04 aprile 2007

 

Chi di parole ferisce di scritta perisce

Controllato a vista.
L’Arcivescovo fu avvisato per secondo. Il primo – stando alle cronache – sarebbe stato il sacrestano costretto ad una levataccia. Non poteva fare altrimenti, il pover uomo, che andare a cancellare l’ignobile scritta: “Arcivescovo vergogna”. Non era neanche sicuro che si trattasse di un insulto, ma l’ordine era chiaro: cancellare. L’Arcivescovo non se la prese neanche tanto: sono i rischi del mestiere, pensò.

Tra il primo e il secondo avvisato, tra l’Arcivescovo e il sacrestano, comparve furtivamente anche un fotografo. Dilettante o professionista non si seppe mai, ma l’immagine della scritta sul portone del Duomo fece il giro del mondo. Si scatenarono tutti: dal Ministero dell’Interno all’agente di guardia alla Questura e tutti con la fregola di rendersi utili, di trovare il colpevole, di cancellare l’onta.

Piccola cosa, si ostinava a dire l’Arcivescovo, non perfettamente conscio di aver semplicemente paragonato le unioni civili di esseri umani adulti e consenzienti con le unioni carnali di altrettanti esseri umani e consenzienti. Insomma: sposi e deviati. Un accenno alla pedofilia aveva arricchito il piatto.
L’Arcivescovo guardò fuori dalla finestra, verso la facciata del Duomo, oltre la piazza. La scritta era scomparsa quasi del tutto sotto il pennello del sacrestano.

È arrivata, annunciò il segretario. Fatela entrare, concesse l’Arcivescovo. Entrò una donna di media altezza, magra, elegante. Indossava un tailleur nero ed aveva i capelli lunghi, biondi e raccolti in una lunga coda dietro le spalle. Erano morbidi e lucenti. L’Arcivescovo osservò che era una bella donna e che, per un curioso inciampo del destino, era stata scelta per diventare la sua guardia del corpo. Del corpo, pensò.
Le presentazioni furono semplici e informali come si conveniva a due parti di uno stesso insieme: quello ecclesiastico e quello poliziesco. Convennero subito che la Guardia non si sarebbe nascosta e che il rapporto con il Corpo sarebbe stato dichiarato, espresso. Tutto in pubblico e niente in privato. Nella sua casa episcopale l’Arcivescovo, già protetto dal clero, avrebbe continuato la sua vita di sempre, con discrezione e in riservatezza. Fuori, per strada, la Guardia avrebbe preso – come dire – possesso del Corpo mostrando il massimo grado dell’efficienza. Così fu.

L’impresa più difficile fu convincere i cerimonieri che una Guardia avrebbe partecipato alle funzioni civili ed anche a quelle religiose. In che veste, si domandarono, e con che abito? Naturalmente in borghese, con un vestito sobrio e di semplice eleganza. Statale, ma non poliziesco. L’accordo, almeno per l’apparenza, fu raggiunto.
Per un paio di inaugurazioni, un convegno, una visita alle carceri e una cena al Rotary non vi fu bisogno neanche di presentare quello che era un servizio dovuto alla sicurezza dell’Arcivescovo. Quasi nessuno vi fece caso. Il problema arrivò con la Settimana santa.
Ricca di cerimonie severe e lente, la liturgia della Settimana di Passione, prevedeva la frequente presenza dell’Arcivescovo e sempre al centro dell’attenzione. E perciò la Guardia si accompagnò al suo Corpo con la dedizione che l’incarico richiedeva e con la competenza che il mestiere le dava. Fu quello l’aspetto di molte cerimonie. L’Arcivescovo al centro dell’altare, seduto sul tronetto, inginocchiato a pregare, alla balaustra a distribuire la comunione, all’ambone a leggere o predicare e sempre, sempre con accanto la sua Guardia. Come un angelo custode.

Ne parlarono i giornali, la gente chiacchierava, i miscredenti ridevano, ma la Guardia restava impassibile a far il suo dovere protettivo. La sera del venerdì santo, prima della processione tradizionale, l’Arcivescovo chiamò il Segretario che chiamò il Questore.
Corpo e Guarda si ritrovarono faccia a faccia e non fianco a fianco come avveniva da giorni. Ho deciso, disse l’Arcivescovo. Comprendo il disagio, ma non capisco, rispose la Guardia. Non c’è nulla da capire e non è certo colpa sua, ribadì l’Arcivescovo, ma io mi trovo in imbarazzo e soprattutto in questi giorni. Silenzio. Non capisco davvero, fu la risposta della Guardia. Vede, rispose l’Arcivescovo, mentre leggerò i brani della Passione di Nostro Signore non potrò fare a meno di pensare a quel che avvenne davvero nell’Orto degli Ulivi. La guardia continuava a non capire, ma l’Arcivescovo fu pronto a spiegare: Penso a Gesù che sapeva di andare sulla croce e non aveva che tre apostoli addormentati a fargli da guardia.

E perciò? Lo interruppe la Guardia. Perciò immagino che sia giusto lasciar perdere. E se vi sarà qualche rischio lo correrò… volentieri. Vede, continuò l’Arcivescovo, in fondo Gesù conosceva esattamente quale sarebbe stato il corso degli eventi, mentre io… La Guardia lo scrutò perplessa: Appunto. Mentre lei? L’Arcivescovo andò verso la finestra per riguardare, oltre la piazza, la scritta ormai sparita: Non ho espresso altro che opinioni… opinabili. E tirò la tenda come chiudendo il sipario su una scena triste che non avrebbe voluto mai interpretare.
Gerardo Monizza

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