22 maggio 2007

 

Politica-mente

[Quel che non sappiamo]
Si critica tanto la politica e si sbeffeggiano molto i politici arruffoni, praticoni, approssimativi e ladri. C’è molto di vero in tutto ciò, ma la reazione sembra eccessiva e sproporzionata. Gli italiani, dopo aver scoperto che “l’arte del governo” non è una verginella l’hanno buttata velocemente via. Tutta.

Da quindici anni in Italia non si hanno più dei veri partiti bensì associazioni, gruppi, movimenti soprattutto locali, localistici, localini con nomi da piantine e giardinetto o con riferimento al campanile e all’avventura (azione, alleanza, forza…). Ha senso? Nemmeno nel nome tali organizzazione hanno agganci con i partiti “storici” europei e ci si domanda con quali argomenti si trovino – i vari rappresentanti – al Parlamento europeo.
Tutti contenti d’aver abbattuto il Muro di Berlino con il comunismo (gloria di papa Giovanni Paolo II) e poi d’aver cancellato i partiti (merito di Di Pietro) il resto è azione da cortile ovvero: molto starnazzare e poco immaginare.

Cosa pensa il popolo italiano della politica, dell’amministrazione pubblica, del sistema in generale? Solo odio e orrore!
Sono le reazioni più comuni e anche generate da qualche non immotivata ragione. Tuttavia, se la macchina è complessa, non può funzionare senza la totalità degli ingranaggi necessari, ma qualcosa - purtroppo - impone ai cittadini sconfortati di ficcare il cacciavite dentro gli ingranaggi.

C’è una diffusa ostilità – ormai non più celata – verso qualsiasi tipo d’autorità; manca il senso del dovere personale mentre cresce quello dell’invidia. Non è dunque la consapevolezza dei modesti risultati ottenuti dai singoli rappresentati (al Parlamento o in Municipio) ad irritare i cittadini, quanto la degenerazione personalistica (e i privilegi) di coloro che dovrebbero guidare Stato, Regione, Provincia e Comune.

La scalata dal basso sembra (ai moltissimi che stanno fuori dalle liste dei candidati) solo l’inizio di carriere tutte tese al benessere individuale e non al bene comune. È una reazione comprensibile, ma non giustificabile e soprattutto non legittima l’atteggiamento di disinteresse e di distacco dall’elaborazione dei progetti e dei programmi che sembra aver caratterizzato questi ultimi lustri della vita comune italiana.
Il cittadino critica, ma non sa, e quel che è peggio non vuole sapere. Lo studio e l’approfondimento costano impegno e fatica e tempo e discussioni a non finire eppure è necessario rialzare la testa per affrontare con una visione chiara e con coraggio l’enormità e la molteplicità delle politiche sociali, economiche culturali, educative, istituzionali….

Bisogna spegnere la Tv e riguardare le proprie cognizioni; in mancanza? Farsele (o rifarsele) partecipando con altri (anche meglio preparati o solo disponibili al confronto) ad ogni tappa del percorso. Arrivare solo alla fine, criticando, serve a poco. Dunque: ascoltare gli altri, condividere le sensazioni, escludere le scelte che favoriscano esclusivamente i propri interessi personali e – se serve – aggiornare, modificare, migliorare le proprie idee. Dopo si può anche criticare e – al limite – non votare. Così si fa politica.
Gerardo Monizza


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