25 settembre 2006

 

Moschea Impossibile

Speculazioni infedeli
La questione della moschea a Como sta diventando una faccenda incontrollata e che metterà in difficoltà i già tesi rapporti tra le comunità dei credenti (o sedicenti tali) cattolici e musulmani. Immaginare che la questione si possa risolvere con qualche concessione di terreno o un capannone o qualche tendone temporaneo significa non saper valutare il peso di un’operazione di edilizia altamente simbolica. I cattolici dovrebbero ben saperlo (se avessero studiato almeno un poco di storia della loro religione) che le chiese sono sempre state il punto d’arrivo di discussioni interminabili tra il significato dell’edificio e la sua collocazione dentro il territorio di una comunità.
Fermare il cammino della Storia è dunque impossibile, anche deviarne il corso sembra persino imbarazzante (cioè: la moschea si faccia altrove…).
Per i non credenti, per gli atei una nuova moschea, come una nuova una chiesa potrebbero essere considerate non solo faccende private delle rispettive collettività, ma anche un impiccio da valutare solamente per il suo impatto ambientale, per il suo eventuale valore architettonico, per le implicazioni urbanistiche e relativi oneri.
In una città civile la Pubblica Amministrazione avrebbe convocato i richiedenti valutandone le richieste, le necessità e le possibilità economiche per l’acquisto del terreno, analizzando il progetto di realizzazione e discutendone lo sviluppo futuro. In una comunità consapevole anche i musulmani avrebbero potuto presentare regolare domanda per l'erezione del tendone provvisionio. Non l'hanno fatto (e nascondersi dietro la solita lagna dell'impossibilità di un dialogo con le istituzioni locali si presta - come s'è visto - a speculazioni ignobili. Per prevenire l'intervento delle forze dell'ordine e il conseguente smontaggio non bastava una raccomandata all'ufficio competente?). Il tendone peraltro "abusivo" era anche una vera schifezza antiestetica.
Ma a Como dove, ad una parte musulmana francamente irritante, si contrappone una parte catto-amministrativa apertamente (e inutilmente) arrogante puo succedere di tutto. Col risultato che la necessità si fa pressante ad ogni scadenza del calendario religioso musulmano e la risposta si allontana senza che vi sia una qualche plausibile ragione.
Oramai son tutti teologi e – soprattutto – esperti nelle varie religioni e si prodigano in avventate discussioni sul merito specifico delle liturgie altrui, coprendosi di ridicolo.
L’ultima trovata è quella di lasciare che una proposta priva di senso possa sembrare un’idea intelligente. Vendere – infatti – una porzione dell’ex eremo di San Donato (a mezza costa tra Como e Brunate) è così assurdo che neanche meriterebbe discuterne. Ma c’è chi lo fa: consiglieri comunali (pronti a stracciarsi le verdi vesti), preti locali che estraggono dal Diritto canonico le solite magiche norme (non si può facilmente sconsacrare una chiesa) come se la città non fosse già punteggiata di ex chiese (le più note: San Francesco, Sant’Antonino – poi cinema porno -, San Pietro in Atrio – a lungo pretura e macelleria di maiale…) lasciate senza vergogna al degrado.
San Donato, tra l’altro, è un condominio ora abitato; piccolo, con un cortiletto di 200 metri quadri e una chiesina davvero minuscola. Ha senso proporla come moschea? Immaginiamoci qualche centinaio di fedeli che parcheggiano sulla curva della strada per Brunate e che si stipano nel minuscolo edificio… Incredibile.
Invece no. Se non fossimo a Como si potrebbe pensare ad una bufala, uno scherzo goliardico, una carnevalata. Eppure sembra un’idea seria e – persino – se ne discute. Insha'Allah?
Gerardo Monizza

23 settembre 2006

 

Telecamere a controllo

Soluzioni virutali
Giuro: tiro fuori il flobert e la tiro giù. Se mettono la telecamera in via Vittorio Emanuele a Como per – come dicono – “combattere la microcriminalità e i graffitari” non regge neanche mezz’ora: il tempo di attrezzarmi e il suo onorato incarico di vigile elettronico finisce.
Sto parlando seriamente anche se la proposta è – come sempre in questo campo – tragicomica. Tragica perché il tema della sicurezza dei cittadini è un argomento serio e che andrebbe sviluppato in altri modi (con più condivisione umana e sociale dei problemi e con meno tecnologia o insufficiente ideologia); comica perché magari finisce che la legge sulla privacy la blocca.
Sono nato, vivo e risiedo in centro storico; ho subìto – nel tempo – almeno una decina di furti denunciati (e qualcun altro meno significativo) e mai, mai metterei una telecamera all’ingresso della mia casa. C’è gia il vero “Vigile elettronico” che ci controlla all’entrata e all’uscita; ci sono migliaia di sistemi di controllo di ogni nostra operazione quotidiana (carte di credito, tessere dei supermercati, tessere sconto, bancomat e altri mille aggeggi) e vivere per la strada principale della mia città con l’occhio perennemente acceso di una portinaia curiosa e invadente non posso proprio accettarlo.
Trovi un’altra soluzione, Assessore alla sicurezza; magari trasferendo il Suo ufficio sulla strada, in via Vittorio Emanuele o stando alla finestra. Faccia dei turni coi suoi collaboratori. Inventi qualcosa di più umano, di meno tecnologico; qualcosa che possa sbagliare, con cui discutere sui tempi e modi dei miei ingressi e delle mie uscite. Non voglio essere controllato, né archiviato, né in sospetto in modo digitale, definitivo.
Vedo già le facce degli amici vigili posti al controllo delle cassette registrate: guarda a che ora entra quello lì; guarda che faccia; ancora in giro; ma con chi è…?
Non ci pensi nemmeno. E’ una minaccia? Sì. Di raccogliere in un paio di giorni le firme necessarie per bloccare il progetto e, se questa democratica strada non fosse precorribile, di cercare il flobert. Dev’essere da qualche parte in solaio.
Gerardo Monizza

10 settembre 2006

 

L’ineffabile

Il poco e il meno
Oramai càpita come una predica settimanale l’esternazione costante del cosiddetto Primo Cittadino della città di Como. Primo certamente nella capacità di mostrare quel che fatto non è, ma che sembra. Di fatti: l’importante non è essere, ma apparire. Mostrarsi solerte, attento, disponibile, presente, operoso, energico, dinamico, partecipe della vita cittadina e veramente attento ai problemi è il suo obbiettivo. Soprattutto si dice capace di realizzare i GRANDI PROGETTI, scritto ovviamente tutto maiuscolo.
L’ultima predica agli uccelli (e non nel senso dei volatili) si legge su La Provincia di domenica 10 settembre 2006 ed è un vero godimento per lo spirito. Prendendola per quel che vale (cioè in ridere) non è una lettura inutile.
Alle puntuali domande del giornalista il cosiddetto Primo Cittadino solerte riesce a non dare neanche una risposta. Bravissimo. Un vero maestro di slalom. Ovviamente conosce bene la pista, tutti i pali e i paletti e le porte e persino le domandine trabocchetto che un giornalista deve per forza piantar lì nel percorso. Tuttavia, il Primo Cittadino operoso sa rispondere con fermezza: tutto fatto!
Spezzeremo le reni alla degrado! Alzeremo baluardi alle acque! Stenderemo strati d’asfalto e così via annunciando dal suo settimanale pulpito mediatico il mirabolante lavoro di quasi cinque anni da sindaco, tre da assessore e due da presidente dell’Acsm.
Il cittadino (e)lettore sa bene di cosa si tratta e di cosa il Primo Cittadino dinamico intende parlare: Ticosa, Paratie, Muggiò… tutte cose fatte o – insomma – che si faranno domani, forse dopo. E il Sant’Anna nuovo? Dopodomani. E la Tangenziale? Manca poco. La Trevitex di Camerlata? Ci stiamo accordando ovvero c’è convergenza nella maggioranza. Però – precisa – abbiamo fatto l’Autosilo della Valmulini. Domanda: ma è sempre vuoto. Risposta: si riempirà quando chiuderemo la convalle e non se ne parli più!
Che tempra, che idee, che capacità politica, che progettualità, che forza, che figura. Sì infatti. Che figura ci facciamo e non si dice in Europa, ma appena appena in Lombardia? Se il Primo Cittadino zelante continua con questo ritmo non resterà più niente da fare né a lui, né alla sua maggioranza futura e neanche – magari - all’opposizione. Meno male.
Gerardo Monizza

09 settembre 2006

 

Como vitale

Rivitalizzare o Truccare
Rivitalizzare più che una parola è un dogma. Per la cosiddetta Città Murata significherebbe “rendere di nuovo vitale” e quel “di nuovo” lascerebbe intendere che vi sia stato un tempo di vita precedente. Di vita migliore. In sé, perciò, una buona cosa. Tuttavia le amministrazioni, gli operatori dei settori coinvolti (commercio, alberghi eccetera) e persino alcuni residenti pensano sia la sola strada da percorrere. Dunque “una verità di fede” imposta come cura al lento (e inesorabile?) degrado socio-moral-commercial-culturale del vecchio cuore della città.
Più musica, più spettacolo, più eventi! Reclamano i giovani nati altrove e affatto desiderosi di abitare in centro. Obbligati – qui - ad andare a piedi sanno che la loro vita vera è altrove: dove sia più facile parcheggiare e mantenere collegamenti col resto “vitale” del mondo produttivo. In Centro storico rimangono “solo” i divertimenti con i bar, l’aperitivo e – appunto – qualche concerto nel tempo caldo dell’estate.
In tutto l’affannarsi di progetti rivitalizzanti si nota – da sempre – una certa ingenuità e – alla fine – un notevole conformismo. Scorrendo le idee suggerite dai giovani ricercatori del Centro Polis Maker si trovano analisi anche un po’ ovvie che portano a sostenere la predominanza di alcuni percorsi o luoghi su altri. Non è così anche a Roma, Venezia, Firenze e ovunque? Non è addirittura logico che una strada attragga più di un’altra? Perché? Per la presenza di negozi, ma il commercio non è sempre attraente e la strada del Palazzo dei Diamanti, a Ferrara, non ha negozi e tuttavia il luogo è molto e ben frequentato. Perché un turista dovrebbe spingersi fino alla modesta piazza di San Donnino a Como? Per il ricordo del battesimo al neonato poi illustre Alessandro Volta? Per le bellezze piuttosto comuni della chiesina? Oppure non frequenta la piazza perché “è fuori dai circuiti” anche se – tanto per fare un esempio – il complesso di Civate è frequentatissimo e per raggiungerlo bisogna scarpinare e sputare sangue.
Insomma: il problema non sta nel rivitalizzare i luoghi con artifici che portano vitalità effimera e temporanea. Spenti i riflettori anche il Museo Civico (peraltro interessantissimo) trova una normalità che è comune a migliaia di istituti ed istituzioni di alto valore culturale, ma di poca attrazione spettacolare. Così anche per la Pinacoteca. Ci fosse un “Cristo morto” del Mantegna sarebbe necessario fissare dei turni di visita, come anche al Cenacolo di Leonardo a Milano. Così vanno le cose nel mondo del turismo di massa dove il richiamo deve essere fortissimo e meglio se di altissima qualità.
La gente non è poi così tonta da doversi precipitare ad ammirare “l’astrattismo comasco”, la neoclassica via Volta o la cara vecchia mummia quando magari ha – in casa propria – il Museo egizio, una villa Palladiana o il Barocco leccese.
Ammettiamolo. Il Centro storico ovvero Città Murata è un luogo appena gradevole che ha i propri flussi e che difficilmente potrà spalmare tutti gli afflussi in tutte le strade. Il cinema in piazza Medaglie d’oro, per rivitalizzare il museo, o un mercatino in piazza San Donnino per dar sangue alla Pinacoteca sono – tra le altre sentite in questi decenni – idee anche un poco deboli. Non è meglio finanziare – insieme alle pur utili grandi mostre – anche tali enti per quello che hanno e per quello che valgono? Altrimenti finisce come aveva preannunciato un consigliere comunale di qualche anno fa: “Museo e Pinacoteca. Quanto rendono?” Niente! fu la risposta. “Allora chiudiamoli”. Risparmieremo un mucchio di soldi e anche qualche nuovo, disordinato, mercatino folcloristico.
Gerardo Monizza

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