi, opportunamente, ha espresso il diritto di critica ovvero quello di non voler ascoltare una predica del professor Ratzinger proprio nel giorno di apertura dell'anno accademico. Ci potevano essere altri momenti più opportuni, appunto.

Che Ratzinger sia prof emerito e vescovo di Roma di fatto e papa conta poco. I riti - come ci insegna la chiesa - si celebrano secondo la consuetudine che non prevede altri protagonisti che il rettore e il senato accademico, ospiti a parte.

Tutta questa faccenda è il bel risultato di una sconfortante superficialità delle parti in causa che ha trascinato Italia e mondo in un istantaneo dibattito sulla democrazia, sulla libertà della chiesa (oppressa? Ma in quale film) sulla libertà di parola, sulla Costituzione e il Concordato. Mancano solo Noè e l'arca e il circo è completo.

Se la gerarchia ecclesiastica rispettasse gli ambiti sociali e culturali che le sono propri e la smettesse di invadere spazi impropri (per conquistare pagine e passaggi mediatici?) anche ai laici verrebbe più voglia di ascoltare. Di Benedetto XVI, dopo aver letto le due encicliche, i discorsi settimanali, parecchi interventi di varia natura e qualche libro anche il più curioso dei laici non si entusiasma (chiedetelo ai preti che non li leggono). Per arrivare al dialogo efficace bisogna almeno superare l’ambito ristretto dell’autoriferimento culturale che, troppo spesso porta anche alla noia.
Gerardo Monizza

Il discorso che Benedetto XVI avrebbe letto alla Sapienza.

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15 gennaio 2008

 

Chiesa del silenzio?

Chiesa del silenzio
Era la chiesa del silenzio quella dell'Est del dopoguerra. La chiesa della guerra fredda, la chiesa condannata all'emarginazione. Abituata ai piani nobili per finire in soffitta e non era condizione gradevole. Era anche una chiesa perseguitata dal finto ateismo comunista che usava dio come un soprammobile ingombrante spostandolo per sostituirlo con la dottrina del partito. Ridotta al silenzio e martoriata dalle persecuzioni dei regimi la chiesa era quasi scomparsa.

Non così nel resto dell'Europa, men che meno in Spagna, mai fu condannata al silenzio in Italia.

Era una chiesa sempre ciarliera, vociante, dirompente che ha sempre avuto voce in capitolo (governi e parlamenti), microfoni di dio, zecchini d'oro, finestre aperte sui mondi mediatici e titoli in apertura di telegiornali. Questa chiesa oggi si dice "censurata".

Al giusto fastidio laico - che l'apertura di un anno accademico della Sapienza fosse affidata ad un papa - la reazione è stata di fastidio diplomatico e di offesa per lesa maestà. Le università possono ospitare pontefici e attori ed è un loro diritto, ma né pontefici né attori devono essere incaricati di tenere il discorso d'apertura. Se diamo senso ai simboli sarebbe come se il papa affidasse a Dario Fo la predica di Capodanno. A ciascuno il suo posto e liberissimo di occuparlo come meglio crede, dicendo quel che sa o che gli pare. Un papa alla Sapienza ci vada quando vuole, ma non ad indicare la linea di condotta. Per questa non gli bastano pulpiti numerosissimi e finestre aperte tutto l’anno?
Gerardo Monizza

Ps. Le proteste di docenti, intellettuali, studenti, giornalisti, cittadini e anche (non moltissimi) cattolici hanno provocato la rinuncia del papa alla visita in università. Subito si sono scatenati i politici che – in coro – hanno parlato di intolleranza, antidemocrazia, debolezza culturale, paura. Il rettore dell'università, Renato Guarini, parla di "una sconfitta per la libertà di espressione e per il mondo laico" ed esprime rammarico perché è mancata un'occasione importante, "quella di ascoltare la voce di uno studioso di grande fama conoscitore dei problemi della scienza e dell'etica". Tutto qui?


 

Il Pifferaio magico

Il pifferaio magico
Il papa gira le spalle al popolo. In sé non sarebbe una notizia: eppure lo è e persino importante. Non per i teodem, gli atei devoti, i cristiani tradizionalisti, i nostalgici delle liturgie antiche; questi tali sono animati da sincera fede. Lo è per tutti quelli che pensano e praticano la separazione tra stato e chiesa, tra fede e ragione, tra realtà e fantasia…

Il papa gira le spalle al pubblico e non durante l’angelus (dove sta ben davanti alla finestra ovvero alle telecamere); non nell’aula Nervi dove si mostra come una star del pop ogni mercoledì faccia a faccia con diecimila turistici fedeli; non quando fende le ali di popolo che lo soffocano da destra e da sinistra… gira le spalle nel luogo simbolo del potere ecclesiastico e dell’immagine cattolica: la Cappella Sistina.

Tolto il trabiccolo provvisorio messo sul presbiterio subito dopo il Concilio Vaticano II e rimasto saldo al pavimento per quarant’anni non restava che riutilizzare il vecchio e restaurato altare sotto il Giudizio universale di Michelangelo. Simbolo sotto simbolo e gesto che diventa altrettanto simbolo potente.

Girare le spalle al popolo non è ovviamente una scortesia bensì un’indicazione molto politica: il papa porta il popolo verso dio, indica la strada, corregge la rotta, segna il cammino più giusto. Questo fa papa e il vescovo e il prete. Non dialoga col popolo, non fa l’intermediario, non è mediatore ma guida: vera, unica, sicura, garantita, consacrata, unta. Per sempre: secondo l’ordine di Melchisedec

Valutare il gesto come un semplice ritorno alla tradizione è riduttivo della potenza di ogni liturgia cattolica che – invece – si esprime per segni precisi e ragionati. Non è dunque un ritorno alla tradizione, ma una auto riconferma del ruolo che il papa e il clero hanno nei confronti della comunità: dei credenti, innanzitutto, e di tutti gli altri, e con l’improvvisazione e scarso senso della misura che stanno caratterizzando questo pontificato. Ratisbona, le due encicliche, la bacchettata ai sindaco di Roma non sono che avvertimenti conditi con l’accerchiamento delle gerarchie ai membri del Parlamento italiano, ai politici opportunisti e ai cittadini incapaci di pensare in modo differente da quello del loro parroco. Il papa alla Sapienza non sarà altro che un’altra scena di questa partitura scritta per flauto magico. Purtroppo, dietro le note non corrono topi, ma poveri polli.
Gerardo Monizza

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11 gennaio 2008

 
Dal pulpito
Il papa (eletto da dio...) incontra il sindaco di Roma (eletto dal popolo) e non perde l'occasione per una bella predica. Così, tra doni e abbracci, il papa denuncia "il gravissimo degrado di Roma". Richiama persino la necessità di un'opera "costante e concreta che garantisca la sicurezza dei cittadini e una vita onesta e dignitosa per gli immigrati". Come dire: un colpo al cerchio e uno alla botte.

Tuttavia, il vero colpo di teatro il papa l'ha lasciato alla fine: le pubbliche amministrazioni – dice - non devono assecondare attacchi insistenti e minacciosi contro la famiglia. Il copione delle prediche ultimamente è trito e ritrito e il papa dovrebbe smetterla di ripetersi continuamente come un vecchio senza più controlli. Anche solo per cortesia.

L'apporto pastorale e poi culturale e anche sociale della chiesa cattolica sta francamente superando i limiti della decenza, del buon gusto e dei criteri imposti dalle leggi internazionali. Nessun capo di stato altrettanto estero si permetterebbe di indirizzare e condizionare l'opera di un sindaco italiano. Ma dove siamo? In Italia, appunto, dove l'esternazione pretesca è quotidiana e persino richiesta nell'ambito politico dove la fantasia è poca e lo spirito di conservazione altissimo.

Che fa il sindaco di Roma dopo aver ascoltato la papale predica? Sciorina dati coi quali vorrebbe convincere - il pollo - che la situazione è sotto controllo, che il miglioramento è in atto, che si è fatto il possibile e anche di più.

Invece avrebbe dovuto reagire uscendo irritato dalla sala lasciando papa e delegazioni con le braccia sospese e il respiro bloccato. Questo sì è un bel colpo di teatro che gli avrebbe procurato (a lui e al suo Pd) una valanga di consensi, di attenzioni e di voti. Avrebbe dovuto lasciare l'aula sbuffando un "ma mi faccia il piacere..." e invece è rimasto a giustificarsi che, nel gergo diplomatico, corrisponde al tradizionale, consueto, servile bacio della pantofola. Ma che pena.
Gerardo Monizza

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10 gennaio 2008

 

Rifiuti ma con stile

Rifiuti ma con stile
“Emergenza” la chiamano i giornali e dovrebbero titolare “Merda ovunque”, ma si sa che siam persone fini e certe parole non si devono usare. Meglio lasciarle per strada. Intanto, mentre il livello sale, dai marciapiedi ai piani nobili delle case, finalmente qualcuno s’interroga: di chi la colpa? Certamente di qualcun altro.

Io” pratico la separazione in casa del molle e del duro, dell’asciutto e del bagnato, del food e del non food, del viola e del nero, della carta dal cartone e le pile le metto negli appositi contenitori, così come i medicinali scaduti, i vetri bevuti, le plastiche usate, le latte martoriate. “Io” sono un ecologista nato che usa il buonsenso prima ancora delle regole scritte e che disprezza lo spreco abusato, il consumismo sfrenato, la dilapidazione del creato.

Io” sono un cittadino moderno che conosce l’equilibrio necessario tra l’essere e il consumare e che non usa altro che lo stretto necessario per vivere, lavorare, divertirsi e abitare. Non ci vuole poi molto per capire quel che bisogna fare: basta solo un poco di più di quel che serve e appena un attimo in là di quel che possiamo permetterci. Solo un poco. Non è questione di sprechi, ma di sicurezza, di sopravvivenza, anche di stile.

Siamo in tre ma prendiamo quattro panini, solo un mezz’etto di pasta in più (se ne resta c’è sempre il cane), se il vino avanza meglio buttarlo subito (tanto poi diventa aceto), abbiamo una casa in città e una in montagna (ma è piccola), riscaldiamo tutto anche se viviamo in poco spazio (in casa non sto mai fermo), riempio la vasca perché devo rilassarmi (quante volte?), vado in auto solo quando serve (però è difficile prendere i mezzi pubblici). Non posso certo tenermi tutti gli imballi di tutti i computers, stampanti, televisori al plasma, Cd DVD iPod, telefonini, spremicarote, macchine per il caffè, né le casse degli agrumi, delle mele, delle verdure, né i sacchetti di plastica. Dopo averne conservati mille piegati a puntino (secondo il metodo giapponese degli origami) bisogna pur liberarsene. Per strada, naturalmente. La casa ormai è piena e – insomma - bisogna pur vivere.
Gerardo Monizza

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09 gennaio 2008

 

Pio Pio

Pio?
Quando diventeremo un popolo adulto capace di moderare paure, irrazionalità, manifestazioni di fede paradossali? Difficile prevederlo fin tanto che milioni di adulti resteranno affascinati dalla figura di padre Pio, subito beato ed ora santo che ancora in vita era una star della moderna religione da rotocalco popolare.

Non importa considerare quella esigua parte di chiesa cattolica che rifiuta il feticismo, l’esaltazione e persino l’idolatria, ma contano i sette milioni che ogni anno vanno a San Giovanni Rotondo a sfiorare a pregare a baciare l'urna che di padre Pio conserva la salma. Credenti e increduli son tutti ferventi amanti di quel discusso e discutibile uomo che fu Pio da Pietralcina. Oggi, in questo paese, ciascuno può fare, pregare e chiedere grazie a chicchessia, ma è lecito anche mettere in dubbio se non la buonafede almeno il buonsenso di chi si dedica corpo e cuore al fanatismo religioso.

Inoltre (ma è più che altro una nota estetica) già milioni di orrende statue in bronzo di padre Pio accolgono a braccia aperte davanti e dentro ospedali, chiese, istituti religiosi, giardini semipubblici e persino in alcune zolle verdi delle case private (lentamente sostituiranno i nanetti?).

Per continuare l’opera mediatica tra breve, a quarant'anni dalla morte, si esumerà la salma del santo a scopo ricognizione (ma a che serve?) e per mostrarla alle masse di devoti che giungeranno ancora più numerosi, bramosi, frenetici, esaltati. Alberghi pieni, offerte in crescita, credibilità in ribasso. Ma che importa: è come a Disneyland. Quel che conta è contare: visitatori, pullman, posti letto, pranzi e cene, forse miracoli incredibili. E la fede e la verità? Non si trovano certo a San Giovanni Rotondo; si potrebbe - magari - cercarle in Vaticano, ai piani alti. Chissà.
Gerardo Monizza

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08 gennaio 2008

 

Atei e Devoti

Atei e Devoti
Forse non esiste paese al mondo in cui possano convivere parti opposte. L’ultima lite tra bianchi e neri, tra guelfi e ghibellini, tra milanisti e interisti si è trasformata in una diatriba tra credenti e non credenti. Il terreno è quello dell’aborto sul quale si combatte una specie di guerra di religione. Come tutte le guerre non ha senso.

Con tutti i problemi che l’Italia ha sul tappeto (non ultimo quello dei rifiuti a Napoli o dell’amianto a Como) la capacità di spostare l’attenzione altrove è sempre altissima. Ecco dunque l’aborto che ricompare per l’ennesima volta sulla scena spinto fuori da quel furbastro di Giuliano Ferrara capace di vendere la propria madre pur d’apparire. Convertito al berlusconismo più pragmatico (dimentichiamo che la proprietà de Il Foglio è della signora Veronica Lario in Berlusconi?) appena vede che lo smalto del Cavaliere si sta appannando gli regala un evento mediatico. Sono piccole attenzioni che fanno piacere.

In quanto non credente il Ferrara ha tutto il sacrosanto diritto di sguazzare dentro i temi etici ridacchiando sotto i baffi per vedere di lontano l’effetto che fa. Propone una moratoria per l’aborto sicuro di coinvolgere nell’inutile discussione quel drappello di atei devoti cui subito s’aggiunge quella massa di devoti atei di cui son piene le chiese. E non è un gioco di parole.

Pur di far grancassa si elevano subito a paladini della vita anche quegli ignoti parlamentari e giornalisti che altro non aspettano che la frenata, il ritorno, la reazione. Attivisti atei (nel senso vero di senza dio) e devoti perché sono abituati ad essere più che osservati magari sottomessi). Piace loro stare sotto le direttive papali, cardinalizie, vescovili insomma pretesche ed a mestare nel torbido solo per confondere le acque, già incerte, in cui sta navigando il nuovo PD.

Perso il potere - per via democristiana - chiesa e devoti stanno recuperando giorno dopo giorno lo spazio vitale per mantenere in vita tutta la struttura e la sovrastruttura clericale (scuole, chiese, seminari, missioni, Vaticano, eccetera) che un malnato laicismo rischia di far sparire definitivamente. Sparire? In Italia? Figuriamoci!
Gerardo Monizza

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07 gennaio 2008

 
Rappresentanti
Questa è la democrazia: si eleggono degli uomini qualunque che, per decidere il futuro della nazione, si ritrovano a pranzo, che discutono dei massimi sistemi (sociali, politici ed economici) fumandosi un buon sigaro e – si presume – anche sparando qualche cazzata. Perché no? Siamo (sono) o no siamo (sono) uomini di mondo?

Basta guardare le impietose immagini lanciate con perfidia dai giornali per accorgersi che se pensavamo (come cittadini) di aver toccato il fondo... c’è ancora di peggio.

Bossi detto l’Umberto e il Bignasca Giuliano, capi assoluti delle Leghe lombardo ticinesi, si son ritrovati ovviamente al ristorante per discutere di Malpensa, Alptransit, frontalierato, economia interno-estera e politica delle rispettive nazioni (non si sa se quelle padano celtiche o italiane elvetiche). I due tipi non si presentano bene; non stanno neanche troppo bene: uno di cuore, l’altro di faccia. Bisogna pur dirlo: la politica italiana e frontaliera in particolare è in mano (si dice: l’ago della bilancia?) ad un individuo veramente provato nel fisico, incapace di realizzare un discorso compiuto (almeno in pubblico) che da quel di Gemonio fa il parlamentare europeo, il segretario di partito, l’ideologo della protesta e l’agitatore di masse. Non si capisce quasi niente di quello che dice e – forse proprio per questo – è molto ascoltato. Essergli amico, vicino, sodale, confidente è un onore che porta sempre qualche vantaggio (di poltrona e poltroncina). Egli, che sempre ne criticò la prassi (quella della seduta costante e vantaggiosa a titolo personale) la pratica con fervore e passione.

Quell’altro, il Bignasca, non fa che urlare. In Ticino lo tengono perché sono sinceramente democratici ed educati. Alla Tsi, quando compare, non gli lasciano molto spazio perché hanno della comunicazione un concetto che è anche eleganza e stile. Cose che al Bignasca fanno difetto.

I due, dunque, si son ritrovati per riprendere le fila di un discorso continuamente interrotto e, visto che l’incapacità gestionale nei cieli, rischia di mandare a puttane l’intero sistema dei trasporti aerei italiani, metteranno mano ad una società che farà volare gli aerei e forse anche i tavoli. In quanto alle poltrone, quelle, resteranno lì belle ferme e con sopra i pesanti sederi dei leghisti che hanno occupato posti di responsabilità: in Malpensa e altrove. In fondo che rivuole per risolvere le questioni? Basta un po’ di fumo.
Gerardo Monizza

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06 gennaio 2008

 

In Riparazione

In Riparazione
Davvero tempestiva l’iniziativa lanciata dal prefetto della Congregazione per il Clero Claudio Hummes il quale chiede a tutti i cattolici di “riparare davanti a Dio quello che di grave è stato fatto da un numero minimo di preti”. Il cardinale invita dunque i vescovi a promuovere localmente l’adorazione perpetua (dell’eucarestia); una preghiera mondiale "per la riparazione delle mancanze dei sacerdoti e in particolare per le vittime della condotta sessuale”. Ma ribadisce – giustamente – “di una esigua parte del clero".

Ammette inoltre che di problemi, legati alla sfera sessuale, “ce ne sono sempre stati perché siamo tutti peccatori. Però in questo tempo sono stati segnalati fatti veramente molto gravi”. Finalmente!

La risposta della gerarchia della chiesa cattolica ad un fenomeno certamente ridotto numericamente, ma non ridottissimo e del quale hanno memoria numerosi ragazzi e ragazze, che sono stati vittime di abusi sessuali quando non anche di violenze, è una risposta tardiva e poco efficace. Che poi si chiami l’intera comunità dei laici a pregare per la salvezza delle anime dei (pochi) preti pederasti, pedofili, porcelli e in malafede che hanno usato della loro posizione religiosa, sociale e culturale per corrompere e violentare minorenni d’ambo i sessi è una cosa sgradevole e impura.

Trasformando il pessimo comportamento di pochi in una preghiera generale è come voler allargare la responsabilità con l’effetto di non assumersi direttamente quelle responsabilità giuridiche e morali che ogni vescovo avrebbe dovuto assumersi nell’immediato, in relazione coi fatti. Perché, proprio per le caratteristiche della comunità dei preti, tali fatti non sono quasi mai ignoti né ai confratelli, né alle gerarchie locali.

Solitamente con la strategia di spostare da un incarico all’altro si è cercato di distrarre sia il comportamento del soggetto che l’interesse delle comunità dei fedeli.

Certo, ci sono ottimi e santi preti e in gran numero, ma sarebbe ora che così tanta brava gente si assumesse le proprie responsabilità di cittadino e non solo di quelle relative al proprio incarico. L’omertà e la copertura non devono confondersi con la confessione e la pietà.
Gerardo Monizza

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05 gennaio 2008

 
Fantasie
I dati sono chiari: prima dell’approvazione della legge sull’Interruzione Volontaria della Gravidanza si stimavano dai 350 ai 500mila aborti clandestini l’anno. Poi vi fu l’approvazione: nel 1978 e, nel 1981, la vittoria del NO al Referendum abrogativo. Le supposizioni divennero numeri certi: 234mila in quel primo anno per arrivare, nel 2005 a 132mila. Dunque la richiesta di aborto cala. Per fortuna e non per progetto.

La legge è inapplicata proprio nella parte di educazione e prevenzione ed oggi, con tempismo perfetto, si cerca di “migliorarla”. La disquisizione sul tema è ovviamente di tipo teologico nel cui campo ci sguazzano alcune menti raffinate capaci di spaccare il capello in quattro riportando argomentazioni degne d’un concilio antico. Cardinali, vescovi, parroci, giornalisti devoti, atei in confusione, politici alla ribalta sono i primi a riprendere la parola là dove l’avevano lasciata trent’anni fa.

È ancora il cosiddetto tempo della vita, di quando effettivamente la materia diventa “carne”, dell’anima che s’infila nel corpo e della volontà di dio che tengono piene le pagine dei giornali e non della qualità della vita, dell’autodeterminazione femminile, dell’educazione alla prevenzione, alla contraccezione. Scienziati di chiara fama e medici di profonda esperienza non riescono a scalfire l’arrogante corazza di preconcetti culturali che protegge tutti coloro che predicano invece di ragionare da cittadini e non da preti. Si può essere in disaccordo con la pratica dell’aborto, ma non si deve invocare solamente la parola del papa come voce determinante nella questione (esempio: “Dalla parte della vita è Dio che ama la vita e la dona con larghezza” e ancora “e che in essa vede l’impronta della propria immagine e somiglianza” citate da Elio Sgreccia, monsignore, presidente della Pontificia Accademia per la Vita; parole che significano poco anche per un credente).

Con il dovuto rispetto ci piacerebbe finalmente vedere un papa affacciarsi alla finestra dei sacri palazzi vaticani e dire francamente che né lui né la chiesa hanno alcuna competenza specifica in materia; che le sacre scritture non dicono molto e che tutto è – come si dice – il frutto della tradizione. Dunque tutto molto molto umano. E se proprio lo stesso papa volesse fare una buona azione potrebbe anche dire urbi et orbi che, per evitare l’aborto, basterebbe usare la pillola, il preservativo e ogni altro mezzo precauzionale. Ci vuole tanto?
Gerardo Monizza

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04 gennaio 2008

 

Moratoria

Moratoria
Sulla questione dell’aborto si sono scatenati tutti tranne – forse – le dirette interessate, le donne. A parte quelle che hanno una voce in parlamento o sui giornali, le altre, quelle della strada, lasciano che la bufera passi. Ne hanno viste anche di peggio.

Nel chiacchiericcio generale, che tuttavia si ripropone trasversale sia per i fautori della cosiddetta moratoria (ovvero di una sospensione della legge fino a che qualcuno non sia in grado di migliorarla e si sa con quali tempi e umori in Italia) sia per coloro che la ritengono certamente perfettibile, ma che in trent’anni ha dimostrato di ottenere notevoli risultati. Primo tra tutti: la quasi scomparsa degli aborti clandestini e la diminuzione nettissima di quelli legali.

Perché cambiare la legge, allora?

Per l’incapacità tutta italiana di migliorare i risultati ottenuti senza cancellare tutto. Inoltre, proprio la “contestata” la legge 194 ha rilevato dei limiti. Che non sono della legge, ma che sono nella legge e cioè: prevenzione ed educazione sessuale. Così stabilisce la 194 dal 1978, anno di approvazione. Da allora niente è stato fatto anche (ma non soprattutto) perché la gerarchia religiosa cattolica s’è sempre adoperata per frenare qualsiasi tipo di prevenzione che portasse, di seguito, ad una vera educazione sessuale (siamo ancora alla proibizione “morale” della pillola). Il resto della colpa è da attribuirsi alla tiepidezza dei governi che hanno lasciato sole le poche associazioni che con impegno e abnegazione hanno cercato di gettare le basi di una educazione sessuale anche extrafamiliare. Si sa che di certi argomenti in famiglia si parla poco o niente anche perché la preparazione è poca e la sensibilità di giovani e genitori, sull’argomento, è troppa.

Va detto che la stampa (più che la sempre troppo democristiana televisione) ha dedicato ampio spazio sia alla contraccezione che all’aborto, ma anche (tra esplosioni di stile modaioli) all’educazione sociale e sessuale. Purtroppo i giovani leggono poco e non guardano la televisione. Come dire: parole al vento.
Gerardo Monizza

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03 gennaio 2008

 
Parlare per niente
L’argomento “aborto” salta fuori dall’elenco delle discussioni imbarazzanti almeno una cinquantina di volte l’anno. Appena si sistema qualche grana bollente (economia, lavoro, sicurezza…) ecco che qualcuno degli addetti ai lavori tira fuori la cartellina rosa con su scritto “aborto”. Non per dire – come ci si aspetterebbe – qualcosa di utile o anche solo d’intelligente, ma solo per parlare. Di solito si tratta di un vescovo (in crisi di visibilità, per la chiesa, s’intende) o di qualche politico (sempre: a titolo personale) o di un giornalista alla ricerca della (sua) notizia sensazionale.

È così che compare il trio Ruini, Bondi, Ferrara. Il clima è quello delle feste, intorno all’albero, seduti al tavolo, strafatti di cibo e chiacchiere, gli italiani non si nascondono “che il problema esiste”. Se poi qualcuno della casa cerca di spiegare al teocon domestico (ma anche all’ateo devoto che mai si perderebbe una messa di mezzanotte) che il numero degli aborti legali è diminuito; che basterebbe una più sincera e chiara politica demografica; che forse la chiesa dovrebbe ritirare il suo dissenso verso la contraccezione; che l’aborto è praticato da donne con minor livello culturale; che a richiederlo in maggioranza sono donne straniere… Insomma: che è un problema di cultura e non di fede, allora, magari, forse la discussione attorno alla tavola imbandita non sarebbe neanche vana.

Invece, a tavola come in chiesa, come al parlamento, come in televisione si blatera di tutto e solo per parlare. Si dice: “rivedere la legge” (ma poi le persone esperte e sensate di destra e di sinistra confermano che non è poi così male); di “aggiornarla” come chiede Ruini alla luce “dei progressi scientifici” o di “difendere la vita e la dignità della persona” come chiede (a titolo personale) Sandro Bondi di FI. Giuliano Ferrara, furbo nell’alimentare il casino, entra in campo chiedendo una moratoria parlamentare. Al trio s’aggiunge quella Binetti, anima davvero molesta e pericolosa, che s’è detta pronta a votare in Parlamento “no all’aborto” perché tanto la beata sta sempre dalla parte della coscienza, la sua.

Al popolo italiano, ovvero agli altri 60milioni di individui che cercano di sbarcare il lunario con serenità, sorge finalmente una domanda: ma certi dannosi quartetti quando si tolgono di mezzo?
Gerardo Monizza

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02 gennaio 2008

 
Prenti serpenti
“Minacciare la famiglia significa minacciare anche la pace”. Detto così e detto dal papa l’effetto è esplosivo. “Ha ragione”, tutti pensano e s’inchinano senza dubbio al bacio della sacra pantofola. Che pensiero, che idea, che profondità! Passato poi l’effetto della benedizione Urbi et orbi e tornati alla normalità dei pensieri anche i più devoti si chiedono che cosa significhi esattamente una tale affermazione se non per ritirare in ballo la “famiglia naturale fondata sul matrimonio tra uomo e donna”. Questo è il punto e non la pace.

Tant’è che avrebbe potuto applicare la – diciamo – metafora a qualsiasi altro nucleo della società, più o meno ampio: il condominio, la scuola, la parrocchia, la fabbrica, l’ufficio, il paese, la città…

Anche Napolitano, il presidente, si fa coinvolgere affermando che il “tema della famiglia è parte della sensibilità del popolo italiano” portando il significato dell’omelia papale esattamente dove l’augusto pontefice voleva: sui rapporti nuovi che la società deve e vuole riconoscere. Altro che pace.

Qualcuno un poco più furbo (o meno diplomatico) ha notato che il papa parla alla (della) famiglia perché s’intenda un’altra volta il suo poco lungimirante pensiero che vorrebbe impedire qualsiasi altra forma di unione religiosa (e sarebbe anche un suo sacrosanto diritto come capo della chiesa cattolica e re del Vaticano) o civile (giurisdizione sulla quale non ha alcun potere reale, neanche come cittadino).

Sta diventando persino imbarazzante questo quotidiano martellamento moralista delle alte gerarchie cattoliche che vogliono sistemare gli affari italiani come se gli italiani non sapessero sistemarseli da soli. I capi religiosi hanno tutto il diritto di intervenire sulle faccende religiose, ma non ne hanno alcuno su quelle morali. Sono due ambiti ben distinti che troppo spesso in Italia si mischiano lasciando credere che nulla sia possibile senza l’approvazione del Vaticano. E in fondo è proprio così.

Una più netta separazione è ora che si compia altrimenti numerosi problemi italiani (e dell’Europa) resteranno eternamente in sospeso in attesa di una santa benedizione.
Gerardo Monizza

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01 gennaio 2008

 

Subsidenza culturale

Un anno da vivere pericolosamente
Quel che succede alla città proprio allo scoccare della mezzanotte è incredibile a vedersi. Nell’attimo di passaggio tra l’anno vecchio e quello nuovo si scatenano gli istinti più belluini e tali comportamenti irrazionali si protraggono per una manciata d’ore, fino all’alba. Il risultato è un centro città devastato, sporcato, violentato, degradato al livello di pattumiera. Invaso da orde brianzole (padane?) che godono a ruttare nell’eco delle piazze, a pisciare sui pinetti (dopo averli strapazzati; sarà un rito celtico?) a vomitare preferibilmente nei pressi dei cestini dei rifiuti (che educati) a sparar petardi a caso: nel vicolo deserto tanto quanto tra le gambe degli altri il centro s’è finalmente concesso alla ramazza degli addetti che, all’alba, si son precipitati a raccattar rifiuti (food e non food) con l’allegria dei monatti nel tempo della peste.

Che delizia. Che divertimento. Ma era necessario?

Bisogna per forza organizzare tutto sto “circo” per gente che ha già fin troppo “pane”? Non sarebbe meglio lasciar perdere per un paio di generazioni fintanto che nel galateo comune torni la parola “misura”? A lamentarsi – del resto – si fa la figura dei brontoloni, dei reazionari, dei conservatori. Ma la città (e i suoi abitanti) non hanno forse il diritto di far sentire la propria voce?

Per quanto riguarda – poi – l’organizzazione del Capodanno andrebbe precisato anche l’apporto dei controlli cosiddetti polizieschi. Occupate in gran parte a tenere a bada il traffico invadente, le forze di polizia, superata la magica mezzanotte, sembrano essersi dileguate. Intanto la bella gioventù col contorno di famigliole, passeggini, nonni appresso e bambini stravolti dalla stanchezza s’avviava a recuperare il mezzo per tornare a casa. Poco importava se, accanto, il solito gruppetto si scolava l’ennesima bottiglia di birra per poi lanciarla in alto e godere allo scoppio dei frantumi.

I bar, sensatamente, hanno incominciato subito dopo le due a chiudere i battenti, ma per i rifornimenti birreschi non mancavano i soliti venditori abusivi (piazza Cavour, portici Plinio, piazza Perretta...). Insomma: tutto sotto controllo come conviene ad un’organizzazione perfetta che, tra Notti bianche e feste improvvisate sta portando la città al suo livello più basso. Sarà subsidenza culturale? Buon anno.
Gerardo Monizza

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