21 marzo 2007

 

Capi mancanti

Teste senza prestigio.
I capi sono in crisi. La massa si muove senza guida e c’è chi teorizza un nuovo anarchismo diffuso, non ideologico, ma pratico. In realtà, quello che manca è la sostanza della tribù. Magari resiste il “branco”, aggregazione improvvisata di individui occasionalmente riuniti per una scorribanda o per una violenza; gente senza legge, senza patria e senza morale, ma la tribù è un’altra cosa.
Oggi, il gruppo costituito attorno ad un luogo, un modello di vita, ad una necessità sociale, ad un’idea (magari anche ad un ideale), sostenuto da un’identità e che si riconosce in una cultura, fatica ad esistere e sopravvivere. Figuriamoci se accetta un capo.
Il capo-tribù è dunque in via d’estinzione e se, lui, chissà “chi crede di essere” non “sa chi sono io”. Difatti, lo scontro in atto tra le forti personalità dei tanti individui che vivono nel nostro mondo non consente ad alcuno di primeggiare sugli altri. I Capi che resistono, come superiorità d’immagine e autorevolezza, si contano sulle dita di una mano e, perlopiù, sono autorità religiose. Il loro fascino morale e la loro sapienza sono riconoscibili e riconosciute da vaste folle e anche dai molti che a quelle tribù non appartengono. Quei capi sono accettati perché non hanno – di solito, nella loro posizione – nulla da perdere o poco da guadagnare.

I capi-popolo, quelli che stavano davanti alle masse ad indicare la strada, sono rarissimi e – oggidì – pressoché spariti. Se talvolta ne compaiono, spesso assumono (impropriamente) il ruolo, ma sono facce televisive, voci digitali che si alzano dal deserto del pulviscolo elettronico, immagini virtuali che non lasciano il segno e che rimarranno tangenti alla Storia.

L’esplosione della cultura di massa e una maggiore consapevolezza della politica (da cui deriva – inevitabilmente – il distacco supercritico e la noia dominante), sostenute anche da un martellante sistema informativo (di giornali e televisione e internet) espongono i capi (o presunti tali) alla berlina quotidiana ed alla critica costante. L’una pretende una correttezza non solo formale negli atti e nelle decisioni; l’altra un’intelligenza operativa e una tale fantasia politica che pochi possiedono e che tanti, tra capi ed aspiranti, mai avranno. Da qui, a lasciar vuoto – volentieri - il posto di comando, il passo è breve.
“Carisma”, si chiamava al tempo della dedizione totale e dell’impegno nei vari campi dall’imprenditoria alla politica, passando per quello dell’educazione e della cultura; ora, il “prestigio personale, la forza di persuasione e le innate capacità di comando” che il capo dovrebbe posseder per far presa sulla tribù, sono qualità rare e - sempre - messe in discussione da tutti.

Sia in ambito locale (vedi Como e provincia) e nazionale, ma anche internazionale, sono venute a mancare figure di riferimento accettabili e che sappiano non tanto “piacere” quanto “indicare” un percorso, una strada, un progetto, magari anche solo un’idea o almeno un sogno. Tutti presi nella rissa verbale e nello scontro della politica bollita o nei disastri dell’imprenditoria stracotta, i capi sembrano camerieri che servono in tavola, mentre gli altri della tribù si abbuffano su un menu già deciso, chissà dove e chissà da chi.
Gerardo Monizza


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