10 maggio 2007

 

Cultura Colture

Zappare e capire.
Parlare di cultura è come parlare di Dio: non si sa da che parte cominciare. Se non si presta la dovuta attenzione si finisce col partir da Dio arrivare alla chiesa, alla religione, alla fede e poi ai preti e anche all’otto per mille. Insomma: dall’immateriale alla sostanza.

Così per la cultura. Dall’immenso significato (ovvero: il complesso delle conoscenze intellettuali e delle nozioni che contribuisce alla formazione della personalità; educazione, istruzione e, insieme delle conoscenze e delle pratiche collettive di una società o di un gruppo sociale) al discutibile sistema delle strutture dove la cultura (alta e bassa) si pratica: teatri, cinema, biblioteche, musei, scuole e – perché no? – chiese.

Cultura – dunque – come espressione visibile, organizzata, codificata e accettata di una comunità, delle genti di un paese, dell’insieme di uno Stato. Un tempo aveva, la cultura, anche i propri confini e farla espatriare era compito delle classi “alte” e dei viandanti; di coloro che per rango possedevano gli strumenti per capire, elaborare, migliorare e comunicare. Ma anche di quelli che per lavoro, commercio, guerra o fame camminavano lentamente per il mondo conosciuto e sconosciuto portando altrove il bagaglio delle loro conoscenze.

Lo scambio tra corti e cortili, chiese e conventi, famiglie e osterie fu, per secoli, un modo per trasmettere la cultura da un territorio all’altro. Vi erano dei filtri naturali (soprattutto il tempo lungo impiegato dalle persone e dalle notizie per “viaggiare”) che favorivano un’utile sedimentazione delle idee, dei cambiamenti e delle mentalità. Ora non più. La cultura nuova entra direttamente in casa. Senza filtri.

Meglio? peggio?

Diverso e veloce. Le culture si confrontano, ma senza comprendersi. Essendo il risultato di un’elaborazione millenaria non possono (e forse non devono) immediatamente mischiarsi. Come animali che si guardano prima da lontano, poi si scrutano, si annusano fin nelle parti basse (la cultura è spocchiosamente “alta” ed efficacemente “bassa”) anche le culture dovrebbero iniziare a fissarsi. Ormai occupano contemporaneamente lo stesso spazio reale e virtuale senza più limiti né frontiere. Perché dunque combattersi?

Ha ragione perciò chi sostiene che anche nel micro spazio locale di un medio comune non si debba parlare solamente di identità e di radici, ma che sia necessario alzare lo sguardo dalla propria zolla e guardare oltre. Cosa può cambiare?

La zolla, il piede, il badile restano gli stessi anche se lo sguardo spazia oltre il recinto nel quale si è deciso di zappare. Guardare oltre la rete di protezione è invece il primo modo per capire che zappare zappare e zappare sempre con lo stesso sistema, nello stesso posto, la stessa terra non sicuramente produce buoni frutti e, non sempre, così necessari e apprezzati.
Gerardo Monizza


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