23 luglio 2006

 

Scaccia Moschea

Politica dell’incomprensione
La struttura portante – detta anche maggioranza – della politica locale dimostra, appena può, la sua totale incapacità gestionale. Di qualsiasi cosa. Dei rapporti umani, soprattutto.
La presenza sul territorio comense di uomini e donne detentori di culture, mentalità e religioni diverse non scompone le locali granitiche certezze e – si suppone – solide fedi, ma rivela – negli atti costanti di alcuni amministratori – grettezza e inettitudine.
La questione della moschea a Como è uno di quegli atti incompiuti che possono rompere il delicato equilibrio nelle comunità conviventi. Da dieci anni se ne parla senza far nulla per trovare una soluzione. Altre città l’hanno fatto e persino la “cattolicissima” Roma (che per alcuni non è la capitale d’Italia, ma la sede del papato) ha disposto avvedutamente perché si realizzasse una moschea, degno luogo di preghiera per musulmani. In provincia di Como invece niente.
Nonostante la numerosa presenza di credenti e praticanti e le pressanti richieste della comunità musulmana il comune ha sempre risposto con atteggiamento procedente dall’indifferenza al sarcasmo.
“Se non hanno luoghi in cui farlo – ha dichiarato il sindaco Stefano Bruni – preghino a casa loro”. La proposta del sindaco (che ci sa fare sia coi numeri che con la teologia…) suggerisce una soluzione che, effettivamente, si basa su modalità e pratiche dissimili da quelle cattoliche. Il musulmano può pregare ovunque: in strada, in casa, al lavoro. Come di fatto fa.
Tuttavia la moschea non è un luogo opzionale, né alternativo a tali spazi più o meno occasionali diventando – invece – luogo privilegiato dell’incontro, del raduno, dello studio (coranico) della comunità locale.
Perché opporsi – dunque - con tanta acredine alla realizzazione di una moschea a Como (e a Cantù, a Erba o dove diavolo serve)? Per paura del diverso? del confronto? per non rischiare di mettere in dubbio le proprie certezze? oppure per assecondare e privilegiare l’atteggiamento di un clero ansioso e di gerarchie cattoliche che non accettano il dialogo come necessario passaggio ad una vita comune libera da pregiudizi?
Tenere forte le redini in un difficile rapporto di convivenza è ancora il modo migliore per evitare lo scontro come si dice “di civiltà”. Additare le altre religioni (in particolare i musulmani) come il pericolo o la devianza (dalla retta via, dalla verità) è una strategia che – invece - allontana il dialogo.
È utile?
La diocesi di Como (e di Sondrio e Varese) ha oltre mille chiese di cui solo in 10percento utilizzate frequentemente; qualcuna potrebbe anche essere adeguatamente trasformata. Quanti sono gli edifici religiosi, sparpagliati nel mondo, trasformati da templi pagani in chiese e in moschee e ancora in chiese e pagati e ripagati da fedeli, ma anche corporazioni, amministrazioni pubbliche, dallo Stato e persino restaurati coi soldi della Comunità europea, dunque anche con contributi di non credenti e atei?
Meglio: i musulmani possono realizzare una moschea costruita con i loro soldi?
Un sano pragmatismo brianzolo e laghée avrebbe già trovato la risposta; invece l’integralismo diffuso preferisce rispondere: “Se (i musulmani) vogliono a tutti i costi venire a pregare a Como città (invece che restare al Palasampietro di Casnate) evidentemente avranno altri obbiettivi e io, a questi giochi, non mi presto”. Parola del Sindaco Bruni detto il Saggio.
Gerardo Monizza

19 luglio 2006

 

Verso cosa?

Partito e mai arrivato
Il quadro politico è desolante: ci sono una destra senza vere tradizioni, che poggia su leggende (il fascismo, l’onore, l’eroismo, la patria…) che sono state cancellate o su concetti ampiamente modificati. Una destra liberale non esiste più da almeno vento o trent’anni anni e c’è una destra popolare e populista inventata all’osteria tra fiaschi di vino e ampolle d’acqua non frizzante. Poi c’è una destra nostalgica, baciapile, fortemente veterodemocristiana che affetta valori unticci, vecchiotti un poco rancidi.
C’è – di nuovo - la destra del partito azienda progettata come un bisogno, lanciata come un prodotto, venduta a caro prezzo e comprata (dalla metà degli italiani) a suon di illusioni. Bisognerebbe controllare la data di scadenza.
Il centro non si sa dove sia. Forse mezzo mischiato nella sinistra a far da freno continuo a quel poco di voglia di cambiare che, una compagine moderna, dovrebbe esprimere magari con gioia. Invece no.
La sinistra non sta tanto bene. Divisa – almeno ufficialmente – in 17 sezioni (tra alberi, fiori, foglie e bandiere) viaggia su due percorsi nettamente separati: in uno ritrova progettualità, intelligenza, capacità di invenzioni, voglia di cambiamento (il barboso ma non vago programma elettorale, i primi passi del governo, subito ammorbiditi dal compromesso); nell’altro c’è il contrario. Rissosità, innanzitutto. Divisione continua, incapacità di dialogare all’interno, persino fame di potere (troppi ministri e sottosegretari).
Da dieci, forse quindici anni, si parla, si discute, si elabora, si sogna il Partito Democratico e ancora i “padri fondatori” non riescono a trovare un’intesa. Ma su cosa? Sugli ideali? Sulle idee? Sull’ideologia? Oppure sono in discussione ancora progetti, programmi, previsioni, uomini e mezzi?
I cittadini (democratici) sono stanchi di rinvii e suppongono, spinti dal dilagante qualunquismo, che il Partito Democratico non decolli perché cambierebbero le regole e le persone (o le persone sulle poltrone). In parte potrà avvenire anche se pochi sono quelli che immaginano una “rivoluzione” dal basso (o di base) capace di far esplodere un partito finalmente unito. In molti – invece - vagheggiano persino di poter cambiare d’un colpo ministri, sottosegretari, parlamentari e metterci – magari - qualche giovane neoeletto senza esperienza.
Chi pensa così è davvero fuori dalla realtà dovendosi fare i conti tra un apparato forte (quello dei partiti) che ha tuttavia un deposito di esperienza e autorità di programmazione e di governo e una massa popolare senza competenza diretta. Il cambiamento vero – tuttavia – può avvenire solamente se dal basso, dalla base, partirà la spinta per far cadere tutte le paure, le reticenze, le frenate e, diciamolo, anche qualche testa che impediscono di concretizzare un progetto la cui realizzazione potrebbe essere attuata in pochi mesi.
Un Partito Democratico fatto di uomini, donne e giovani laici, liberi da pregiudizi (o ideologie senza più idee), fuori dagli schemi tradizionali (destra, centro, sinistra, conservatori, progressisti…) e troppo consolidati (la nostra storia, le nostre tradizioni…). Finalmente un partito democratico moderno. Ci vuole tanto?
Gerardo Monizza

17 luglio 2006

 

Maggiolini va in pensione

Cambio di un’era
Forse non è elegante e neanche cortese, ma la presentazione al papa delle dimissioni dall’incarico di Vescovo poteva essere l’occasione di una riflessione generale sulla diocesi. Invece: silenzio generale.
Certo: è il momento dei saluti, degli auguri, dei ringraziamenti, ma il vescovo Maggiolini è anche un uomo pubblico, un amministratore di beni, un uomo di potere ben presente nella realtà sociale. Piaccia o non piaccia ignorarne la figura, il peso, l’intraprendenza, il valore o l’incapacità è solo un modo di negare la realtà e la sua complessità.
Alessandro Maggiolini è (stato) vescovo della diocesi di Como e di Sondrio (con numerose parrocchie nella provincia di Varese) dal 1989; una lunga presenza segnata da caratteristiche diverse: disponibilità, avversione, umanità, crudezza, simpatia, esagerazione. Un uomo – dunque – che ha ben incarnato la figura del leader spesso dimenticando la primaria funzione (quella del pastore d’anime) per vestire quella del politico, del polemista, dello scrittore, del giornalista. La sua preferita.
Amato e odiato non ha fatto molto per rendersi simpatico alle parti avverse lasciando inalterato il numero di coloro che lo ritenevano “uno che sa parlar chiaro, diretto, semplice” e degli altri che non sopportavano il suo integralismo, l’ambiguità lessicale, persino il suo modo di costruire le frasi o di predicare. Il vescovo ovvero l’uomo si sono uniti in una figura molto “massmediatica” capace di sorprendere, di ammiccare, di confondere. Tuttavia mantenendo sempre alto il livello particolare della sua presenza: a Porta a Porta, alla Tsi, sui quotidiani nazionali preferibilmente della destra (dopo che il Corriere e il Sole 24ore avevano un poco sfumato la sua collaborazione troppo imbarazzante).
La raccolta degli scritti da polemista e divertito provocatore è ancora leggibile (
www.alessandromaggiolini.it) e abbastanza sintomatica di un modello pastorale tutto all’attacco del nuovo, dell’innovazione, del rischio, dell’avventura. Tuttavia, la vita è fatta anche di prove che bisogna sperimentare giorno dopo giorno: il rapporto di coppia (non solo separazione, cattiverie, liti uguale crisi per i figli), l’esplosione omosessuale (paragonata alle bestie), la società in mutazione costante (condannati anche Pacs, procreazione assistita eccetera), la scuola pubblica (comunista, approssimativa, sessantottina…) e quella privata ovvero cattolica sulla quale ha speso innumerevoli parole di lode e molto impegno personale.
Non estraneo a passione politica Alessandro Maggiolini ha assecondato chiaramente la tesi del rischio musulmano lasciandosi volentieri accompagnare dai settori meno dialettici del panorama politico italiano. Amico di Gianfranco Miglio – e forse per questo – non ha mai negato simpatie alla Lega (e l’ultima visita di Umberto Bossi in vescovado non rappresenta solamente il reciproco saluto tra due persone colpite da grave malattia). Narcisista, protagonista e accentratore ha realizzato meno di quel che avrebbe potuto anche considerando che la diocesi di Como, Sondrio e Varese ha moltissime parrocchie e oltre 600 preti.
Per questo non è molto amato neanche dai suoi (tranne rari casi d’adorazione, come sempre capita) che lo accusano (ma in vile silenzio) di non aver saputo condurre verso la modernità la chiesa locale. E non si tratta di preti rivoluzionari (che quasi mancano in tutto il territorio e quei pochi che c’erano sono emigrati altrove o si sono tolti la tonaca), ma di semplici pastori d’anime alle prese con i giovani (che non possono sempre aspettare la visita pastorale vescovile per sventolare bandierine), con le difficoltà delle coppie, con i malati senza assistenza pubblica, con i divorziati che vogliono la comunione, con i vecchi che aumentano a migliaia.
In questo sta il fallimento di un progetto pastorale (più volte presentato, ritirato, ripresentato, mai avviato) che ha staccato la comunità dei credenti dall’altra (sempre più numerosa) degli increduli, dei non credenti, degli agnostici o degli atei.
Ma per Maggiolini (come ha detto una volta) il “cristiano non ha nulla da imparare da nessuno” (omelia di Pentecoste 1998) ed è con questa funesta presunzione che ci si appresta a chiudere un’era nell’attesa di una figura episcopale che sappia finalmente capire la vita della chiesa locale dentro la complessità del mondo nuovo.
Gerardo Monizza

 

Bella e Impossibile

Cattivi sentimenti
Como non sarà mai una “bella città”. Quali lo sono? Firenze, Venezia, Roma, Urbino (anche se è un paesetto), Napoli (anche se è un disastro, ma ha il fascino dell’avventura). Mantova? Che è una “sensazione positiva” legata all’arte ed a poche (pur notevolissime) dimore e vicende storiche?
Como va bene per una gita, un gelato, un’occhiata a qualche chiesa e uno sguardo al lago. Poi c’è il disordine, il traffico e la provata antipatia dei comaschi che – se gli elementi sono sopportati insieme - danno un tocco avventuroso alla visita.
Una bella città è un complesso di fattori amalgamati di cui almeno un paio dirompenti. L’arte a Firenze, l’originalità urbanistica di Venezia, l’immagine complessiva di Roma, tanto per fare qualche esempio. Como non ha né quello né altro e gode di un immeritato gradimento per virtù di una situazione antica. Era – un tempo – luogo di villeggiatura per la ricca nobiltà che ha abbellito (e poi sfruttato) il territorio del Lario e della Brianza. Quel che resta oggi di quella situazione è solo caos urbanistico, orrore architettonico, disastro progettuale con strade brutte, paesi vecchi, servizi pochi.
Una bella città è il capoluogo di un bel territorio. Non sul Lario. Non per la Brianza.
L’immagine di Como si riflette – o forse si ripercuote – su tutti gli altri paesi grandi e piccoli, offrendo agli abitanti, ai villeggianti, ai turisti solo un’idea vaga di quel che potrebbe essere il territorio lariano e brianzolo. Di chi la colpa del disastro?
Facile rispondere e si potrebbe dire “dei politici” ed è solo in parte vero. Più correttamente si dovrebbe dire della “cultura locale” ovvero di quella mentalità diffusa che porta ogni idea al ribasso. I progetti della “nuova Como” sono in linea (vedi Dadone e ora Ticosa); i collegamenti sono impossibili (vedi Strada Regina con tutti i suoi pezzi di varianti); i paesi restano distanti (vedi l’Alto Lario che si rivolge a Morbegno o Lecco e non a Como) e la gente è stanca. In una bella città questo non dovrebbe accadere, perché ogni cosa va al suo posto come nel paese delle favole dove, prima o poi, tutto finisce in letizia.
Non a Como, non a Cantù, non sul Lario, non in Brianza dove il bello lascia il posto all’utile e l’utile finisce solo nel vantaggio di pochi o – peggio - del singolo e il risultato è l’immobilismo e – spesso – l'indecente. Non sarà mai una “bella città” questa Como troppo vecchia e consumata dall’avarizia e dai cattivi sentimenti dei suoi pigri e indifferenti abitanti.
Gerardo Monizza

15 luglio 2006

 

Realtà e Miti

La notte dei fuochi
Quando si riportano alla luce le storie accadute a Como negli anni Settanta Ottanta del secolo scorso si finisce quasi sempre col citare la morte del brigadiere Luigi Carluccio. Sono passati 25 anni da quella notte del luglio 1981 in cui la città fu svegliata e sconvolta da sei esplosioni. Erano circa le due della mattina e il suono delle deflagrazioni – quasi contemporanee – svegliò tutti i residenti della città murata. Va ricordato che Como, meno di un anno prima, cioè la notte del 2 agosto 1980, era stata sconvolta dalla morte alla stazione di Bologna della famiglia Mauri Bosio. La strage alla stazione aveva lasciato un profondo senso di disagio e di apprensione che si trasformò per i comaschi in vera paura nella notte del 15 luglio 1981.
Tutti scesero in strada. Allora la città murata era ancora abitata e i negozianti usavano risiedere sopra il negozio. Furono colpiti dall’esplosione diversi esercizi commerciali del centro, la macelleria di viale Lecco e – va ricordato – anche il carcere del Bassone. Là fu lasciato – a mo’ di firma – uno striscione delle sedicenti “Brigate operaie per il comunismo”. Dopo quella serie di attentati le “Brigate” scomparvero. Ovvio: non esistevano e – come subito fu chiarissimo a tutti – non centravano con la cosiddetta “notte dei fuochi”. La quale fu, per ammissione immediata degli stessi commercianti colpiti, una azione di avvertimento.
Era il racket che cercava di appropriarsi della realtà attiva e in via di sviluppo, sostenuta dalla grande distribuzione, dettando le sue pesanti condizioni al commercio locale. Questa fu la motivazione accolta da tutti. Tuttavia la morte di Luigi Carluccio spostò la direzione delle indagini (che non approdarono a nulla) verso il terrorismo. Un’entità “metafisica” che andava bene per giustificare qualsiasi azione sconsiderata, violenta e omicida.
Luigi Carluccio divenne il “martire” da glorificare anche se - si sapeva - che la sua opera di disinnesco della bomba, lasciata dai delinquenti presso la macelleria di viale Lecco, non sarebbe stata eseguita secondo la procedura: si parlò subito di mancanza di giubbotto protettivo e di ogni altra precauzione. Giornali e inquirenti tacquero. Ciò – ovviamente – nulla toglie al sacrificio del brigadiere artificiere, ma non aiuta a chiarire la dinamica degli attentati né porta alle motivazioni. Purtroppo non è mai stato possibile sapere il nome degli esecutori e dei loro mandanti e ciò è abbastanza inconcepibile se si pensa all’impegno nelle lunghe indagini, alla complessa messinscena, alla quantità di esplosivo utilizzato nei sei attacchi, nonché alla dislocazione delle bombe (cinque in città e una al Bassone).
Però la realtà si alimenta preferibilmente di miti da usare come paravento per azioni delle quali si ignorano origini e cause e spesso – anche in ambito locale – si preferisce la strada facile dell’ignoranza a quella più difficile della verità.
Gerardo Monizza

13 luglio 2006

 

Festa collettiva

Palle e popoli
Non si è notato subito, ma per le strade delle città (persino nella snobbissima Como) la Festa del Mondiale di calcio si è trasformata in un’occasione di incontri tra popoli, quelli che qualcuno chiama razze.
Si può dissentire sull’eccesso portato agli estremi da qualche pirla che non perde mai l’occasione di esagerare, di rompere, di provocare eppure le strade hanno accolto (forse per la prima volta almeno in Italia) anche la processione continua di popoli – appunto - e culture ben lontane e molto diverse da quelle di questi luoghi.
Per le strade sono sfilati giovani, donne, anziani, coppie, famiglie, bambini di ogni colore, religione, abbigliamento. Tutti avevano la bandiera italiana. Un segno di forte cambiamento; un’apertura importante per il dialogo; una precisa volontà di non chiudersi nei “limiti” della propria lingua o delle proprie lontane tradizioni.
Sembra impossibile (a chi non sopporta il calcio sembra incredibile!) molti cosiddetti extracomunitari hanno dichiarato apertamente la loro volontà di entrare in questa comunità con il sorriso e l’allegria. Hanno scelto opportunamente una festa popolare, un pretesto non ideologico, un’occasione non culturale. Hanno scelto il calcio.
Che importa se è un po’ marcio, se i giocatori sono divi fin troppo pagati, se l’oppressione mediatica ha rasentato la violenza. Importa invece che un gioco e una festa siano stati spontaneamente utilizzati come collante tra culture.
Altro che dialogo ai massimi vertici delle chiese, dei parlamenti, dei governi, dei filosofi, dei sociologi; altro che buona volontà di pochi. In questa occasione si è visto un cambiamento di prospettiva che qualche amministratore (ma anche qualche politico) dovrebbe saper cogliere per condurre il momento magico di una serata di festa in un reale passo avanti per una migliore e maggiore comprensione delle genti
Illusione? Non più di quella che ha trasformato un gioco scemotto in un’occasione intelligente.
Gerardo Monizza

12 luglio 2006

 

Ti cosa?

Occasione perduta
Una premessa: venticinque anni fa, quando fu “acquisita” al patrimonio comunale la Ticosa era già una schifezza, quasi un rudere. Solamente era ancora abitata da operai e impiegati sull’orlo del licenziamento. Il Comune intervenne per salvare l’area e le famiglie. Una buona azione (prologo) che si sarebbe trasformata – in terra comasca – in un calvario progettuale e politico. Cioè una tragedia.
Oggi, dopo venticinque anni, la vicenda si appresta a chiudere il primo atto con promesse e rinvii con finali e finalini e con trionfi di carta(pesta). Nella regia del Primo cittadino pro tempore si prevede un secondo atto esplosivo (nel senso del termine). Poi le elezioni. Fine. Il seguito ad altri.
Per quanto possa sembrare incredibile i comaschi son rimasti a guardare, praticamente silenziosi, un quarto di secolo aspettando il vero colpo di scena in una recitazione piatta, troppo burocratica, per niente coinvolgente. Quel che doveva succedere – infatti – non è successo e cioè: la partecipazione di tutti alla complessità dell’idea. Non del progetto, che spetta ai politici ed agli specialisti, ma all’idea di partenza che avrebbe dovuto essere più condivisa dall’intera città.
Ti cosa? Case, negozi, uffici, parcheggi e un pizzico di divertimento questo è il canovaccio. Abbandonata l’idea del bowling (nemmeno i proponitori la ricordano più) resta il contentino (ma a chi?) della cosiddetta Centrale del Santarella ovvero un brutto edificio somigliante ad una chiesa a tre navate (in cemento, sai che allegria) per farne una "Cantrale di cultura" e la “sistemazione a verde” (che è una bella frase che piace persino ai cani). Per il resto è un progetto come un altro, come seri professionisti avrebbero realizzato altrettanto professionalmente vicino ad un fiume, ad un bosco, ad una superstrada o al Circo massimo.
Ti cosa, per cosa? Questo doveva essere il significato del grande intervento e non solo brigare per vendere. Quando la politica veste i panni dell’immobiliarista ragiona a metri quadri e cubi e dimentica le persone. Proprio le “persone umane” cui tanto sembrano tenere molti amministratori, “persone cittadini” che avrebbero contribuito a creare finalmente un pezzo della Città nuova che Como – un secolo o l’altro – dovrà pur diventare.
Ma chi la vivrà?
Gerardo Monizza

 

Il Mondo alla Rovescia

Carnevale calcistico
Ci voleva una vittoria “mondiale” (dopo quasi un quarto di secolo) per capire che cosa significa vincere: è lo stimolo, la scusa, la giustificazione, l’occasione per un Nuovo Carnevale Nazionale. Non più quello limitato, bambinesco, arlecchinesco e via andando per zorri, fatine e scemenze varie che si trascinava negli ultimi decenni senza entusiasmo. Quello era il rimasuglio di una contrapposizione (allora necessaria) per sopravvivere nei successivi quaranta giorni durante le fatiche della Quaresima imposta. “Carne levare” cioè via anche quel poco che c’era di veramente nutriente e sempre castagne e fichi secchi.
Il Carnevale aveva dunque un senso di festa collettiva e di contrapposizione tra potere costituito, violento e arrogante; tra chiesa dominante, invadente, bigotta e popolo vittima. Tutto veniva rovesciato nella festa dell’eccesso temporaneo che consentiva - a chi non possedeva nulla - di consumare, sprecare o almeno di fingere di potere. Era un’occasione che si concretizzava in feste, bagordi, notti bianche e giorni di illusione collettiva.
Il mondo andava – almeno per poco – alla rovescia.
Le grandi manifestazioni per il calcio e soprattutto per il mondiale hanno ridato un senso a quella antica festa collettiva, all’esagerazione di massa, alla colorazione dei tipi, alla mostruosità ricercata, alla maschera. Invenzione, trucco, suoni, luci, carri, bandiere e anche vino, birra (manca giusto il Re gnocco…). Tutto questo gran baccano per che cosa?
Non è contro la squadra nemico; né contro i giocatori soldati; né contro una nazione. Avrebbero potuto anche essere differenti dai tedeschi o dai francesi.
Per le strade l’esplosione non è stata contro qualcuno, ma per qualcosa. Imprecisato, ancora da definire, non necessariamente importante il motivo della festa sta nella voglia di confrontarsi, di conoscersi.
L’esplosione per il mondiale consente finalmente di rompere gli schemi imposti dalle tante regole contemporanee: il bello, il figo, l’elegante, il composto, il modaiolo, l’intellettuale (ovviamente declinati anche al femminile) hanno indossato la bandiera, hanno gridato l’inno nazionale (stunàa), si son pitturati viso e corpo e hanno dato forma all’eccesso postmoderno.
Niente ha potuto fermare la massa indisciplinata, irregolare, insultante, eccessiva anche sporca e parecchio brutta. Neanche le forze dell’ordine, costrette ad interpretare la parte del potere, ma con una gran voglia di passare dall’altra parte. Il mondo alla rovescia le avrebbe accolte tutte sotto una grande bandiera svolazzante.
Gerardo Monizza

09 luglio 2006

 

Quadretto Politico

Restauro o Restaurazione?
È stato – forse - definitivamente perduto il quadro politico; le speranze di ritrovarlo sono nulle, ma le indagini proseguono in tutte le direzioni. Purtroppo, insieme al quadro, si son smarrite le riproduzioni; non resta dunque che una vaga memoria in chi l’aveva potuto ammirare.
Per dar modo di ricevere indicazioni utili al suo ritrovamento, si dà qui di seguito una sommaria ricostruzione del contenuto, basata esclusivamente sui ricordi dei pochi testimoni sopravvissuti all’epoca delle Ideologie. Il quadretto ricercato è di modeste dimensioni (circa 1945 x 2006) e rappresenta sulla destra una casa, con tanto di fumo dal comignolo. L’esalazione esce diritta verso l’alto, forse indicando un gradimento del cielo.
La casa è azzurra, massiccia e certamente solida (si nota una certa esperienza dei costruttori) ed ha il tetto non a spioventi, come le case di questo tipo, ma a volta o meglio è curva, a baule o forziere. Le pareti esterne sono decorate con tocchi di verdone, strisce di bianco e, qua e là, alcune macchioline di rosso oramai stemperate. Le numerose finestre della casa hanno le persiane aperte ed i vetri tersissimi. Vogliono indicare un interno lindo come l’esterno, ma essendo a specchio, riflettono sempre l’immagine di chi curiosa. Le finestre del piano terra sono sbarrate.
Sulla facciata si apre un portoncino, ben solido, sicuramente blindato, contornato da uno stipite in oro sul quale compare, al centro, lo stemma di un biscione che mangia non si sa cosa. Due piastrelle in ceramica, del tipo benaugurale, riportano: la prima uno scudo crociato, piuttosto sbiadito e l’altra l’immagine di un sole all’orizzonte, forse l’alba, ma più probabilmente un tramonto.
Nel giardino, protetto da uno steccato, diversi cancelletti si aprono facilmente verso l’interno e si nota uno stagno con una barchetta a vele che non va da nessuna parte; poco oltre un roseto oramai senza spine cerca disperatamente di aggrapparsi alla parete. Molto sulla destra un fuoco tricolore getta gli ultimi bagliori e il vento spinge verso la casa alcune ceneri, in segno di alleanza.
Sulla sinistra del quadro il prato è immensamente verde appassito: qualche fiore rosso (papaveri o “nontiscordardime”) si oppone al vento della restaurazione.
Alcuni attrezzi da museo (tipo roncola e mazzuolo) giacciono a terra, in stato di quasi abbandono. Stando sempre sulla sinistra del quadro, sullo sfondo, si nota una quercia centenaria e malata. Ha perduto molte foglie e, osservando il sommosso terreno, si vedono radici antiche che non trovano la sostanza necessaria al nutrimento.
Tornando verso il centro del quadro, ma sempre rimanendo a sinistra, cresce un ulivo grande almeno quanto la casa alla quale, del tutto involontariamente, procura ombra e fastidio. Le foglioline sono numerose, ma anemiche; i rami contorti hanno l'apparenza di volersi estendere in cerca di unione, ma senza convinzione; il tronco è grosso, ma ripiegato, nodoso e anche cavo.
Sul prato cresce una margherita, comparsa all’improvviso, che evita i raggi del sole; ma il sole che brilla nel cielo non ride e ormai sta per conto suo in attesa di finire una cura radicale.
È stato notato che, contrariamente ai quadri antichi dello stesso genere, non compaiono personaggi. Qualcuno ha osservato che si tratta, per questo, di una rielaborazione successiva all’epoca Ideologica di un soggetto in cui la presenza umana era notevole e importante; ma quadri del primo genere sono ormai introvabili, rarissimi. Anzi, alcuni specialisti pretendono che non siano mai neppure esistiti.
Gerardo Monizza

06 luglio 2006

 

Che palla!

Metafora o Allegoria
Attesa, tensione, esplosione, godimento. Questa la giornata della semifinale, minuto per minuto. È felicità quella che si legge nello sguardo compiaciuto e complice di chi ha la sensazione di aver vissuto un momento storico; di chi ha partecipato non solo virtualmente, ma fisicamente, passionalmente, gioiosamente al prima, durante e (soprattutto) dopo partita; di chi ha smesso lo stato permanente di “critico della palla” per lasciarsi portare dalle emozioni.
Che palla! Invece per gli altri: insensibili, diversi, musoni, pallosi individui incapaci di cogliere il senso “storico” dell’evento. Neanche “sportivo”, ma propriamente vero, reale, concreto come oramai si ritiene che sia una partita mondiale di calcio, allegoria della vita.
Sospesa per novanta minuti (più supplementari) la questione del pallone marcio nostrano gli appassionati (cioè quasi tutti gli italiani attraversati e collegati da reti trasversali generazionali, culturali, sociali e politiche) si sono ritrovati a desiderare, a sperare, a sognare. Che cosa? Una vittoria sul “nemico” tedesco oppure una rivincita sul male? Un superamento del malessere diffuso? Un antidoto alla depressione collettiva contemporanea? Oppure anche l’unione delle passioni in un ideale (calcistico?) finalmente condiviso.
Il calcio è un gioco oppure un grande (e losco) affare? Le due cose – si sa – non si distinguono facilmente e neanche importa perché il prezzo del vizio, della passione, del “gioco” appunto, è incalcolabile e l’importante non è partecipare, ma vincere.
Chi difende il calcio come sport popolare sa bene di essere portatore di una menzogna e chi lo alza a metafora (rappresentare la vita con il gioco) sa pure che è un eccesso. Neanche si tratta di un’allegoria: quel gioco giocato sul campo verde non significa nulla di diverso da sé; strategie e tattiche sono fini a se stesse; i giocatori non “ci raccontano”, ma “si” raccontano e i loro movimenti non significano altro che quello che sono. È un gioco trasformato abilmente in un’eccitazione di massa che trova, ogni quattro anni, il suo momento più alto perché vissuto sul terreno internazionale al confronto di altre masse altrettanto immedesimate. È un modo per dimenticare (per pochi minuti) le pene e gli affanni portato sin oltre i limiti della buona educazione (schiamazzi inutili e reiterati persino violenti), ma è anche un momento di allegria collettiva che ristabilisce contatti e purifica gli umori migliori. Con la vittoria mondiale del 1982 gli italiani ritrovarono il senso della Bandiera con quella del 2006 ritroveranno il Buon Senso?
Gerardo Monizza

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