02 aprile 2007

 

Ronde padane

Sistema educativo.
Madre, padre, figlio si amavano?
Oddio, una loro condizione d’amore la vivevano, o così credevano. La madre amava il padre. Una stagione l’aveva anche adorato; non mille anni prima, ma venti sì. Giusto il tempo di vederlo cambiare bel fusto che era in brontolo, pisolo, eolo. Quasi tutti i sette nani. Dotto no, non lo era neanche da giovane. A parte il fatto non secondario che si trattava di un ragazzone - allora! - e di un omone, adesso. Così, oggi, lo amava di quell’amore cauto, anche sincero, ma sempre distaccato che riteneva doveroso per una moglie. Come Biancaneve i suoi piccoli amici.
Non che la donna avesse un principe, un amore clandestino. Neanche un vicino disponibile; tuttavia qualche pensiero, un sogno, un avanzo di desiderio restavano in un angolo della sua mente libera da passione. Era questo amore?

Lui, il padre, amava la madre? Vent’anni prima gli piaceva un sacco; era davvero la più grandiosa del gruppo. Poi un tantino s’era sfatta: si sa, la gravidanza, il lavoro, le preoccupazioni e tutti i casini della famiglia da mandare avanti, che era anche brava. L’apprezzava, questo di certo, per la sua capacità di tirarlo fuori dai problemi che a lui pesavano troppo. Era utile. In quanto all’amore, non che avesse un’altra donna. Non né aveva tempo perché c’è la bottega da mandare avanti e neppure tanta voglia. Monumento di carne piuttosto pigro, era frenato dalla troppa fatica necessaria per nuovi e più eccitanti amori. Preferiva vociare contro questo e contro quello e tutto e tutti. Non gli andava bene niente.

Neanche suo figlio, il quale, di tanto padre non ricordava carezze, una frase gentile, un suggerimento o anche un avvertimento, un consiglio. Niente. Critiche, invece, a milioni.

Era questo amore? I temi per la scuola del tipo “La mia famiglia” lo terrorizzavano. Restava davanti al foglio anche per ore consumando la matita e ingoiandone pezzo a pezzo tutto il legno e la grafite pur di non scrivere. Avrebbe trangugiato anche una stilografica di marca.
La madre amava il figlio. Carne della sua carne, sangue del suo sangue; si trattava di una cosa naturale, senza alcun vero sentimento. Era sufficiente ritornare a casa all’ora giusta: questa casa non è un albergo gridava appena poteva, studiare, non essere maleducato, usare un linguaggio decente. Che vocabolario, diceva la madre quando gli eccessi oltrepassavano le “tavole della decenza”. Lo dico a tuo padre e il rimprovero finiva lì.

Questo triangolo d’amor familiare era tracciato con linee incerte, spezzate, variabili e molto elastiche, facendone un disegno di geometria domestica senza logica. Non era, purtroppo, il solo poligono del genere in paese.
Altri, molti, troppi nuclei familiari vivevano le stesse incertezze d’amore. La madre ne soffriva senza sapere perché, il padre non capiva e tanto, quello che fanno gli altri non mi interessa, il figlio incominciava a vivere la sua vita di essere umano senza radici e senza futuro. Soprattutto senza amore e come tutti, alla sua giovane età, si esponeva ai rischi di azioni sceme, incontrollate, pericolose.
Il padre sbraitava se si va avanti così e la madre lo quietava sta calmo, che ci sentono. Chi ci sentono se tutti stavano urlando allo stesso volume. Lei lo incalzava se parlassi un po’ con tuo figlio, ma lui pronto replicava che non mi sta neanche a sentire. E poi ho da fare.
Aveva infatti un nuovo impegno: girare di sera per la zona, armato di tutta la sua mole, a far da can pastore al gregge disperso della gioventù bruciata. Ragazzi senza un valore e senza sale in zucca, si dicevano in coro lui e i suoi compagni di ventura, pensando: chissà che cosa gli insegnano in famiglia.
Gerardo Monizza


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