20 novembre 2007

 

Un fiore nell’angolo

Un barbone muore dal freddo e un pochino ti spiace. Non tanto e non più del necessario che è quell'appena percettibile nel profondo delle viscere che, se non sei di mestiere una kapò, ti prende alla sprovvista.
Perché t’accorgi che fai niente o poco per risolvere la questione e che, se ti capita, è più facile che t’incazzi vedendo un barbone avvicinarsi piuttosto che rivolgerli soltanto una parola, un saluto, un sorriso.
Non si tratta di fare il santo Curato d’Ars o neanche d’imitare quell’antipatica di quasi santa Madre Teresa di Calcutta; qui la questione è più semplice ed è personale e politica. Nulla sappiamo del perché e del percome alcuni uomini e donne girano senza casa e senza meta per la città, per anni e anni, senza che s’interrompa il loro vagare assurdo.
Qualche brava persona (anche giovani) si dà da fare per alleviare almeno un poco le loro pene, per sedare la fame, per dargli un abito, una coperta. Un letto è più difficile perché i barboni (e le – come si dice? – barbone?) non amano farsi condizionare, stringere, controllare.
Sono spiriti liberi, fuori (volontariamente alcuni e forzatamente altri) dal sistema sociale produttivo e assistenziale. Non sono migliaia ma bastano quei pochi a dare il segno di un disagio (il nostro personale) e di una sconfitta che è tutta politica.
Qualche volta muoiono e di solito in modo imbarazzante e non per malattia (che son coriacei) ma per fame e per freddo. Cose antiche, antistoriche e superate. Per fortuna che, nel luogo della morte di un barbone morto di freddo, qualche anima umana non dimentica di mettere un piccolo fiore giallo. Per non far finta di niente.
Gerardo Monizza

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