07 maggio 2007

 

Cultura e costi

Cose e pensieri.
Ma quanto (mi, ci) costa la cultura? Sempre poco, sempre troppo. Francamente (ma è un primo pensiero) che la faccenda sia misurata, pesata, valutata in euro fa schifo. Si può pensare ad un quadro “per quanto vale” al metro quadro? ad un concerto per il costo del biglietto d’ingresso? Ad un libro per il numero delle pagine o la confezione? Volgare!

Mozart, Calvino, Bach, Berio, Manzoni, Nono, Zero (Renato), Verdi, Rossi (Vasco) quanto valgono? E tutta questa è cultura? De André è meglio di Battisti? Gould meglio di Michelangeli?

Il tema non è da poco ed è anche un bel problema per le pubbliche amministrazioni. Da cento o duecento anni, dalla fine del mecenatismo principesco e reale (che trovava vantaggi nel possesso della “cosa d’arte” che sia un edificio, un quadro, una musica) si è arrivati all’investimento. Tappa piccolo borghese che stabilisce come la cultura sia un accumulazione transitoria del denaro (gli invisibili caveau della banche sono il massimo) in attesa di rivalutazione. Niente di estetico. Ora si è al nazionalpopolare con la “cultura è di tutti” e ”per tutti”. Ma chi paga?

La cultura dunque costa: in capitali (per mantenere la struttura, soprattutto pubblica) e in realizzazioni (per mantenere attiva la struttura pubblica e l’organizzazione privata). Ha senso? Non molto e soprattutto perché, finita la disponibilità economica, chiusi gli anni delle estati culturali, s’è visto come sta andando a finire: tutto ridotto all’osso. Qualcuno sottolinea la miopia di chi non vede bene il risultato e preferisce investire in sport, in eventi modaioli, in feste sprecone. Ci vogliono soldi anche per quelle e sembra che il ritorno sia assicurato: in rassegne stampa, in eco, in cronaca.

La “cosa” culturale ha un ritorno più lento, magari apparentemente nullo. Come misurare il gradimento di centomila visitatori ad una mostra d’arte? È la critica specializzata che giudica? Come a teatro o al cinema? Si sa – comunque – che botteghino e teste pensanti non vivono sullo stesso pianeta.

Ci sono un milione di associazioni culturali benemerite ed altrettante tenute insieme dalla fantasia di qualche spericolato/a culturista. Dove sta il meglio, il bello, il giusto, l’estetico, l’emozionante, il vero? Dobbiamo aspettare una visita (notturna) di Sgarbi per decidere?

Una pubblica amministrazione, una Regione, una Provincia, un Comune, come possono arrogarsi il diritto di scegliere questo o quello in base solo al costo di realizzazione o all’appartenenza politica (fraterna connivenza tra chi decide e chi opera nel settore)?

Il malumore generale di un settore, quello culturale, in cerca di identità è oramai giunto al termine; purtroppo oramai sono tutti scrittori, poeti, artisti, teatranti persino cinematografari. È bello vedere una così capillare diffusione delle arti, ma è difficile scegliere. Molti vogliono solo sovvenzioni eppure la maggior parte chiede magari un sostegno organizzativo, nella comunicazione, nella diffusione di un progetto o di un pensiero.

Anche i giornali hanno il loro bel sostegno statale (con quel che costa la carta e col poco che leggono gli italiani…); perché negarla dunque ad un affresco celebrativo (che non vedrà alcuno), ad una scultura incomprensibile (ruggine troppo presto), ad un poeta decadente, ad un giovane pittore brillante. E i graffitari: son cultura o vandalismo? Sovvenzioniamo i teatri di tradizione e lasciamo andare la musica rock e scartiamo tutto il cosiddetto popolare, ma un festival mondiale del liscio avrebbe successo garantito (di pubblico).

Il dibattito è aperto da decenni senza arrivare ad una linea comune ed efficace. Non siamo dunque alla fine; semmai all’inizio di un ancora lunga e faticosa discussione che dovrebbe portare una luce nuova nel vago e fumoso rapporto tra la pubblica amministrazione e il mondo della cultura. Partendo subito da un tema caldissimo: la cultura serve davvero a migliorare l’umanità.
Gerardo Monizza


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