22 marzo 2007

 

Sicurezza a tutti i costi

Telecamere invasive.
Le telecamere sopra tutto e tutti. La nuova idea della sicurezza passa solo dall’obbiettivo elettronico. È una soluzione tanto voluta dall’Assessore alla Sicurezza del Comune di Como il quale - finalmente - è riuscito a piazzarne ovunque. Alla gente piacciono persino perché “danno sicurezza”. Sette in centro e già sistemate, una in via Foscolo attiva da tempo; una quarantina all’autosilo (di via Auguadri) altre quattro agli angoli del Monumento ai caduti sono in arrivo e, sogno finale: coprire tutta l’area dei Giardini pubblici.

Si potrebbe suggerire di metterne in Duomo (alla messa di mezzogiorno della domenica c’è un sospetto chiacchiericcio) oppure alle bancarelle del mercato (dove c’è un certo borseggio) o anche sui battelli. In funicolare ci sono già, ma guardano a monte e a lago. Mancano – chissà perché – in Consiglio comunale luogo davvero perfetto dove sperimentare i controlli a 360gradi.

La concezione esasperata di una sicurezza totale (idea, diciamolo, un po’ di destra) trova parecchi sostenitori anche tra gli insospettabili. Perché ai magistrati fornisce prove (peraltro solo indiziarie); alle donne una protezione immaginaria; ai genitori una vaga tutela ed ai cittadini dà l’illusione di essere tranquilli. I delinquenti – tuttavia – sanno dove passa il micidiale raggio d’azione e per agire si spostano di un centimetro ed è fatta. Come del resto i vandali: giovinastri nottambuli e spesso impulsivi, stupidi ma non scemi. Sanno riconoscere una telecamera da un lampione ed è sufficiente che si nascondano sotto il cappuccio o il berretto.

La sicurezza garantita dalle telecamere non serve (o serve a poco) perché – soprattutto - non è educativa. Pretendere di coprire tutto il territorio comunale è un’idea bislacca, inutile, irrealizzabile e costosa. Illudere i cittadini è politicamente scorretto. Oramai esasperati chiedono di piazzarle ovunque: in via Milano alta (appena entrano in fibrillazione razzista), in via Cantù (appena rovesciano i vasi), in via Ballerini (appena i giovani alzano la voce). È sufficiente un sospetto, un rumore o che succeda davvero qualcosa che arriva la richiesta di garantire la sicurezza con un bell’occhio elettronico.

Ecco: la sicurezza.
Parola oramai nel gergo politico comune e nei programmi dei partiti. Non se ne era mai sentito parlare, neanche da sinistra, nemmeno quando i tempi non erano tranquilli. Sono i vantaggi del progresso tecnologico? E così “sicurezza” (e se incominciassimo a parlare di prevenzione, precauzione, formazione…) oramai ha sostituito completamente “educazione” e “civiltà”. Parole difficili e prive di modernità.
Gerardo Monizza

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