23 marzo 2007

 

Identità e Radici

Zappette per scavare.
Nel sempre più ampio giardino europeo anche le radici hanno la loro targhetta. Non solo gli alberi, dunque, saranno riconoscibili e riconosciuti (secondo quel principio di autonomia delle nazioni che rende l’Europa la meno unita delle Unioni), ma anche quel che affonda sotto terra e che, di solito, non appare o non viene nominato troverà una “identità”.

Dare un nome alle radici, secondo alcuni, è tanto importante quanto “nominare” piante, rami, boccioli, foglie e fiori e frutti. Essendo tuttavia le ramificazioni incontrollabili s’è pensato di scavare nell’arido terreno (sinora concimato con troppa economia, prodotto lordo e superficialità culturale) andando in profondità.

Lì sta l’origine. Ciò è vero e non solo botanicamente parlando; anche europeamente ragionando può essere un dato interessante. Ma è utile?
L’insistenza con la quale papa Giovanni Paoli II, poi i vescovi, poi qualche capo di Stato, ora la Merkel (protestante), ancora i vescovi e – da sempre – i partiti d’ispirazione (demo)cristiana cercano le “radici” è davvero encomiabile.

Radici cristiane, ovviamente, poi allargate a quelle “giudaico-cristiane” accortisi dello svarione storico e tanto per non rischiare di ficcarci anche altri (tipo l’Islam in Spagna e nei Balcani…). Messo nero su bianco nella Costituzione europea l’accenno alle radici “giudaico-cristiane” resterebbe fissato nei secoli e con le conseguenze che non è difficile immaginare.

Certo, l’Europa non si basa solo su carbone e moneta unica, ma - forse anche - sul concetto di libertà, eguaglianza, fratellanza, tolleranza, democrazia, giustizia insomma quel cosiddetti valori laici che – anche se oggi compresi dalle chiese cristiane – non hanno sempre fatto parte della loro storia. Il dominio delle Chiese europee sui popoli e stato spesso devastante (quante guerre in nome di un Dio?), frenante verso un omogeneo sviluppo sociale e culturale, distraente da una politica progressista ed efficace, turbativo di un ordine naturale delle cose che tanto faticosamente le diverse nazioni hanno condotto nei secoli. I duemila anni recenti della storia d’Europa stanno lì a provarlo. La fede, la grazia, la Verità, Dio, Gesù e la Madonna non c’entrano niente.

I cristiani sinceri e onesti di oggi (per fortuna numerosi) lo sanno bene ed hanno lasciato perdere la ricerca esasperata delle radici cercando di portare la loro esperienza, la loro sensibilità, la loro visione della società e della politica dentro il terreno dell’Unione per forza. Non servono frasette di circostanza, dettati costrittivi, richiami all’ordine antico; per coltivare bene un giardino moderno, così vasto e complesso, bastano e avanzano la Memoria e la Storia. Non le zappette devote del C.S.I.
Gerardo Monizza


22 marzo 2007

 

Sicurezza a tutti i costi

Telecamere invasive.
Le telecamere sopra tutto e tutti. La nuova idea della sicurezza passa solo dall’obbiettivo elettronico. È una soluzione tanto voluta dall’Assessore alla Sicurezza del Comune di Como il quale - finalmente - è riuscito a piazzarne ovunque. Alla gente piacciono persino perché “danno sicurezza”. Sette in centro e già sistemate, una in via Foscolo attiva da tempo; una quarantina all’autosilo (di via Auguadri) altre quattro agli angoli del Monumento ai caduti sono in arrivo e, sogno finale: coprire tutta l’area dei Giardini pubblici.

Si potrebbe suggerire di metterne in Duomo (alla messa di mezzogiorno della domenica c’è un sospetto chiacchiericcio) oppure alle bancarelle del mercato (dove c’è un certo borseggio) o anche sui battelli. In funicolare ci sono già, ma guardano a monte e a lago. Mancano – chissà perché – in Consiglio comunale luogo davvero perfetto dove sperimentare i controlli a 360gradi.

La concezione esasperata di una sicurezza totale (idea, diciamolo, un po’ di destra) trova parecchi sostenitori anche tra gli insospettabili. Perché ai magistrati fornisce prove (peraltro solo indiziarie); alle donne una protezione immaginaria; ai genitori una vaga tutela ed ai cittadini dà l’illusione di essere tranquilli. I delinquenti – tuttavia – sanno dove passa il micidiale raggio d’azione e per agire si spostano di un centimetro ed è fatta. Come del resto i vandali: giovinastri nottambuli e spesso impulsivi, stupidi ma non scemi. Sanno riconoscere una telecamera da un lampione ed è sufficiente che si nascondano sotto il cappuccio o il berretto.

La sicurezza garantita dalle telecamere non serve (o serve a poco) perché – soprattutto - non è educativa. Pretendere di coprire tutto il territorio comunale è un’idea bislacca, inutile, irrealizzabile e costosa. Illudere i cittadini è politicamente scorretto. Oramai esasperati chiedono di piazzarle ovunque: in via Milano alta (appena entrano in fibrillazione razzista), in via Cantù (appena rovesciano i vasi), in via Ballerini (appena i giovani alzano la voce). È sufficiente un sospetto, un rumore o che succeda davvero qualcosa che arriva la richiesta di garantire la sicurezza con un bell’occhio elettronico.

Ecco: la sicurezza.
Parola oramai nel gergo politico comune e nei programmi dei partiti. Non se ne era mai sentito parlare, neanche da sinistra, nemmeno quando i tempi non erano tranquilli. Sono i vantaggi del progresso tecnologico? E così “sicurezza” (e se incominciassimo a parlare di prevenzione, precauzione, formazione…) oramai ha sostituito completamente “educazione” e “civiltà”. Parole difficili e prive di modernità.
Gerardo Monizza

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21 marzo 2007

 

Capi mancanti

Teste senza prestigio.
I capi sono in crisi. La massa si muove senza guida e c’è chi teorizza un nuovo anarchismo diffuso, non ideologico, ma pratico. In realtà, quello che manca è la sostanza della tribù. Magari resiste il “branco”, aggregazione improvvisata di individui occasionalmente riuniti per una scorribanda o per una violenza; gente senza legge, senza patria e senza morale, ma la tribù è un’altra cosa.
Oggi, il gruppo costituito attorno ad un luogo, un modello di vita, ad una necessità sociale, ad un’idea (magari anche ad un ideale), sostenuto da un’identità e che si riconosce in una cultura, fatica ad esistere e sopravvivere. Figuriamoci se accetta un capo.
Il capo-tribù è dunque in via d’estinzione e se, lui, chissà “chi crede di essere” non “sa chi sono io”. Difatti, lo scontro in atto tra le forti personalità dei tanti individui che vivono nel nostro mondo non consente ad alcuno di primeggiare sugli altri. I Capi che resistono, come superiorità d’immagine e autorevolezza, si contano sulle dita di una mano e, perlopiù, sono autorità religiose. Il loro fascino morale e la loro sapienza sono riconoscibili e riconosciute da vaste folle e anche dai molti che a quelle tribù non appartengono. Quei capi sono accettati perché non hanno – di solito, nella loro posizione – nulla da perdere o poco da guadagnare.

I capi-popolo, quelli che stavano davanti alle masse ad indicare la strada, sono rarissimi e – oggidì – pressoché spariti. Se talvolta ne compaiono, spesso assumono (impropriamente) il ruolo, ma sono facce televisive, voci digitali che si alzano dal deserto del pulviscolo elettronico, immagini virtuali che non lasciano il segno e che rimarranno tangenti alla Storia.

L’esplosione della cultura di massa e una maggiore consapevolezza della politica (da cui deriva – inevitabilmente – il distacco supercritico e la noia dominante), sostenute anche da un martellante sistema informativo (di giornali e televisione e internet) espongono i capi (o presunti tali) alla berlina quotidiana ed alla critica costante. L’una pretende una correttezza non solo formale negli atti e nelle decisioni; l’altra un’intelligenza operativa e una tale fantasia politica che pochi possiedono e che tanti, tra capi ed aspiranti, mai avranno. Da qui, a lasciar vuoto – volentieri - il posto di comando, il passo è breve.
“Carisma”, si chiamava al tempo della dedizione totale e dell’impegno nei vari campi dall’imprenditoria alla politica, passando per quello dell’educazione e della cultura; ora, il “prestigio personale, la forza di persuasione e le innate capacità di comando” che il capo dovrebbe posseder per far presa sulla tribù, sono qualità rare e - sempre - messe in discussione da tutti.

Sia in ambito locale (vedi Como e provincia) e nazionale, ma anche internazionale, sono venute a mancare figure di riferimento accettabili e che sappiano non tanto “piacere” quanto “indicare” un percorso, una strada, un progetto, magari anche solo un’idea o almeno un sogno. Tutti presi nella rissa verbale e nello scontro della politica bollita o nei disastri dell’imprenditoria stracotta, i capi sembrano camerieri che servono in tavola, mentre gli altri della tribù si abbuffano su un menu già deciso, chissà dove e chissà da chi.
Gerardo Monizza


19 marzo 2007

 

Cellulari che passione

Ci voleva una legge?
Per l’utente deficiente non bastava la buona (?) educazione ci voleva una legge, come si dice “ad hoc”. La necessità è sempre quella: sopperire con le norme alla mancanza di buon senso.

Quando mancava anche il buon gusto, molti e molti anni fa…, un’apposita legge puniva lo “sputatore” che, invece di usare le apposite “sputacchiere”, strategicamente lasciate nell’angolo, sputava per terra. Un’altra norma contro i maleducati – per esempio - prima ammoniva (con appositi cartelli come quelli - oggi - del divieto di fumo) poi puniva chi? Il bestemmiatore. Non era con l’inferno (più appropriato), ma con multe e, nei casi indiavolati, con detenzione.

Paese pieno di norme il nostro; normatizza tutto senza normalizzare niente. Ci voleva dunque una legge anche per i telefoni a scuola. Mancava.

In una via del centro ho visto una coppia di adolescenti strusciarsi, dentro la strombatura di un portone, teneramente. Lei era appoggiata al muro, lui era schiacciato su di lei. Si baciavano. Il braccio sinistro di lui stringeva la ragazza alla vita; il destro era proteso verso la strada e con le dita scriveva (bravissimo!) sulla tastiera del telefono. Una distrazione? No, un’abitudine. Quasi una necessità.

Al supermercato, in banca, in fila tutti e tutte parlano, gridano, urlano al telefono. Ai convegni (serissimi) si tollera che il vicino – manager professore politico… - detti ordini alla segretaria, all’assistente, alla moglie. Le donne al telefonino sussurrano ai figli, piagnucolano con la badante (che sbada), impongono al marito (che non ha fatto qualcosa), decidono il menu della sera, litigano con la madre…

I figli parlano poco (solo perché costa!), ma digitano molto sempre e ovunque: a casa, al cinema, per strada, a scuola.
Lo fanno anche i professori.

Dov’è il problema?
Forse sta a monte; forse sta a valle e di sicuro non è nella sfera della buona educazione (perché urlare i fatti propri in strada?); né in quella della logica. È uno strano comportamento – si presume liberatorio – che cerca e giustifica il contatto con tutti. L’illusione di essere ricercato e la speranza di essere utile.
Va dunque bene la legge, ma tanto non l’applicherà nessuno perché la buona educazione non sta insieme senza un po’ di buonsenso.

In Italia: sessantacinque milioni di abitanti, ci sono sessantacinque milioni di telefonini. C’è qualcuno senza (ma che usa quello d’altri) e chi incredibilmente ne ha tre. Che cosa potrà mai regolamentare una legge? A cosa potrà mai servire? In fondo – tolti cartelli e sputacchiere - sputiamo ancora per terra.
Gerardo Monizza


 

Una città incredibile

Una Immagine e molte Parole.
Il Sindaco di Como Stefano Bruni non ha detto la verità. Lui lo sa, noi lo sappiamo. La gente lo sa? La gente lo vuole sapere? La “gente” e non il popolo o i cittadini che – invece – sono un’altra categoria un filino più superiore.

Gente in quanto indistinta massa di coloro che si muovono secondo le circostanze, spesso a caso e di solito per convenienza. Opportunisti.
La bugia è stata pubblicamente detta in occasione della mostra di fotografie di Carlo Pozzoni (al Broletto di Como) al momento di digerire il fatto (ineliminabile, indiscutibile, incredibile – per Lui) di ri-vedere per la millesima volta (questa volta come se fosse dal vero e non su un vago blog) la foto di quattro uomini alla finestra. Uomini che, ad opportuna indagine, si sono rivelati essere il Sindaco della Città di Como (pro tempore) e ben tre Assessori in carica. Insomma: una parte dell’Olimpo comasco.

Ri-vedere, ma non ri-pensare.
Tuttavia, aver sentito mentire il Sindaco non è stato scioccante; è pesato – invece – il silenzio di tutti. La storiella della signora che chiama dal basso della strada e che il vetro impedisce di salutare dall’alto è talmente berlusconiana – come scemenza inopportuna e stile - da far parte del barzellettiere politico del momento, ma il silenzio di tutti (di noi tutti) è stato davvero imbarazzante.

Che dire?
Urlare buuuu….buuuu… come ragazzetti alle prime armi della civiltà politica? Pretendere scuse ufficiali almeno al povero Rumesh presente in sala? Difficile. C’era aria di festa e si era in casa d’altri, invitati, festosi e festanti.

È stato da furbi usare il momento lieve per dire una cosa finta che passerà alla storia come vera e proprio nell’attimo in cui contraddire sarebbe stato molto, ma molto maleducato. Soprattutto per Rumesh ed i suoi genitori che – speriamo – abbiano colto solo il lato comico della faccenda. Infatti il Sindaco della Città di Como rideva.
Sapeva infatti che più di un’immagine valgono le (sue) parole ribadite perfettamente il giorno dopo dai giornali e – dunque – in tal modo fissate nella Storia e distribuite al popolo, anzi: alla gente.
Gerardo Monizza


17 marzo 2007

 

Le due verità

Senza parole. Una mostra di immagini può anche trasformarsi in una prova d’onestà intellettuale e di verifica della sensibilità dei soggetti: sia quelli rappresentati in effige sia quelli che osservano e giudicano. “Politici2 La vendetta” [Broletto di Como fino all’11 aprile 2007] s’intitola la rassegna di fotografie che Carlo Pozzoni dedica agli Amministratori locali della Cosa pubblica. Sono colti in attimi di varia umanità (si fa per dire) e quasi sempre con l’intento cattivello di metterne in risalto le contraddizioni, i tic, gli errori di comportamento. I politici agiscono pubblicamente ed è naturale compito del fotografo di cronaca cogliere gli aspetti più estremi.

La mostra è una rassegna tuttavia non troppo cattiva anche per l’abitudine oramai diffusa di comportarsi come pare (da parte dei politici) e di accettare qualsiasi immagine (anche la peggiore) da parte dei cittadini osservatori.

Un paio di foto meritano, come si dice, il viaggio: quella del senatore Dell’Utri fissato sotto lo sguardo protettivo di un santo vescovo (dipinto sulla parete) mentre si rivolge al pubblico – il senatore - ben protetto da un paio d’inquietanti occhiali scuri. Da mafioso...
Ci sono poi due presenze costanti nell’archivio fotografico e sono Gianluca Rinaldin e Sergio Gaddi troppo bravi, abili, gigioni e persino candidi da non sfigurare affatto (neanche quando – per il fotografo – si baciano per mettere fine alle loro scaramucce).
L’altra immagine “forte” è quella arcinota e che gira per siti e blog dal 3 aprile 2006 giorno della manifestazione comasca pro Rumesh e contro l’amministrazione e il corpo di Polizia locale. I fatti sono noti.

La foto di Pozzoni fissa per l’eterno quattro uomini alla finestra (si sa che è quella del Municipio di Como). In primo piano a destra il Sindaco di Como, Stefano Bruni, sorride (?) beffardo (sinonimi: burlone, canzonatore, derisore, cinico...) rivolgendo lo sguardo in direzione esterna. Sulla sinistra il Presidente del Consiglio comunale, Mario Pastore, guarda il Sindaco con adorazione. Par dire: amore.
In mezzo, più basso, l’Assessore Umberto D’Alessandro sembra domandarsi perché deve buttar via il suo tempo (con tutto quel che avrebbe da sistemare tipo Bus e altre faccenduole). Dietro sta l’Assessore (ai Lavori pubblici) Fulvio Caradonna vorrebbe dire “Ma che ca...” e certo non è un bel pensiero. Questa la scena.
Sotto, fuori campo, stanno un migliaio di vocianti manifestanti abbastanza incazzati ma non proprio violenti. Urlano contro la Giunta (così ben rappresentata dietro il vetro) e ne chiedono le dimissioni. Quattro giorni prima un ragazzo è stato ferito gravissimamente e si teme per la sua vita.

Ovviamente, la foto, a chi non conosce luogo, data, motivo e fatti non dice nulla: quattro persone alla finestra. La vera storia si può solo raccontare con le parole (e mille testimoni!!!). Perciò, al Sindaco di Como Stefano Bruni, è stato possibile reinventarla, reinterpretarla, riraccontarla a modo suo più volte.
Anche alla presentazione della Mostra al Broletto, avendo la foto a fianco (e dio sa quanto avrebbe voluto farla ingoiare all’autore) e il protagonista involontario davanti ha raccontato la “sua verità”. Con Rumesh in prima fila (accompagnato da genitori e amici) il Sindaco di Como Stefano Bruni ha dichiarato che quella foto non è vera. Proprio così.

Non è quello che noi vediamo e pensiamo e sappiamo, ma è un momento di una lunga e difficile giornata culminato con il corteo (al quale ha chiesto di partecipare, non voluto) fermo sotto la finestra del Municipio. L’espressione di sorriso (sorriso?) è determinata dalla provocazione di una bella (provocante?) signora tra la folla che urlava innalzando un cartello. Il sorriso è perciò da intendersi come un saluto (saluto?) in risposta alla signora. Niente di più.

La storiella, raccontata dal Sindaco di Como Stefano Bruni - di fronte a un centinaio di persone per bene - non ha lasciato nessuno di stucco. Infatti: erano tutti preparati a qualche giustificazione sebbene quella presentata sia così puerile e falsa da non poter neanche essere commentata. Son rimasti tutti senza parole.
Persino Gaddi e Rinaldin (che nella storia non c’entrano niente e ascoltavano come sospesi) avevano una faccia da fantasmi. Davvero da fotografare.
Gerardo Monizza


15 marzo 2007

 

Essere o non esserci

Un vero problema.
Essere o non esserci; questo è il problema: se sia più nobile d'animo sopportare gli oltraggi, i sassi e i dardi dell'iniqua pubblica opinione, o prender l'armi contro un mare di triboli e combattendo disperderli. Morire: dormire; non apparire; nulla di più; e con una parola dirsi che poniamo fine al fastidio e alle infinite miserie, naturale retaggio della nostra Alta posizione, è soluzione da accogliere a mani giunte?

Morire, dormire, sparire forse: ma qui è l'ostacolo. Quali immagini possano figurarci degnamente in quel mentre di vita quando siamo già sdipanati dal groviglio delle quotidiane vicende: è la vanità che di tanto prolunga la vita ai nostri politici piaceri? Chi vorrebbe, se no, sopportar le frustate e gli insulti delle vane Gazzette, le angherie del popolo, il disprezzo dell'uomo pensatore, le angosce del respinto affare, gli indugi della legge, l'oltracotanza dei piccoli e i calci in faccia che il merito paziente riceve dai mediocri, quando di mano propria potrebbe saldare il suo conto con due dita?

Chi vorrebbe caricarsi di grossi fardelli imprecando e sudando sotto il peso di tutta una agiata esistenza, se non fosse per il timore di qualche cosa d’incerto, dopo la sudata elezione, come la dimenticanza o l’oblio: terre davvero inesplorate donde mai non andò volentieri alcun Principe di questa lacustre città?
A sgomentare la nostra volontà e a persuaderci di sopportare i nostri pochi mali accettiamo di farci catturare in viso in vita piuttosto che affrontare lo sgarbo di correre il tempo futuro nella dimenticanza di tutti.
Così ci fa arditi la vanità; così l'incarnato naturale dei nostri lieti e soddisfatti volti si colora al cospetto della scatola magica e oscura, dell’obbiettivo invadente, dello spirito caustico, dell’occhio scrutatore e apposta cattivo.

Sì, davvero, e lasciar che si fissi l’immagine perché la potenza della nostra azione trasformerà l’apparenza in sembianza ruffiana, assai prima che la forza della verità possa farsi avanti scompigliando il poco o niente fatto. Questo era un paradosso, una volta, ma ora i tempi han dimostrato quanto non sia più necessario né vero.
Nella ventosa Galleria degli Illustri è dunque meno utile e opportuno, ai nobili Prìncipi, non esserci che onestamente essere; tanto vera è l’immagine illusoria piuttosto che la determinata e attendibile azione.
Avete anche sentito dei nostri trucchi, fin troppo. Dio ha noi dato una faccia e voi ne vedete un'altra. Ancheggiamo, ondeggiamo, fumiamo e sfumiamo e scilinguiamo ed alle creature di Dio cerchiamo di far passare per candore la nostra impudicizia.

Apparire dunque è necessario perché le imprese di grande importanza e rilievo non siano distratte dal loro naturale corso; si elevano Torri imponenti, Città nuove, Barriere artificiali per le dannatissime onde; si fanno le Notti bianche e i Giorni neri che, nell'azione costante della consumata memoria, perdono anche il loro conosciuto e amato nome. Basta ora!

La nostra bella Immagine in mostra appare! La Musa consolatoria e dolcissima, Sorella della Storia, farà infine giustizia. Col lento trascorrere del Tempo ogni cosa sarà sistemata.
Gerardo Monizza
[da Am Leto, finale]

Per la mostra
Politici2. La Vendetta
Di Carlo Pozzoni. Reporter
Broletto di Como. Venerdì 16 marzo ore 18


13 marzo 2007

 

Il Deterrente beffato

Telecamere indispensabili?
Il fatto è personale, ma può spiegare abbastanza bene il senso di malessere su cui poggia il concetto di sicurezza del singolo e della collettività. In questa sfera sono entrate – d’urto – le Telecamere che, per chi ancora non lo sapesse, sembrano puntare sulla voglia di essere protagonisti che pervade la gran parte dei cittadini. Almeno in video una volta nella vita...

Il luogo: piazza del Duomo a Como. Sabato tardo pomeriggio. Una festa della comunità del Ghana per celebrare la fondazione della loro Repubblica. Duecento persone raccolte sotto il Broletto. Aria di allegria: danze e tamburi. Sono con amici.
Il fatto: ci avviciniamo agli spettatori in gran parte ghanesi; molti anche i comaschi e qualche turista. Apro la cerniera della borsa (che tengo a tracolla) ed estraggo la macchina fotografica. Richiudo la cerniera. Mi abbasso leggermente e scatto qualche foto. Colgo un’impercettibile vibrazione nella tracolla. In un millesimo di secondo reagisco voltandomi e vedendo un’ombra mischiarsi tra la folla. Corporatura da maschio. Sparito. Metto la mano nella borsa: sparito anche il portafogli.
La reazione: che faccio? urlo “al ladro al ladro” come nei film? I tamburi battono, le danzatrici danzano e io m’incazzo con me stesso per essere stato così deficiente da non aver reagito più in fretta... Guardo gli altri spettatori che battono il tempo e si divertono. Tra loro ci sarà il mio borseggiatore? Maledetto.

In piazza del Duomo c’è una Telecamera girevole in funzione da tempo. Penso: il mio ladro cornuto sarà ripreso, fissato, archiviato, colpito e affondato. Denuncio il fatto e m’informo. La Telecamera in effetti riprende, scruta, osserva, spazia qua e là sulla piazza. Ma è una telecamera di controllo che ha occhio, ma non memoria. Il suo sguardo vigile sulla piazza non viene registrato. E poi la distanza, l’ora quasi tarda, la luce fioca...
Insomma: come deterrente s’è visto come è andata e come prova non esiste. Queste sono le Telecamere che risolveranno il malessere ed i controlli in città? Sembrano davvero come le persone, gli amici, che quando servono sono sempre da un’altra parte.
Gerardo Monizza


11 marzo 2007

 

Dipendenti dipendenti

Contro gli Incivili.
Di solito, il dipendente reagisce dicendo: “Sto facendo il mio lavoro”. Lo dicono i poliziotti costretti ad indagare; i vigili a dar le multe; gli impiegati a calmare le file in attesa. Lo dicono spesso anche i dipendenti comunali costretti a far quello che l’amministrazione in carica chiede. “Sto facendo il mio lavoro” non è tuttavia una risposta generica, ma politica e significa “qualsiasi cosa lei pensi di me e di quello che sto facendo sappia che il mio compito prevede questo. Il mio comportamento, le mie azioni e persino le mie reazioni fanno parte del mio lavoro”.
Distanza, dunque, tra incarico e opinioni personali; separazioni che non sempre provocano pesanti conflitti di coscienza, ma che – spesso – consentono al dipendente di sopravvivere.

Per questi motivi (e per consuetudine) è perciò difficile che i “dipendenti” prendano una posizione “ideologica” nei confronti (o a favore) del loro datore di lavoro (anche se pro tempore). Mai s’è visto un gruppo di poliziotti (nell’ambito della loro funzione) criticare, giudicare o sostenere con appropriati o casuali commenti ufficiali la direttiva di un qualsiasi Ministro dell’Interno. Mai s’era visto un sostegno diretto o indiretto, da parte dei dipendenti di un’azienda, alla politica della proprietà (neanche quando sarebbe stato utile per il futuro della produzione).
Ecco che a Como si apre uno scenario nuovo: i dipendenti comunali hanno preso una posizione.

Su cosa?
Non sull’operato del Sindaco o della Giunta; non su un Dirigente o sul Presidente di una Partecipata; non sulla linea organizzativa o su un progetto, ma sugli Incivili.

A seguito della “scoperta” tardiva di vandalismi compiuti da oltre un anno e mai puliti sono comparsi per la città alcuni grandi manifesti che richiamano l’attenzione sul problema del degrado. Il fondo è nero e vi appaiono otto immagini di denuncia e una di speranza. Si denuncia il graffitaro con bomboletta, i portaceneri gettati a terra, i bulbi strappati dalle aiuole, i rifiuti abbandonati, i cartelli strappati, le panchine pestate e – poteva mancare – la cacca abbandonata per strada. Molto realistico e poco retorico il manifesto porta ad una “morale” illustrata dall’ultima immagine dove giovane mano educata usa il porta rifiuti.
La denuncia è anche scritta: “Ogni anno a Como vengono spesi più di 100milaeuro dei soldi di tutti per colpa degli incivili” e chiude con “Basta poco per vincere l’indifferenza e avere una città più bella” Firmato: I Dipendenti del Comune di Como.

Bene. Benissimo. Ma chi sono questi “Dipendenti”? Tutti? Una parte? E come mai si alzano a gridare proprio ora che salta fuori dal cappello la faccenda dei Vandali (e delle telecamere?). Perché non si sono sentiti a proposito dei Bus? O del caso Rumesh, o delle presidenze regalate qua e là? O del progetto Ticosa o delle Paratie...? Mille occasioni per sostenere o abbattere, ma tanti silenzi. Esistono davvero questi “Dipendenti” dipendenti “del Comune di Como”?
Non sarà, ma è solo un orrido sospetto, un’aggregazione dell’ultima ora o qualcosa di elettorale?
Gerardo Monizza


09 marzo 2007

 

Vandalisti e Verità

Capire le differenze
Il putiferio è scatenato. Se l’Assessore alla Sicurezza Francesco Scopelliti fosse uomo di marketing avrebbe di che essere contento, ma purtroppo – invece – questa è la città in cui il peggio si genera da sé. Non c’è merito – dunque – se la guerra al vandalo trascina nell’azione (o nella reazione?) tutto quanto può fare ascolto. Urlare, come sempre, è il modo più facile per far emergere le proprie idee, soprattutto quando sono o poche o deboli.

Visto il clima generale, locale e mondiale, il tema della sicurezza cittadina e personale si ripropone un giorno sì e un altro pure come se fosse davvero il tema centrale della politica di Como e dintorni. Non che il problema non esista eppure, nonostante i dati dichiarati dalle competenti autorità in materia (Prefetto, Questore, Comandanti d’Armi varie) che rilevano una normalità generale in ogni settore del crimine c’è la volontà di caricare gli animi con sentimenti negativi.
Scurezza, dunque, ad ogni costo e la prevenzione passa – oggi – attraverso le nuove tecnologie che costano e vanno finanziate. Intorno ai marchingegni elettronici, che dovrebbero vigilare sulla sicurezza dei cittadini, gira un fiorente mercato di Vandalisti abili – soprattutto – nel generare paure.

In questo clima surriscaldato ad arte entra la faccenda dei Vandali che “avrebbero” sporcato il “Sacro Monumento Ai Caduti Di Como” di cui amministratori e comaschi si ricordano ogni tanto, ma che di solito trovano ingombrante e incomprensibile. Siccome era necessario trovare un bell’argomento per finire sui giornali non sembrava vero di poter mestare nel torbido unendo Vandali ai Graffitari traendone un bel pastone da dare alle masse.
Che i graffitari abbiano, abbastanza indisturbati, potuto lerciare l’intera città è un dato passato oramai alla storia locale e finito – almeno speriamo – solo per ravvedimento personale dei soggetti protagonisti. I Vandali – invece – sono un’altra faccenda che fatica a risolversi soprattutto perché non ha pretesti estetici o (anti)sociali. L’atto vandalico è un gesto irrazionale che il singolo o il gruppo compiono come bravata; un atto gratuito di violenza contro obbiettivi confusi come il potere, la politica, gli adulti, gli insegnanti o genericamente “gli altri”. A volte contro se stessi.

Serviva tuttavia un movente è lo si è trovato all’improvviso recuperando all’oggi atti vandalici compiuti da mesi. Il “Sacro Monumento Ai Caduti Di Como” era imbrattato da tempo; almeno dall’ottobre del 2006. Lo provano le scritte ancora presenti sulla facciata nord, quella sporca. Perché quella sud era stata pulita proprio nel 2006 con appropriati restauri terminati in occasione del 4 novembre. Per finire in fretta e furia (o per mancanza di altri fondi) si era deciso di lasciare le scritte nella parte nord, non coinvolta dalle celebrazioni. Neanche il vetro e la grata erano stati puliti. Cinque o sei date (fissate col pennarello) rimaste sulle sacre pietre lo testimoniano.

L’Assessorato ha colto la situazione al volo sostenuto dalla stampa locale. Il Corriere di Como ha mostrato due immagini: prima (pulito) e dopo (tutto lercio), ma si tratta della parte anteriore (restaurata e lasciata intatta dai vandali) e della fronte lago mantenuta dal Comune nello stato in cui si trova.
Per fortuna i Vandali non leggono i giornali; altrimenti che figura.
Gerardo Monizza


08 marzo 2007

 

Vandali e Vandalisti

Il prezzo del pulito
I Vandali sono dei cittadini idioti. Purtroppo esistono trasversalmente in ogni settore della società e superano ogni stato sociale, strato culturale, possibilità economica, intellettiva e senso civico. Non è detto – infatti – che un anziano solerte a raccogliere la cacchetta del suo adorato cane non prenda a calci una panchina (visto ai giardini!). Così come un giovane asino che scrive scemenze sui muri non sia capace di far volontariato. Tuttavia...

Tuttavia i Vandali esistono e dunque sono un problema per la comunità. Ve ne sono certo di più gravi in città, ma il danno continuo arrecato alle cose pubbliche (e private) è davvero ingente. Non c’è rimedio tranne l’educazione che si spera aumenterà con il tempo e con l’inclinazione al senso civico e all’attenzione mondiale (ecologia, risparmio delle risorse eccetera) che le nuove generazioni dovrebbero aver appreso dalla scuola e dalla famiglia.

Infatti, nonostante il gran blaterare “di Vandali sempre in attività” che si fa su televisioni e giornali il dato non corrisponde – per fortuna – alle infinite possibilità che i Vandali avrebbero di vandalizzare interamente il patrimonio comune. Ovviamente, non sarà mai risolto il problema dei controlli e, men che meno, sarà possibile sovrastare l’universo cittadino con satelliti poliziotto o con spie locali attivi 24 ore su 24. Pensarlo praticabile fa parte di quella concezione del mondo che mette insieme i Vandali e i Vandalisti. Sono questi ultimi coloro che vedono sempre il nemico Vandalo in agguato e seminano paura nella gente (già abbastanza frastornata) amplificando ciò che – di norma - è un gesto di inciviltà.

Il caso è stato sollevato in questi giorni accorgendosi che nel bilancio comunale si spendono 109mila euro all’anno di pulizie e rattoppi. Solo? Cioè 4500 pizze con birra? Ovviamente è un costo al ribasso che non tiene conto di altri costi aggiuntivi nascosti in voci normali come manutenzione ordinaria e restauri (tanto per fare un esempio).

Ma lo scandalo dov’è? Sappiamo bene che non è la cifra quanto il principio; eppure, in una città priva di una vera identità culturale, sociale e politica 109mila euro all’anno non sono un gran prezzo da pagare per la sistemazione delle cose. Bisognerebbe spendere di più e meglio per sistemare quello che una minoranza rovina o distrugge. Con determinazione, con velocità, con intelligenza ogni cosa (panchina o muro) deve essere rimessa a posto. Con discrezione. Meglio sarebbe farlo in silenzio e dimostrando ai vandali idioti che non ci sono Vandalisti ideologici, ma solo Cittadini più consapevoli che il bene comune è un costo ed un valore. Non solo economico. Col tempo (e con la diffusione del concetto e della pratica della bellezza...) forse non sarà più necessario prendersela con una panchina o con un muro per dire agli amministratori, agli insegnanti, ai genitori che se “sporco e rompo” anchi’io esisto.
Gerardo Monizza


05 marzo 2007

 

Politica indipendente?

Una strada tutta in salita
Molti politici (anche comaschi) hanno scelto la strada del neoconservatorismo e in questa nobile battaglia di reazione si vedono truppe sparse, ma ben attrezzate, intervenire ad ogni ora del giorno e della notte su tutto quanto fa spettacolo politico. Dai giornali alla radio alla televisione è un susseguirsi di richiami ai valori, alla fede, alla tradizione, all’identità. Cristiani, ovviamente.

Non c’è nulla di male richamarsi a dei principi, avere una convinzione, riferirsi a consuetudini e pretendere d’avere una specificità culturale se non fosse che l’insincerità di tale approccio alla soluzione dei problemi attuali del Paese (e della città) risulta davvero fastidiosa. Ingombrante e pretestuosa.
Si sa per certo che son parole di circostanza dettate dalla consapevolezza che in Italia non c’è voto (quasi neanche a sinistra) che non sia in qualche modo benedetto dall’aria santa che circola da un paio di millenni. Si pensava – tuttavia – che si fosse raggiunta la posizione almeno liberale che separava la fede dalla pratica politica. Non è così.

Purtroppo, più si scende dal livello statale a quello locale la genuflessione si fa più profonda. Ne abbiamo avuto prova nell’ultimo quinquennio con lo stretto rapporto tra il Sindaco di Como e il Vescovo Maggiolini; un rapporto intrecciato e inestricabile che ha impedito di capire fino in fondo chi stesse prendendo le decisioni per la città. Non che il Vescovo Maggiolini decidesse per nomine di presidenti o di Paratie o di Ticosa, ma l’approccio culturale del Sindaco e di qualche parte della Pubblica amministrazione era chiaramente troppo in linea con le opinioni, gli scritti, gli interventi, i detti e i motti del vescovo di allora.
Non deve stupire se un governo nazionale traballa sulla politica estera (nel caso specifico l’Afghanistan) sebbene, per la verità, l’incertezza riguardava gli equilibri in materia di concezione laica o parareligiosa dello Stato e delle leggi che lo regolano (vedi Di.Co, Cossiga, Andreotti e simili).

C’è paura del presente e angoscia verso il futuro e molti credono che il solo modo di percorrere la strada del bene comune sia quello di tornare indietro. Per farlo, senza farsi dare dei codardi, si appellano ad antiche mappe rassicuranti, a sicure guide, a pensieri antichi. Mettono dunque di mezzo i sacri testi, i preti e i vescovi, le fedi e le tradizioni.
Che poi ci credano veramente è cosa da poco; l’importante è fare in modo che tutto resti avvolto in un alone d’impossibilità. Ciò dimostra anche quanto sia difficile coniugare fede e ragione e quanto sia impossibile far convivere la religione con la politica. Troveranno l’indipendenza?
Gerardo Monizza


03 marzo 2007

 

Ferrovie ruggini

Politica dei Trasporti
Arriveranno nuovi convogli. Promessi da tempo ora sono stati – come si dice – presentati alla stampa cosi che se ne parli in anticipo e la gente incominci a credere di vederli sferragliare sulla tratta Como Milano. Ma per non avere visioni ci vorrà almeno fino a dicembre se il fornitore non ritarderà ancora, dicono i vertici dell’azienda. Azienda che è quella delle Ferrovie Nord e che da oltre cento anni s’è assunta il compito di trasportare le persone dalle periferie verso la metropoli (e viceversa).

FNM. Il movimento nel Dna” recita allegramente uno slogan cui nessuno fa più caso tant’è irreale. Certo: far viaggiare 52 milioni di cittadini ogni anno su 300 chilometri di rete e attraverso 120 stazioni non è impresa facile. Tuttavia sembra che l’Azienda non riesca a trovare il ritmo giusto per far procedere i convogli al passo coi tempi.

Brava certo nell’inventar slogan e sigle come il TAF ovvero Treno ad Alta Frequentazione. Un pistolone lungo cento metri che potrebbe portare un intero paese, ma che si riempie solo un paio di volte ogni giorno. Che ci sia dello spreco? Per non farlo viaggiare troppo vuoto l’Azienda si è inventata la razionalizzazione dell’orario portando a tre (massimo) il numero delle corse ogni ora. Riducendo il numero rispetto al passato e – pure – aumentando il tempo necessario per raggiungere Milano da Como.

Quanto a comodità, il TAF è un Treno ad Alto Fastidio: ai minimi centimetri la distanza tra i sedili, dove è impossibile mettere decentemente i piedi; con un poggiatesta tipo cuneo che si ficca esattamente nel mezzo (del collo per i più alti). Mai allungarsi, men che meno dormire, curvo in alto al punto da obbligare a posizioni innaturali.
Ora il TAF si trasforma in TSR: Treno a Servizio Regionale. Molto più generico e meno impegnativo. Speriamo nel nuovo design.

Purtroppo l’Azienda non ha dimostrato in tutti questi anni (oltre cento, appunto) di saper comprendere velocemente le trasformazioni in atto nel sociale, nel lavoro, nei collegamenti e – persino – nei trasporti pubblici. Le 120 stazioni sono quasi tutte un disastro architettonico: vecchie, poco funzionali e, solitamente, senza adeguato parcheggio. Basti ricordare Como Lago, Borghi, Camerlata fino all’indegna zona per auto di Grandate (che pure non mancava di spazi adeguati).

Ci voleva tanto a riprogettare stazioni moderne con parcheggio auto, fermata del Bus e quel poco di accoglienza necessaria che aiuta anche a garantire la sicurezza dei passeggeri? Le poche nuove stazioni (in provincia di Milano) sono solo nuove architetture, ma disperanti spazi collettivi. Un incubo.
Ci son voluti anni (circa sessanta!) per cambiare l’estetica delle siepi tra Como Lago e Borghi e non si è ancora dato il via al progetto di una stazioncina presso il triste e inutile Autosilo della Valmulini. Non erano grandi opere, necessarie d’interventi finanziari faraonici, ma si tratta di piccoli interventi atti a migliorare il servizio.

E le vecchie carrozze ancora in funzione? E gli scaldini ancora a arrostenti? E quel velluto rosso delle prime classi declassate (contiamo microbi e batteri)? E i vetri perennemente spalmati? E le croste sui pavimenti? Per non dire dei finestrini bloccati; delle tendine puzzolenti; delle porte scorrevoli che non scorrono; del costo del biglietto che non è poco e dei treni che, dalle 21 in poi sono scomparsi. Tornare da Milano a quell’ora si può solo con l’auto. Bella politica dei trasporti.

Diamoci una mossa Azienda FNM e cerchiamo di arrivare in orario almeno una volta con la Storia.
Gerardo Monizza


02 marzo 2007

 

Candido Candidato

Da dove viene Dove va
Il Candidato è un eroe o un furbo? Insegue l’ideale del bene comune o il sogno del proprio interesse? Ha una storia (esperienza, saggezza, capacità), un presente (onestà, lealtà, competenza) e un futuro? Il suo passato è “candido”, il suo presente è pulito e il suo domani rimarrà immacolato?

Il Candidato non deve essere l’Uomo della Provvidenza (come disse il cardinal Gasparri di Mussolini il Conciliatore) o l’Unto del Signore (come sostiene Berlusconi di se stesso) ma l’Eletto dal e del popolo. Solo così il Candidato interpreterà correttamente il ruolo che si è scelto (in quanto nessuno l’ha davvero obbligato) e il compito che il suffragio popolare gli ha confermato.

Il Candidato è un po’ candido (ma non scimunito), genuino e bianco come la veste che indossavano coloro che intendevano farsi eleggere in Roma (da lì il nome). Colore bianco, simbolo forte che anche in grisaglia, doppiopetto, maglione, cachemirino o jeans resta intatto. Innocente ma non vergine (un po’ di vissuto ci vuole), semplice ma non banale (irrita la sciocchezza fatta cultura), puro ma non astratto (perché la concretezza è importante), luminoso e non vanesio o brillante (solo in televisione). Ecco dunque il Candidato ideale: sapiente, informato, comunicativo mai arrogante o supponente. Fermo nelle idee ma non scioccamente bloccato nei princìpi o nelle convinzioni personali. Aperto al dialogo, capace di coinvolgere nei progetti, in grado di ascoltare, interessato alle diverse opinioni, abile nel mediare. Il Candidato locale – inoltre – deve sentire ogni giorno gli umori dei cittadini, farne crescere le aspettative, dimostrarsi capace di collegare la periferia con il centro e dimostrare direttamente ai propri elettori di essersi guadagnato il posto (e le responsabilità). Insomma: non un figlio di puttana.
Gerardo Monizza

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