31 maggio 2007

 

Analisi

[Per dire che]
Non sopporto le analisi. Detto volgarmente sono una sega, mentale s’intende; detto come si deve sono un inutile apporto di parole alle cause perse. Chi vince (ovvero chi sta bene) non fa analisi, ma subito s’impegna a godere di quel poco o tanto tempo che gli resta. Così anche in politica.

La Destra, con false promesse, con un passato scandito da lavori mal fatti, poco fatti, fatti diversi s’è guadagnata il 60percento dei voti (votati). Alla Sinistra le briciole. Risultato? Facciamo le analisi.
Dopo un’esistenza sperperata a goder di concetti estremi (come chi è il miglior segretario della sezione locale o la guida della grande coalizione nazionale); dopo aver sperperato i risparmi depositati dalle classi (sic) popolari (lavoro, impegno, ideali, sogni, speranze, desideri, entusiasmo…); dopo aver bruciato il credito concesso – alfine! – dalla borghesia (attenzione, denaro, idee, condivisioni…) ecco che la Sinistra perde. Tutto. E allora va in analisi.
Si può immaginare la scena.

La realtà è più semplice: non c’è una vera sinistra. Non si vede intorno (dall’universo globo al paesino) qualcuno o qualcosa che si preoccupi davvero di difendere la laicità dello Stato (e anche del Comune…), di offrire la certezza di un lavoro (faticoso e onesto), di riportare sullo stesso piano dei diritti anche i doveri, di sottolineare le differenze con quella destra becera, bigotta, arrivista, approfittatrice, sperperatrice ed affarista che si traveste da movimento liberista perché viene bene in Tv. Quella destra che cancella dal vocabolario parole come: legalità, socialità, solidarietà e magari inventa concetti come “sussidiarietà” che – chissà perché – sembrano uno stridore già nel suono e che ricordano qualcosa che comprende tutto, ma non serve a niente.

Dunque: tutti in analisi e per scoprire il torbido che sta in ciascuna aggregazione umana sinistrata e finire col dar le colpe solitamente agli assenti. Che liberazione!
Oppure per riesaminare al microscopio voti, votanti, votati e chiudere col dire che se, magari, forse, infatti non fossero tutti quanti/quante dei minchioni (che è gia maschile/femminile) la sinistra avrebbe certo, magari, forse anche vinto. O almeno al ballottaggio.
Invece: con un pizzico d’onestà intellettuale bisognerebbe ammettere che da almeno quindici o vent’anni niente è stato fatto a sinistra per definire una meta condivisa o – almeno – un percorso comune. Con chi?

Qui sta il punto. La Destra è composta da individui singoli che hanno elaborato piani o progetti esclusivamente personali (dal Grande Berlusconi al Micro Evasore) sui quali modellano affari, vita e pensiero (e a condividerli sono ammessi solo gli “amici”); la Sinistra è composta (dovrebbe) da individui dentro una collettività. La consapevolezza di stare all'interno di un mondo in “affitto” (e non di “proprietà”) è (dovrebbe essere) la differenza. I piccoli affaristi, i cacciatori di voti, i falsi profeti, i politici assenteisti, gli amministratori stanchi non sono (non possono) essere di sinistra. Forse non sono neanche di destra. Sono quaqquaraqquà.

Sono solo degli imbonitori, imbroglioni, mezze cartucce che sparano a salve e che occupano posti importanti senza averne né capacità, né attitudine.
Quando la Sinistra se ne libererà forse avrà finalmente ritrovato almeno il punto di partenza. Con una lunga strada davanti e tutta in salita.
Gerardo Monizza


22 maggio 2007

 

Politica-mente

[Quel che non sappiamo]
Si critica tanto la politica e si sbeffeggiano molto i politici arruffoni, praticoni, approssimativi e ladri. C’è molto di vero in tutto ciò, ma la reazione sembra eccessiva e sproporzionata. Gli italiani, dopo aver scoperto che “l’arte del governo” non è una verginella l’hanno buttata velocemente via. Tutta.

Da quindici anni in Italia non si hanno più dei veri partiti bensì associazioni, gruppi, movimenti soprattutto locali, localistici, localini con nomi da piantine e giardinetto o con riferimento al campanile e all’avventura (azione, alleanza, forza…). Ha senso? Nemmeno nel nome tali organizzazione hanno agganci con i partiti “storici” europei e ci si domanda con quali argomenti si trovino – i vari rappresentanti – al Parlamento europeo.
Tutti contenti d’aver abbattuto il Muro di Berlino con il comunismo (gloria di papa Giovanni Paolo II) e poi d’aver cancellato i partiti (merito di Di Pietro) il resto è azione da cortile ovvero: molto starnazzare e poco immaginare.

Cosa pensa il popolo italiano della politica, dell’amministrazione pubblica, del sistema in generale? Solo odio e orrore!
Sono le reazioni più comuni e anche generate da qualche non immotivata ragione. Tuttavia, se la macchina è complessa, non può funzionare senza la totalità degli ingranaggi necessari, ma qualcosa - purtroppo - impone ai cittadini sconfortati di ficcare il cacciavite dentro gli ingranaggi.

C’è una diffusa ostilità – ormai non più celata – verso qualsiasi tipo d’autorità; manca il senso del dovere personale mentre cresce quello dell’invidia. Non è dunque la consapevolezza dei modesti risultati ottenuti dai singoli rappresentati (al Parlamento o in Municipio) ad irritare i cittadini, quanto la degenerazione personalistica (e i privilegi) di coloro che dovrebbero guidare Stato, Regione, Provincia e Comune.

La scalata dal basso sembra (ai moltissimi che stanno fuori dalle liste dei candidati) solo l’inizio di carriere tutte tese al benessere individuale e non al bene comune. È una reazione comprensibile, ma non giustificabile e soprattutto non legittima l’atteggiamento di disinteresse e di distacco dall’elaborazione dei progetti e dei programmi che sembra aver caratterizzato questi ultimi lustri della vita comune italiana.
Il cittadino critica, ma non sa, e quel che è peggio non vuole sapere. Lo studio e l’approfondimento costano impegno e fatica e tempo e discussioni a non finire eppure è necessario rialzare la testa per affrontare con una visione chiara e con coraggio l’enormità e la molteplicità delle politiche sociali, economiche culturali, educative, istituzionali….

Bisogna spegnere la Tv e riguardare le proprie cognizioni; in mancanza? Farsele (o rifarsele) partecipando con altri (anche meglio preparati o solo disponibili al confronto) ad ogni tappa del percorso. Arrivare solo alla fine, criticando, serve a poco. Dunque: ascoltare gli altri, condividere le sensazioni, escludere le scelte che favoriscano esclusivamente i propri interessi personali e – se serve – aggiornare, modificare, migliorare le proprie idee. Dopo si può anche criticare e – al limite – non votare. Così si fa politica.
Gerardo Monizza


18 maggio 2007

 

Berlusconi in scena

La politica del guitto.
Com’è possibile entrare nel discorso berlusconiano? Di ogni teoria, di una tesi, di un progetto o programma si può – con le regole del ragionamento – entrare nel merito. Ma con Silvio Berlusconi, detto il Cavaliere, come si fa?

Silvio Berlusconi non è un politico, ma – come egli non si stanca di ripetere – un imprenditore che fa politica. Non prestato, ma a tempo pieno; in servizio permanente effettivo, in missione perenne.
SB fa politica anche se, per come recita il ruolo che la fortuna gli ha dato, sarebbe più propriamente un interprete della politica, dunque un attore, forse un guitto.
I guitti non sono, come li vorrebbe la consuetudine teatrale, cattivi attori; più correttamente sanno mediare tra il canovaccio e le necessità emozionali della piazza. Così a Como.

Sul palco deputato alla rappresentazione SB ha tenuto la scena per oltre un’ora sciorinando i temi del copione consueto che tutti conoscono a memoria (ma che godono sentirli ripetere).
Azzurro intenso il colore della scena e un fondale con due soli segni, ma giganteschi: Un’immagine del sindaco (in uscita) sorridente e persino accattivante (il che fa presumere che egli segua i “corsi del candidato perfetto”) e il suo cognome, cubitale, in bianco.

SB prendendo subito la scena non la molla; anche quando sparisce per qualche minuto, dopo l’introduzione, tanto per far telefonate. La sua assenza pesa, si sente.
Bruni e Carioni (ma che ci faceva al comizio di un altro candidato?) han dato del loro meglio e non è ironico. La sostanza, infine, è poca: il solito elenco (abbellito) delle cose fatte, quello (dorato) delle promesse, quello degli insulti.
SB non perde l’occasione di denigrare tutti coloro che non fanno parte della sua schiera; tira in ballo i comunisti, le divisioni della sinistra, l’incapacità di vedere il percorso della modernità. Solo Lui, il Sommo, ha saputo risolvere tutto e quel che non si è fatto è per colpa degli altri.

Con il condimento delle solite barzellette sceme, dei discorsi razzisti, del qualunquismo economico (dove la sostanza è solo la sua imprenditorialità) l’immagine che ha dato dello Stato è di una realtà allo sbando (ma non l’ha governato per cinque anni? E non è in politica da quindici?) ed SB ha dimenticato di essere un deputato del Parlamento italiano che, più opportunamente, non dovrebbe dare il cattivo esempio alle masse istigandole a non rispettare le leggi.

Ma SB è fatto così e alla gente piace. Ridono di gusto e applaudono con apparente convinzione; sventolano le bandiere e osannano il Salvatore. Lo seguono, lo toccano, lo sfiorano, lo supplicano e Lui non si nega anzi si consuma guittescamente in un abbraccio continuo con la folla.
Problemi da risolvere in provincia e in città? Tutto risolto! E la politica?

Non parliamone – risponde sicuro SB – è una faccenda che tirano in ballo quelli della sinistra (i “sinistri” come li definisce) e non serve a nulla. Bastano pochi cervelli: “Io e il dottor Letta abbiamo dedicato ore alla Patria” risolvendo questo e quello, dalla Giustizia al Ponte sullo stretto. Applausi convinti dalla piazza in estasi. Poi SB lascia il palco e la folla dietro.
Il sindaco (in uscita) prende il microfono ma nessuno l’ascolta; tutti dietro al Supremo al ritmo dell’inno forzista nell’apoteosi finale. Cala il sipario (che non c’è, per mancanza di pudore).
Gerardo Monizza


17 maggio 2007

 

Balle da incubo











[sonetto per suonati]

In piazza Duomo, a Como
ho visto un uomo
raccontare balle
e mille persone trasportarle tutte.
Senza fatica, felici.

In piazza Duomo, a Como
ho visto mille persone
raccogliere balle
e pochi sul palco a numerarle.
Senza fatica, convinti.

In piazza Duomo, a Como
ho visto la politica
messa tra le balle:
chi le raccontava, chi le raccoglieva.
Senza fatica, contenti.

In piazza Duomo, a Como
non ci dovevo andare.
Ho passato la notte a sognare balle
che mi rotolavano addosso.
Che incubo.

Gerardo Monizza


16 maggio 2007

 

La Vispa Famiglia





[scherzetto TeoCon]

La vispa famiglia
aveva in piazzetta,
tra mille, sorpresa
gentil fanciulletta.
E tutta giuliva
spingendola viva
gridava distesa:
“Va in chiesa! Va in chiesa!”

Cacciata d’un botto
nel buio sacrale,
cadendo di sotto,
non vide le scale
che portano al fondo
d’un antro profondo,
con dentro Tre pazze
munite di mazze.

Fu messa all’ingresso
di un bel tribunale,
al centro un consesso
di certo ecclesiale.
Le Tre paion fatte,
ma non artefatte;
han occhi tremendi
e visi più orrendi.

Le lanciano sguardi
di certo non belli,
con pochi riguardi
le tirano ombrelli.
La giovine affranta
per poco non schianta:
“Lasciatemi in pace
son solo vivace!”.

“Tu sei peccatrice,
dai pessimo esempio,
non dirti felice
che faccio uno scempio”.
Chi parla è la Fede
Amor la precede;
Speranza era qua
più in là Carità.

Tre belle Virtù
chiamate al giudizio
portate quaggiù
si tolser lo sfizio;
intanto bisbiglia
l’allegra famiglia
convinta di gusto
di esser nel giusto.

E lei supplicando
afflitta gridò:
“Vivendo, allo sbando
che male vi fò?”
“Tu sì ci fai male
lasciando l’altare!”
“Vi prego, per Dio,
lasciatemi i Dico...”

Impara la rima
ragazza ribelle;
e Dio viene prima
di leggi non belle.
“L’amore vivace
io pratico in pace.”
“Non è questo il punto
ascolta qui il sunto:

i Dico son patti
incerti e confusi;
per poveri matti
(inclini agli abusi).
Non durano niente
inquietan la gente;
non son benedetti
perciò sono sospetti”.

La piazza rintrona
di slogan amari;
il palco raccoglie
parecchi somari:
“Son qui pervenuto,
per darvi un aiuto
e so con coscienza
che serve esperienza”.

Infatti il porcello
- è pronto a giurare -
con già due fanciulle
è andato all’altare;
son cose normali
per tanti mortali
che vuole vietare
agli altri di fare.

I bimbi sorridon,
le mamme festanti,
i padri col clacson
e tante gestanti;
insieme felici,
talun coi cilici,
famiglie a palate
e tante risate…

…riempiono l’aria,
ma son flatus vocis
di gente contraria
ai bigami e ai froci.
Per questo si prega
“Ma chissene frega
di quello che piace
a gente incapace”.

“Per ora coi Dico,
tra poco coi polli,

che poi non ti dico

vorranno i cavalli”.

La vispa famiglia,

allegra e coniglia,

gridava con forza

ai “Dico di no!”.

Per niente pentita,
la giovane in fretta,
tornò risanata
non più fanciulletta.

Convinta, sicura,

di colpo guarì

dischiuse le mani:

“Io Dico di sì!”.

Gerardo Monizza


14 maggio 2007

 

Family che?

Ipocrisie incrociate.
Quelli che fanno politica si dividono in due grandi categorie: chi non sa la storia e gli altri, che l’hanno fatta, ma non se la ricordano. Se, infatti, fossero più attenti alle cose del passato non si sarebbero lasciati sfuggire il parallelo tra il clima socio-cultural-politico-religioso di oggi e quello al tempo del divorzio. Primi anni Settanta.

Un abisso, tra allora ed oggi: per qualità del dibattito e per veemenza e volgarità della competizione. Fu allora che si trovò un'Italia spartita in due e non tra cattolici ed infedeli, ma tra civili e bigotti baciapile. Una legge giusta e moderna vinse sull’ipocrisia e la conservazione. Questa la storia al 1974.

Oltre trent’anni dopo la cronaca ci porta al qualunquismo delle parti e ad una presa di posizione di un settore ancora bacchettone della società che va in piazza a fingere di difendere la famiglia.
È ovviamente diritto di ciascuno scendere in strada per gridare, tutelare, accusare o manifestare per quel che gli pare eppure i conti non tornano.

Il Family Day è stato organizzato dai laici cattolici con la benevola assistenza (leggi: benedizione) delle gerarchie ecclesiastiche. Più che una manifestazione di piazza si è trattato di un evento mediatico che per oltre un mese (prima) e chissà per quanto ancora (dopo) ha occupato e occuperà spazio nell’informazione. Non perché si sono mossi i “laici”, ma perché la Cei - a cascata - si è impegnata con tutto il prestigio e lo sfarfallio delle sue tonache porpora e perché la chiesa cattolica (ma quale?) ha messo la famiglia al centro della piazza anche se il riverbero era la condanna dei DICO.

La provocazione tuttavia ha funzionato a metà.
Il popolo cattolico non è più così ingenuo da lasciare il timone in mano a vescovi e preti proprio su una questione tanto delicata com’è la famiglia, istituzione civile da sempre.
Molte sono le cose cambiate dal tempo del divorzio ed ogni buon praticante sa ben vedere coi propri occhi. Gli è sufficiente andare a messa la domenica e guardarsi intorno: ci sono divorziati, concubini, malmaritati, separati, omosex, lesbiche, coppie di fatto. Tutto popolo cosiddetto di Dio che si confessa (forse no), che si comunica (senza confessarsi), che usa gli anticoncezionali, che abortisce e che – soprattutto – si mischia all’altra gente e con normalità. Lo sanno gli altri, lo sa il prete, lo sanno tutti. Non è più un problema.
È una falla!

Nel chiuso mondo dogmatico e scarsamente amorevole delle chiesa ufficiale dei “preti politici” questo atteggiamento rilassato e sereno del popolo cattolico preoccupa molto più di una blanda legge che regoli e autorizzi le coppie moderne, d’occasione o di fatto.
Quel che conta è mantenere la finta normalità impastata alla solita ipocrisia. Davvero molto evangelico.

Persa la battaglia per cancellare il divorzio la chiesa avrebbe dovuto capire che pur nella “maledetta evoluzione dei costumi” la famiglia non è mai stata così solida. Ci sono cambiamenti in corso d’opera, anche dolorosi, talvolta devastanti, ma sono – per quanto le gerarchie e certi politici possano cianciare – una minoranza; del resto lo confermano i dati: 50mila divorzi all’anno contro 500matrimoni, ma aumentano decisamente quelli civili.

Gli affetti profondi, sinceri, duraturi la chiesa neppure li vede. Nota solo la trasgressione da quell’apparato dogmatico pazientemente costruito ascoltando più la “tradizione” che il Vangelo (dove Gesù spara a zero sulla famiglia).

Al Family Day ci sono andati in 500mila e che importa? Milioni sono rimasti a casa a vivere come sempre la loro vita normale di uomini e donne (e figli) magari credenti, magari dubbiosi, ma certamente convinti che Dio abbai altro da fare che occuparsi delle paure ecclesiastiche. Il mondo moderno, per fortuna, è capace di darsi regole anche senza ascoltare preti e porporati e – soprattutto – politici ipocriti (bigami e malmaritati!).

Gerardo Monizza


10 maggio 2007

 

Cultura Colture

Zappare e capire.
Parlare di cultura è come parlare di Dio: non si sa da che parte cominciare. Se non si presta la dovuta attenzione si finisce col partir da Dio arrivare alla chiesa, alla religione, alla fede e poi ai preti e anche all’otto per mille. Insomma: dall’immateriale alla sostanza.

Così per la cultura. Dall’immenso significato (ovvero: il complesso delle conoscenze intellettuali e delle nozioni che contribuisce alla formazione della personalità; educazione, istruzione e, insieme delle conoscenze e delle pratiche collettive di una società o di un gruppo sociale) al discutibile sistema delle strutture dove la cultura (alta e bassa) si pratica: teatri, cinema, biblioteche, musei, scuole e – perché no? – chiese.

Cultura – dunque – come espressione visibile, organizzata, codificata e accettata di una comunità, delle genti di un paese, dell’insieme di uno Stato. Un tempo aveva, la cultura, anche i propri confini e farla espatriare era compito delle classi “alte” e dei viandanti; di coloro che per rango possedevano gli strumenti per capire, elaborare, migliorare e comunicare. Ma anche di quelli che per lavoro, commercio, guerra o fame camminavano lentamente per il mondo conosciuto e sconosciuto portando altrove il bagaglio delle loro conoscenze.

Lo scambio tra corti e cortili, chiese e conventi, famiglie e osterie fu, per secoli, un modo per trasmettere la cultura da un territorio all’altro. Vi erano dei filtri naturali (soprattutto il tempo lungo impiegato dalle persone e dalle notizie per “viaggiare”) che favorivano un’utile sedimentazione delle idee, dei cambiamenti e delle mentalità. Ora non più. La cultura nuova entra direttamente in casa. Senza filtri.

Meglio? peggio?

Diverso e veloce. Le culture si confrontano, ma senza comprendersi. Essendo il risultato di un’elaborazione millenaria non possono (e forse non devono) immediatamente mischiarsi. Come animali che si guardano prima da lontano, poi si scrutano, si annusano fin nelle parti basse (la cultura è spocchiosamente “alta” ed efficacemente “bassa”) anche le culture dovrebbero iniziare a fissarsi. Ormai occupano contemporaneamente lo stesso spazio reale e virtuale senza più limiti né frontiere. Perché dunque combattersi?

Ha ragione perciò chi sostiene che anche nel micro spazio locale di un medio comune non si debba parlare solamente di identità e di radici, ma che sia necessario alzare lo sguardo dalla propria zolla e guardare oltre. Cosa può cambiare?

La zolla, il piede, il badile restano gli stessi anche se lo sguardo spazia oltre il recinto nel quale si è deciso di zappare. Guardare oltre la rete di protezione è invece il primo modo per capire che zappare zappare e zappare sempre con lo stesso sistema, nello stesso posto, la stessa terra non sicuramente produce buoni frutti e, non sempre, così necessari e apprezzati.
Gerardo Monizza


09 maggio 2007

 

Molto rumore per nulla


Scena ultima.
Entrano: Assileo (Capo del partito); Fias(c)o (Comandante in disgrazia); Berno (Giovane arruffante); poi un servo del Principe.

ASSILEO: Al fine. Facciamola finita!
FIAS(c)O: Mio signore. Il tempo di queste lungaggini è terminato e non vogliamo nessun Consigliere con il cappello da cuoco, o che porti il prosciutto come un trionfo sopra le nostre teste.
ASSILEO: Ben detto amico mio. Entriamo.
FIAS(C)O: Lasciamo che con noi venga anche il giovane Berno che si è dimostrato poco amico?
ASSILEO: Certo. Che i Supremi ci giudichino pure con la misura che vogliono; noi proveremo la nostra forza col metro della sincerità.
BERNO: Io non me la sento di stare in silenzio. Vi avverto: essendo cupo, porterò una luce che illuminerà i vostri torbidi pensieri.
ASSILEO
: Invece, caro Berno, noi vogliamo che tu entri con noi ed esponga al Principe le tue rimostranze ed egli giudicherà la tua o la nostra buona fede.

BERNO
: Ho l'anima di piombo, che m'inchioda al suolo in modo da non lasciarmi muovere, che è contro la mia natura. E inoltre sono innamorato.

ASSILEO: Se tu sei innamorato dell’Alleanza come dici, librati allora al di sopra delle tue pene.
BERNO: Il vostro dardo mi ha ferito troppo crudelmente e non posso vincer d'un salto la triste sommità del dolore: sotto il grave peso dell'amore per la santa Alleanza, io sprofondo.
ASSILEO
: È un'oppressione troppo grande per una creatura delicata come tu sei? (ride)

BERNO
: L’amore per l’Alleanza è delicato ed è sincero. È troppo rozzo invece, troppo aspro, troppo violento e punge come una spina l’atteggiamento che mi portate.

FIAS(C)O: Via, bussiamo ed entriamo, e appena dentro, ognuno di noi si raccomandi alle sue gambe.
BERNO: Caro FIAS(c)O, non ragionar con le parti bassi ed usa, davanti al Principe, almeno gli argomenti che i cattivi consiglieri ti hanno suggerito.
FIAS(C)O: Credi forse che non sia capace di sfoderar da solo la spada e trapassarti da parte a parte in un sol colpo?
BERNO
: Credo, e ne son sicuro, che tu non sia altro che un molle fantoccio nelle mani di un ben più capace burattinaio...

FIAS(C)O: ... Come osi... Tu che non fai altro che criticare, giudicare, demolire!
ASSILEO
: Basta! È ora che sia messa fine a questa odiosa sceneggiata. L’Alleanza patisce per le continue diatribe che a nulla portano se no a divisioni e pene.

FIAS(C)O: Con le sue azioni egli mi ha messo in cattiva luce presso di te e presso tutta l’allegra compagnia d’un tempo.
ASSILEO
: Hai ragione amico mio, ma ora è tempo che entriamo e che sia il Principe a giudicare.

FIAS(C)O: Voglio dire, signor mio, che se ci tratteniamo in questo modo e a lungo, i nostri voti saranno sprecati, come lampade accese di giorno.
BERNO
: Dovreste invece temere. Ho un presentimento: andare dal Principe non è per voi buon senno.

ASSILEO: Perché, se è lecito domandarlo?
BERNO
: Ho fatto un sogno.

ASSILEO: Ebbene, di che si tratta?
FIAS(C)O
: Che coloro i quali protestano, spesso sono tolti di mezzo? (
ride)
BERNO
: Non quando si sognan cose vere.

ASSILEO
: Bah ! Di notte tutte le gatte son grigie e se tu sei così greggio. Non cercheremo noi di tirarti fuori dal fango, e (con buon rispetto) non pavoneggiarti di cotesto amore che tu per l’Alleanza dici di portare, nel quale sei impegolato fino agli orecchi. Andiamo, se no finiremo per far lume al giorno e inquietare il cortese Principe!

BERNO
: No, non è così.

ASSILEO: Sii allora benigno e dicci cos’hai sognato, ma in fretta.
BERNO
: Ecco: la Regina degli Inganni è venuta a trovarmi. Essa è la levatrice delle bugie, e viene, in forma non più grossa di un sussurro, sul naso degli uomini, mentre approntano le liste. Essa galoppa da una sezione all'altra attraverso i cervelli dell’Alleanza, e allora essi sognano d'onore; sulle ginocchia dei cortigiani, che immediatamente sognan riverenze; sulle dita dei legulei, che subito sognano onorari; talvolta ella passa sul collo di un politico, e allora egli sogna di tagliare nastri, sogna feste, trionfi; poi, all'improvviso, essa gli suona il tamburo nell'orecchio, al che egli si desta di soprassalto, e spaventato bestemmia una preghiera o due, e si riaddormenta. Lei è la strega, che quando i politici giacciono supini, li preme, e insegna loro per la prima volta a portare, e ne fa uomini di buon portamento. Essa è colei...

ASSILEO
: Taci, taci, Berno, taci! tu parli di niente.

BERNO
: È vero, io parlo dei sogni, che sono figli di un cervello ozioso e vi trattengo mentre vi aspettano per un giudizio tremendo.

FIAS(C)O
: A quest'ora il Principe sarà andato, ed arriveremo troppo tardi.

BERNO
: Andiamo, allora.

FIAS(C)O
: Ecco il servo del Principe che s’avvicina. Ho un presentimento.

ASSILEO
: (
prendendo una lettera che il servo gli porge) Il Principe non ha dunque voluto riceverci e, occupati come eravamo nelle nostre storie, non ci siamo accorti del suo fastidio.
FIAS(C)O: Aprila, mio buon signore.
BERNO
: Vedrete che il mio sogno si avvera.

FIAS(C)O: Taci, uccello del malaugurio!
BERNO: La Regina degli Inganni ha finito il suo volare ed ora troverà finalmente riposo.
ASSILEO: Ma tu non troverai altri che ti ascoltino con la nostra stessa pazienza. Torniamo a casa a fare i conti. Il tempo è grigio e il cielo promette temporali. Facciamo in fretta prima che tutti sappiano della lettera...
BERNO: ... e delle parole tremende che essa certamente contiene. (Escono)
Gerardo Monizza

07 maggio 2007

 

Cultura e costi

Cose e pensieri.
Ma quanto (mi, ci) costa la cultura? Sempre poco, sempre troppo. Francamente (ma è un primo pensiero) che la faccenda sia misurata, pesata, valutata in euro fa schifo. Si può pensare ad un quadro “per quanto vale” al metro quadro? ad un concerto per il costo del biglietto d’ingresso? Ad un libro per il numero delle pagine o la confezione? Volgare!

Mozart, Calvino, Bach, Berio, Manzoni, Nono, Zero (Renato), Verdi, Rossi (Vasco) quanto valgono? E tutta questa è cultura? De André è meglio di Battisti? Gould meglio di Michelangeli?

Il tema non è da poco ed è anche un bel problema per le pubbliche amministrazioni. Da cento o duecento anni, dalla fine del mecenatismo principesco e reale (che trovava vantaggi nel possesso della “cosa d’arte” che sia un edificio, un quadro, una musica) si è arrivati all’investimento. Tappa piccolo borghese che stabilisce come la cultura sia un accumulazione transitoria del denaro (gli invisibili caveau della banche sono il massimo) in attesa di rivalutazione. Niente di estetico. Ora si è al nazionalpopolare con la “cultura è di tutti” e ”per tutti”. Ma chi paga?

La cultura dunque costa: in capitali (per mantenere la struttura, soprattutto pubblica) e in realizzazioni (per mantenere attiva la struttura pubblica e l’organizzazione privata). Ha senso? Non molto e soprattutto perché, finita la disponibilità economica, chiusi gli anni delle estati culturali, s’è visto come sta andando a finire: tutto ridotto all’osso. Qualcuno sottolinea la miopia di chi non vede bene il risultato e preferisce investire in sport, in eventi modaioli, in feste sprecone. Ci vogliono soldi anche per quelle e sembra che il ritorno sia assicurato: in rassegne stampa, in eco, in cronaca.

La “cosa” culturale ha un ritorno più lento, magari apparentemente nullo. Come misurare il gradimento di centomila visitatori ad una mostra d’arte? È la critica specializzata che giudica? Come a teatro o al cinema? Si sa – comunque – che botteghino e teste pensanti non vivono sullo stesso pianeta.

Ci sono un milione di associazioni culturali benemerite ed altrettante tenute insieme dalla fantasia di qualche spericolato/a culturista. Dove sta il meglio, il bello, il giusto, l’estetico, l’emozionante, il vero? Dobbiamo aspettare una visita (notturna) di Sgarbi per decidere?

Una pubblica amministrazione, una Regione, una Provincia, un Comune, come possono arrogarsi il diritto di scegliere questo o quello in base solo al costo di realizzazione o all’appartenenza politica (fraterna connivenza tra chi decide e chi opera nel settore)?

Il malumore generale di un settore, quello culturale, in cerca di identità è oramai giunto al termine; purtroppo oramai sono tutti scrittori, poeti, artisti, teatranti persino cinematografari. È bello vedere una così capillare diffusione delle arti, ma è difficile scegliere. Molti vogliono solo sovvenzioni eppure la maggior parte chiede magari un sostegno organizzativo, nella comunicazione, nella diffusione di un progetto o di un pensiero.

Anche i giornali hanno il loro bel sostegno statale (con quel che costa la carta e col poco che leggono gli italiani…); perché negarla dunque ad un affresco celebrativo (che non vedrà alcuno), ad una scultura incomprensibile (ruggine troppo presto), ad un poeta decadente, ad un giovane pittore brillante. E i graffitari: son cultura o vandalismo? Sovvenzioniamo i teatri di tradizione e lasciamo andare la musica rock e scartiamo tutto il cosiddetto popolare, ma un festival mondiale del liscio avrebbe successo garantito (di pubblico).

Il dibattito è aperto da decenni senza arrivare ad una linea comune ed efficace. Non siamo dunque alla fine; semmai all’inizio di un ancora lunga e faticosa discussione che dovrebbe portare una luce nuova nel vago e fumoso rapporto tra la pubblica amministrazione e il mondo della cultura. Partendo subito da un tema caldissimo: la cultura serve davvero a migliorare l’umanità.
Gerardo Monizza


05 maggio 2007

 

Una storia esemplare


Crolli Bernasconi!
Bernascone era nella Città Murata, vide da giovane un’Alleanza e vi entrò. Fu detto a quelli dell’Alleanza: "È venuto Bernascone". Essi lo evitarono, ma stettero in agguato tutto il tempo della legislatura e l’ultima settimana rimasero quieti, dicendo: "Attendiamo lo spuntar dell’ultimo giorno e allora lo cacceremo". Bernascone si era innamorato di una Idea che si chiamava Peregrina. Allora i capi dell’Alleanza andarono da lei e le dissero: "Seducilo e vedi da dove proviene la sua forza". Peregrina dunque disse a Bernascone: "Spiegami: da dove proviene la tua forza?". Bernascone le rispose: "Se mi si legasse con Promesse fresche io diventerei debole e sarei come un consigliere qualunque". Allora i capi dell’Alleanza le portarono Promesse fresche ed essa lo ammaliò con esse. L`agguato era teso in una camera del consiglio. Peregrina gli gridò: "Bernascone, l’Alleanza ti è addosso!". Ma egli spezzò l’inganno come si spezza una piastrella. Così il segreto della sua forza non fu conosciuto. Allora Peregrina gli disse: "Come puoi dirmi: Ti amo, mentre il tuo cuore non è con me? Ti sei burlato di me e non mi hai spiegato da dove proviene la tua forza così grande". Ora poiché essa lo importunava ogni giorno con le sue parole e lo tormentava, egli ne fu annoiato fino alla morte e le aprì tutto il cuore e le disse: "Non è mai passato compromesso sulla mia testa; se fossi compromesso, la mia forza si ritirerebbe da me, diventerei debole e sarei come un consigliere qualunque". Allora Peregrina vide che egli le aveva aperto tutto il cuore e mandò a chiamare i capi dell’Alleanza: "Venite; egli mi ha aperto tutto il cuore". Allora i capi dell’Alleanza andarono dal Sommo sacerdote portandosi appresso una gran raccolta di inutili fogli per testimoniare dei compromessi di Bernascone.

Peregrina intanto addormentò Bernascone sulle sue ginocchia, chiamò dal tempio di Istanbul un uomo adatto che fece credere a Bernascone di essersi compromesso. Bernascone cominciò a infiacchirsi e la sua forza si ritirò da lui. Egli, svegliatosi dal sonno, pensò: "Io ne uscirò come e mi svincolerò". Ma non sapeva che il Signore Onorevole si era ritirato da lui. Quelli dell’Alleanza lo presero e gli cavarono gli occhi; lo fecero uscire dalla stanza nera in cui si riunivano e lo legarono.

Intanto l’Idea Peregrina che gli avevano tolta, cominciava a ricrescergli. Ora i capi dell’Alleanza si radunarono per offrire un gran sacrificio al loro nostalgico dio e per far festa. Dicevano: "Il nostro dio ci ha messo nelle mani Bernascone nostro nemico". Quando il popolo lo seppe, cominciò a ridere: "Il loro nostalgico dio gli ha messo nelle mani Bernascone. Diverrà loro nemico e ci devastava il paese e confonderà le nostre elezioni".

Nella insensata felicità del loro cuore quelli dell’Alleanza dissero: "Chiamate Bernascone perchè ci faccia divertire!". Fecero quindi tornare Bernascone ed egli si mise a far giochi alla loro presenza. Poi lo fecero stare fra le colonne. Bernascone disse: "Fatemi solo toccare le colonne sulle quali posano i Principi ed i Valori, così che io possa appoggiarmi ad essi".

Ora la casa delle libertà era piena di uomini e di donne, di candidati in trepidante attesa e di comandanti pronti a tornare sul campo; vi erano tutti i capi dell’Alleanza mentre Bernascone faceva denunce. Allora Bernascone invocò il Sommo sacerdote e disse: "Ricordati di me! Dammi forza per questa volta soltanto". Bernascone palpò le due colonne di mezzo, sulle quali posava la casa delle libertà e si appoggiò ad esse, all`una con la destra, all`altra con la sinistra. Bernascone disse: "Che io muoia insieme con tutti quelli dell’Alleanza!". Si curvò con tutta la forza e la casa della libertà rovinò addosso ai capi e a tutti quelli che vi erano dentro. Furono più i morti che egli causò con il suo gesto di quanti aveva infastiditi in vita. Poi i suoi fratelli e tutta la famiglia di suo padre scesero e lo portarono via. Egli era stato per cinque anni Consigliere della Città Murata, ma salì nell’Idea con la candida veste d’Assessore.
Gerardo Monizza


02 maggio 2007

 

No Comment?

La linea di condotta.
L’Onorato Onorevole varcò lentamente la porta della celeste Città Murata. Trainata da mille cavalli vapore la luccicante carrozza scoperta consentiva al vento birichino di scompigliare i sottili fili di una capigliatura evanescente e mentre la carrozza passava per le strette vie della Città l’Onorato Onorevole rilasciava sorrisi autentici come i colpi delle Guardie del Cardinale a D’Artagnan.

Giunto che fu alla piazzetta delle Dorate Medaglie lasciò che la potenza del suo vistoso e visto veicolo s’acquietasse nello spazio cosiddetto delle fermate per scarico. Giacché quelli riservati all’handicap non s’addicevano né al suo stato né ai suoi rutilanti e bellicosi pensieri.

S’avviò dunque deciso e con passo cavalleresco verso il suo Fortilizio dal quale avrebbe, come sua consuetudine, dettato la linea. Il malevolo destino aveva difatti messo d’intralcio uno di quei casi che, se visti nell’insieme altro non son paragonabili che ad uno stormo di innocui moscerini; visti – invece – nel particolare divengon fastidiosi veramente. L’ultimo, nel mezzo di quel vorticare d’alettine ronzanti, era proprio quello d’una testa pazza che voleva far da sé mettendo in discussione la conveniente convenienza sino a quel giorno vissuta.

L’Onorato Onorevole sapeva d’aver dalla sua generali e colonnelli, ma era incerto delle truppe e n’aveva ben d’onde. Quasi tutti nondimeno in alleanza nazionale e concordia locale e ciò gli aveva da sempre consentito ogni qualsivoglia decisione nel merito delle cose. Così sarebbe stato anche questa volta; senza convocare Consigli e Consiglieri. Non era quello il tempo dei balletti democratici perditempo. Le elezioni erano vicine.

Sarebbe bastato un messaggio, anzi un messaggino; addirittura il semplice segno di una matita nera a cancellar d’un colpo la corpulenta mole del moscerino ribelle, dalla politica.
Così l’Onorato Onorevole decise e fu.

Estratta da taschino la matita nera e copiativa segnò una linea definitiva sul nome del moscerino condannato, togliendolo dalla realtà e dalle liste.

Non aveva l’Onorato Onorevole fatto i conti con la reale realtà delle cose. Anche in quel tempo di abulia e di invidia diffusa, che la Città Murata covava e proteggeva da secoli, si levarono rumorosi cori di commiserazione e di pianto. Chi era l’Onorato Onorevole per decidere se la politica, ma pur sempre la vita, d’un moscerino locale dovesse valere meno della logica di partito e dell’impegno verso la città?

Cittadini d’ogni posizione e colore, verdi, rossi, gialli e blu, si fecero attorno al malcapitato moscerino per fortuna non troppo ammaccato (ma solo perché aveva le ali grosse) consolandolo al meglio che potevano.

L’Onorato Onorevole fece in fretta due conti e s’accorse d’aver agito d’impulso, cioè male. Uscì dal Fortilizio per riprendere la carrozza argentata portandola verso luoghi meno ostili. Ripassando per le strade della città, agli alleati che gli chiedevano spiegazioni, buttando indietro la chioma, sussurrava no comment! Ma si vedeva che era in impaccio.
Nella fretta – inoltre – s’era dimenticato di dettare la linea e così, dal Fortilizio oramai senza testa, partirono colpi all’impazzata a destra e a destra. E qualcuno, ridendoincosciente, fece anche festa.
Gerardo Monizza


01 maggio 2007

 

Carne da macello

L’ingenuità punita.
Bassa forza e grandi strategie oramai non vanno più d’accordo; anche il soldato semplice non accetta supinamente di ricevere ordini dall’alto e cerca di elaborare una propria tattica. Si capisce che i colonnelli non gradiscono; in quanto ai generali… son troppo lontani dalle avanguardie per potersene o volersene occupare. Che crepino! E poi, aggiungono: si potrà sempre dire che i soldati non hanno ubbidito.
In questo senso il caso “Andrea Bernasconi” è esemplare. Figlio d’arte di quel Felice che fu sindaco di Como di suo ha messo molto impegno nell’indirizzarsi sulla strada della politica locale: Presidente di circoscrizione (giovanissimo) e poi Consigliere comunale per cinque anni nelle file di An.

Andrea Bernasconi è uno di quei consiglieri comunali che non frenano; corre all’impazzata laddove una buona metà dei suoi colleghi innescano marce al ribasso. Favorito o sfavorito o caratterizzato da una mole possente (su cui volentieri autoironizza) sembra il gigante buono delle favole capace di arrampicarsi per niente su un pianta di fagiolo. È ingenuo, ma sembra sincero; sta a destra, ma non sembra né fascista né razzista; professa un’ideologia conservatrice avanzata (o avanzata retrograda?) come tutti quelli che credono nei fantasmi del passato.

In quanto ne ha l’età conosce i giovani che apprezzano il suo impegno politico e la sua dedizione alle vaghe cause. È uno di loro che una ne pensa e mille ne fa, ma che importa?
Il successo non gli manca.
Ha, come si dice, del suo e ciò lo pone tra quelli che si buttano in politica senza salvagente; ha sensibilità umana (basta vederlo seguire per strada affettuosamente il padre malato); ha fiuto. Non è tuttavia un “politico” e perciò, assieme ad un paio d’amici, s’era messo in testa di scardinare il cosiddetto potere locale dei colonnelli. Che idea. Cercavano, i tre ribelli, una via nuova per arrivare alla destra democratica e sociale la quale, fino a prova contraria, era e rimane una contraddizione in termini.
Difatti, i colonnelli, strateghi sopraffini son stati “velocissimi” e con una bella croce sul nome è sparito dalla lista l’Andrea Bernasconi aspirante candidato. Una cosa normale in quasi tutti i partiti che non sono – come si sa – triangoli equilateri, ma isosceli. Dove il vertice è molto molto stretto e, come insegna la geometria politica, sta molto molto molto lontano dalla base. Anche dai presunti candidati. Agli elettori non resta che l’ardua sentenza.

Ps. Non conosco Andrea Bernasconi; ignoro le ragioni personali o politiche della cancellazione dalla lista; la manovra non sembra essere stata granché limpida e può anche essere che il giovanotto sia stato troppo avventato anticipando in proprio una personale campagna elettorale. Non l’ha tuttavia fatto di nascosto. Era già in piazza anche domenica (vedi foto scattata in piazza Duomo sabato 21 aprile 2007). Dov’erano i colonnelli? Perché hanno impiegato tanto? Non devono certo rendere conto a me che non li voto, ma la figuraccia rimane. Per questo spero che il malcapitato abbia modo di riflettere su quello che pensa dei suoi compagni (pardon: amici? colleghi? partner?...) e metta la sua foga in qualche altra migliore compagnia.
Gerardo Monizza


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