15 gennaio 2008

 

Il Pifferaio magico

Il pifferaio magico
Il papa gira le spalle al popolo. In sé non sarebbe una notizia: eppure lo è e persino importante. Non per i teodem, gli atei devoti, i cristiani tradizionalisti, i nostalgici delle liturgie antiche; questi tali sono animati da sincera fede. Lo è per tutti quelli che pensano e praticano la separazione tra stato e chiesa, tra fede e ragione, tra realtà e fantasia…

Il papa gira le spalle al pubblico e non durante l’angelus (dove sta ben davanti alla finestra ovvero alle telecamere); non nell’aula Nervi dove si mostra come una star del pop ogni mercoledì faccia a faccia con diecimila turistici fedeli; non quando fende le ali di popolo che lo soffocano da destra e da sinistra… gira le spalle nel luogo simbolo del potere ecclesiastico e dell’immagine cattolica: la Cappella Sistina.

Tolto il trabiccolo provvisorio messo sul presbiterio subito dopo il Concilio Vaticano II e rimasto saldo al pavimento per quarant’anni non restava che riutilizzare il vecchio e restaurato altare sotto il Giudizio universale di Michelangelo. Simbolo sotto simbolo e gesto che diventa altrettanto simbolo potente.

Girare le spalle al popolo non è ovviamente una scortesia bensì un’indicazione molto politica: il papa porta il popolo verso dio, indica la strada, corregge la rotta, segna il cammino più giusto. Questo fa papa e il vescovo e il prete. Non dialoga col popolo, non fa l’intermediario, non è mediatore ma guida: vera, unica, sicura, garantita, consacrata, unta. Per sempre: secondo l’ordine di Melchisedec

Valutare il gesto come un semplice ritorno alla tradizione è riduttivo della potenza di ogni liturgia cattolica che – invece – si esprime per segni precisi e ragionati. Non è dunque un ritorno alla tradizione, ma una auto riconferma del ruolo che il papa e il clero hanno nei confronti della comunità: dei credenti, innanzitutto, e di tutti gli altri, e con l’improvvisazione e scarso senso della misura che stanno caratterizzando questo pontificato. Ratisbona, le due encicliche, la bacchettata ai sindaco di Roma non sono che avvertimenti conditi con l’accerchiamento delle gerarchie ai membri del Parlamento italiano, ai politici opportunisti e ai cittadini incapaci di pensare in modo differente da quello del loro parroco. Il papa alla Sapienza non sarà altro che un’altra scena di questa partitura scritta per flauto magico. Purtroppo, dietro le note non corrono topi, ma poveri polli.
Gerardo Monizza

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