28 febbraio 2007

 

Idee e Partiti

Una strada senza meta
L’Italia è, probabilmente, il paese con il più alto numero di partiti politici. Sicuramente è quello con la maggior quantità di idee diverse ovvero con il minor numero di idee condivise. Espandendosi lo stato di democrazia si è conseguentemente allargato il concetto di politica personale. Che non è, come dovrebbe essere, il pizzico di sale o il tocco di spezie su un piatto comune bensì il prevaricante sapore che tutto sovrasta. La mia idea sopra tutto e tutti.

Non ascoltando, non confrontando, non modificando nulla della propria “essenza” il risultato è, gastronomicamente, un pastone; politicamente, un pastrocchio e, socialmente, una puttanata. La continua nascita di partiti, partitini ovvero correnti fluttuanti va collocata nell’incapacità di avviare un confronto diretto tra forze sociali e culturali e politiche che già operano – almeno si spera – nella stessa direzione.

Invece: incapaci di definire una meta i “navigatori” discutono all’infinito della strada da percorrere, ma la politica e la pubblica amministrazione non sono una gita domenicale, né un film da scegliere. Frammentarsi continuamente non ha dimostrato – almeno in questi anni – di portare ad una compattezza operativa che – nel piccolo della città e nel grande del paese – abbia ottenuto risultati soddisfacenti. Il concetto di campanile, di parrocchia è più diffuso di quello di chiesa: non c’è l’idea di stare insieme condividendo anche i momenti aspri e opposti, necessari per far crescere le idee e, da queste, i progetti e, infine, per avere in comune le soluzioni.

Ogni gruppuscolo che trovi un qualche punto in collegiale (che so: traffico, trasporto, solidarietà oppure affari…) si lancia facilmente dal trampolino finendo – solitamente – col battere la testa sopra le basse percentuali. Addirittura c’è chi, forte di un consenso personale (munto in precedenza dalla grassa vacca di un partito più forte) si illude di cavare dall’urna qualcosa che assomigli ad una elezione. Raramente riesce.

Il risultato generale è una perdita di energie altrimenti utili per elaborare davvero piani di intervento realistici o progetti non campati per aria e inventati un paio di mesi prima del voto. Le idee, di fatti, non mancano mai; ciò di cui si sente la mancanza è la costanza del metodo e la coerenza dell’individuo. Un buon procedimento consentirebbe di realizzare la maggior parte delle proposte mentre l’armonia tra le persone eviterebbe la costante, quotidiana, dannosa perdita di tempo. Ma questa è Italia e questa è Como dove le sfide contano più degli impegni presi con gli elettori e dove passare da un banco all’altro non sembra essere una preoccupazione morale.
Troveremo dunque amici di ieri fronteggiarsi su finti campi ideali lasciando le truppe degli elettori sconcertate, infastidite, indebolite. Col bel risultato che l’attenzione alla politica (e alla pubblica amministrazione) diventa sempre più distratta e la partecipazione più difficile.

Per cosa?
Per un posto sicuro in uno scanno comunale? Per un assessorato provinciale, regionale? Allora vuol dire che la politica è uno schifo? Che sono tutti uguali? Che è un mangia mangia? Che ciascuno pensa per sé?

Nel momento storico in cui il qualunquismo rischia di diventare realismo l’attenzione deve forzatamente spostarsi dal personalismo al bene comune; un concetto semplice, ma che sembra essere preceduto – sempre – dagli interessi personali e del gruppo o dalle idee portate avanti come armi e non come segno forte da condividere col maggior numero di cittadini. È chiedere troppo?
Gerardo Monizza


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