02 gennaio 2008

 
Prenti serpenti
“Minacciare la famiglia significa minacciare anche la pace”. Detto così e detto dal papa l’effetto è esplosivo. “Ha ragione”, tutti pensano e s’inchinano senza dubbio al bacio della sacra pantofola. Che pensiero, che idea, che profondità! Passato poi l’effetto della benedizione Urbi et orbi e tornati alla normalità dei pensieri anche i più devoti si chiedono che cosa significhi esattamente una tale affermazione se non per ritirare in ballo la “famiglia naturale fondata sul matrimonio tra uomo e donna”. Questo è il punto e non la pace.

Tant’è che avrebbe potuto applicare la – diciamo – metafora a qualsiasi altro nucleo della società, più o meno ampio: il condominio, la scuola, la parrocchia, la fabbrica, l’ufficio, il paese, la città…

Anche Napolitano, il presidente, si fa coinvolgere affermando che il “tema della famiglia è parte della sensibilità del popolo italiano” portando il significato dell’omelia papale esattamente dove l’augusto pontefice voleva: sui rapporti nuovi che la società deve e vuole riconoscere. Altro che pace.

Qualcuno un poco più furbo (o meno diplomatico) ha notato che il papa parla alla (della) famiglia perché s’intenda un’altra volta il suo poco lungimirante pensiero che vorrebbe impedire qualsiasi altra forma di unione religiosa (e sarebbe anche un suo sacrosanto diritto come capo della chiesa cattolica e re del Vaticano) o civile (giurisdizione sulla quale non ha alcun potere reale, neanche come cittadino).

Sta diventando persino imbarazzante questo quotidiano martellamento moralista delle alte gerarchie cattoliche che vogliono sistemare gli affari italiani come se gli italiani non sapessero sistemarseli da soli. I capi religiosi hanno tutto il diritto di intervenire sulle faccende religiose, ma non ne hanno alcuno su quelle morali. Sono due ambiti ben distinti che troppo spesso in Italia si mischiano lasciando credere che nulla sia possibile senza l’approvazione del Vaticano. E in fondo è proprio così.

Una più netta separazione è ora che si compia altrimenti numerosi problemi italiani (e dell’Europa) resteranno eternamente in sospeso in attesa di una santa benedizione.
Gerardo Monizza

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