24 giugno 2006

 

Voto NO

L’Improvvisazione al Potere
Voto NO perché la riforma voluta dalla CdL cerca di scardinare il principio di unità nazionale e perché, alterando il senso di ben 53 articoli della Costituzione italiana, sposta il già difficile equilibrio dei poteri. Voto NO perché il nuovo “governo del primo ministro” assume poteri quasi assoluti. Voto NO perché la cosiddetta “devolution” non porta direttamente al federalismo, ma alla “confosution” che scoppierà quando si metterà mano alla legislazione in tema di sanità, politica scolastica e polizia locale.
Voto NO perché l’arroganza, la fretta e l’improvvisazione con cui si è arrivati all’approvazione del cambiamento - all’ultima ora - dimostrano chiaramente l’incapacità di voler cambiare davvero.
Voto NO perché non credo di essere un conservatore, ma uno tra i tanti che auspicano – anzi - continui cambiamenti che si appoggiano sull’attenzione, sullo studio e sulla saggezza.
Voto NO perché non credo alle favole (diminuzione dei parlamentari comunque portata alle calende greche, la possibilità di sostituire il Presidente del Consiglio dimissionario, lo snellimento delle procedure legislative…) e perché non credo che i fini propositori (costituzionalisti da osteria) e gli inaccorti votatori abbiano valutato appieno l’impatto dei cambiamenti (quando saranno resi effettivi).
Voto NO perché chiedo condivisione d’intenti quando di mezzo c’è l’alterazione di mezza Costituzione e perché si è giunti alla “devolution” per accontentare non un partito (la Lega) che poco si preoccupava della faccenda, ma il suo scalpitante capo ovvero Bossi. Temendone gli scatti d’ira Berlusconi ha – in questo caso – mantenuto la promessa. Mannaggia: dev’essere la prima volta che gli capita. Anche per questo voto NO.
E tu cosa voti?
Gerardo Monizza

21 giugno 2006

 

Referendum

Riforma costituzionale
Più che una riforma, quella votata dalla precedente legislatura, sembra una controriforma; insomma, un’operazione al contrario. Invece di migliorare la Carta costituzionale con un colpo di mano l’hanno peggiorata e con 53 cambiamenti hanno minato l’architettura complessa della democrazia italiana.
Sono e siamo tutti convinti che nulla di assoluto, definitivo, sacro e immutabile esista e tantomeno nelle leggi, nelle regole, nei regolamenti: tutto è mobile, migliorabile. Un cambiamento di alcune parti della Costituzione si rendeva necessario (dopo sei decenni) per le mutate esigenze dei cittadini, delle amministrazioni e dello stesso Stato, ma altrettanto sono e siamo convinti che una più unita e qualificata maggioranza avrebbe reso ogni cambiamento migliore e meglio accolto.
Quel che più turba – nella cosiddetta riforma votata dalla Casa delle Libertà – è di fatto l’impoverimento del ruolo del Capo dello Stato e – di contro – l’aumentare dei poteri del Capo del Governo.
In aggiunta, dopo la fretta con cui si è giunti alla votazione, ora, arrivati al Referendum, la confusione è aumentata e molti cittadini neppure hanno compreso l’importanza di questa prossima chiamata alle urne. Moltissimi – anche con la solita arroganza – dichiarano di preferire mari e mondi all’umidiccio delle cabine elettorali e così promettono di rientrare abbronzati e felici. Saranno ancora liberi?
Per meglio comprendere le due diverse posizioni, riporto una tabella riassuntiva dei due schieramenti. Da una parte il pensiero di Roberto Calderoni (che ha l’abitudine di fare le cose e poi disfarle) e dall’altra il giudizio di Leopoldo Elia, costituzionalista vero, studioso e uomo di riconosciuto equilibrio.

LA RIFORMA COSTITUZIONALE
COME DICONO e COME E’
DECALOGO DELLA RIFORMA COSTITUZIONALE
di Roberto Calderoli [RC]
CONTRODECALOGO DELLA RIFORMA COSTITUZIONALE
di Leopoldo Elia [LE]


[RC] I Viene ridotto il numero dei parlamentari: da 950 a 773, con significativo risparmio per le finanze pubbliche.
[LE] I La riduzione del numero dei parlamentari viene rinviata al 2016 per favorire gli attuali capi e capetti. Nel lungo periodo c’è tempo anche per ridurre la riduzione; per ora c’è l’effetto di annuncio demagogico.
[RC] II Saranno i cittadini, e non più i palazzi della politica, a scegliere maggioranza parlamentare, coalizione di governo e primo Ministro: è il premierato.
[LE] II Il premierato non consiste nella investitura popolare di una maggioranza parlamentare, di una coalizione di governo e Primo ministro. Ciò avviene già in Inghilterra, in Germania e in Spagna e anche in Italia: è sufficiente perciò una buona legge elettorale. Il premierato della riforma si fonda sulla insostituibilità del Primo ministro durante tutta la legislatura e sui suoi enormi poteri (scioglimento della Camera dei deputati e questione di fiducia che, in caso di rifiuto da parte della stessa Camera, provoca nuove elezioni).
[RC] III Non più due Camere identiche, l'una doppione dell'altra. Ora il Senato sarà federale ed avrà una sua funzione specifica: rappresentare le esigenze delle Regioni. La Camera si occuperà di quelle dello Stato.
[LE] III Il Senato federale non risolve il problema del bicameralismo perché non è in grado, per la sua composizione, di rappresentare le esigenze delle Regioni: d’altra parte i veri rappresentanti delle comunità regionali non hanno diritto di voto nelle deliberazioni del Senato.
[RC] IV Semplificato il procedimento legislativo. Non più lunghi e ripetuti passaggi di testi fra le due Camere, ma ciascuna Camera approverà le leggi nelle materie di propria competenza. Il risultato sarà la riduzione dei tempi e dei costi per le casse pubbliche.
[LE] IV Il procedimento legislativo è straordinariamente complicato perché la prevalenza della Camera o del Senato si fonda sulla competenza a legiferare per singole materie dello Stato e delle Regioni; siccome i confini di tali materie danno luogo a gravi dubbi interpretativi (sui quali deve intervenire sempre più spesso la Corte Costituzionale) è ovvia la ricaduta di tali incertezze sulle attribuzioni legislative di ciascuna Camera, specie nelle leggi, come quella finanziaria, di particolare complessità. La cancellazione del rapporto fiduciario tra Senato e governo sarebbe positiva solo se accompagnata da una chiara ripartizione di poteri tra una Camera di rappresentanza nazionale e una Camera veramente rappresentativa degli enti e delle comunità regionali e locali.
[RC] V La legge dovrà stabilire limiti al cumulo delle indennità parlamentari con altre entrate.
[LE] V La previsione di una legge che stabilisca limiti al cumulo delle indennità parlamentari con altre entrate non risolve il problema del conflitto di interessi che dovrebbe essere superato con regole giuste di incompatibilità e ineleggibilità anche in relazione a concessioni o autorizzazioni statali di notevole entità economica.
[RC] VI I regolamenti parlamentari dovranno tutelare i diritti delle opposizioni: ora questo non è previsto.
[LE] VI Il problema delle garanzie dell’opposizione non si risolve con un generico rinvio ai regolamenti parlamentari, essendo necessarie puntuali revisioni costituzionali (ad esempio, attribuzione alla Corte costituzionale, in ultima istanza, dell’esame dei ricorsi elettorali per Camera e Senato).
[RC] VII L’ordinamento evolve in senso federale, come sta avvenendo in molti Stati moderni: viene riequilibrato il riparto delle competenze tra Stato e Regioni per garantire migliori servizi ai cittadini, senza compromettere l’unità del Paese. Alle Regioni vengono devolute particolari funzioni in materia di istruzione, sanità e polizia locale. Tutte avranno le stesse opportunità, senza penalizzazioni per alcune aree rispetto ad altre e senza la differenziazione tra le Regioni, prevista dalla riforma del 2001. Si avrà quindi un federalismo equo, solidale ed equilibrato.
[LE] VII La devoluzione alle regioni di particolari funzioni in materia di istruzione, sanità e sicurezza è pericolosa anche perché si accompagna ad una competenza esclusiva dello Stato e delle Regioni nelle stesse materie. Tale duplicità è illogica e può arrecare gravi danni all’esercizio (o godimento) di diritti fondamentali (livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali da garantire su tutto il territorio nazionale). Si avrà quindi un federalismo iniquo, conflittuale e squilibrato.
[RC] VIII Tutte le leggi regionali dovranno rispettare il criterio dell'interesse nazionale, non più previsto a seguito della riforma del 2001.
[LE] VIII L’interesse nazionale è ampiamente salvaguardato dal riparto delle competenze tra Stato e regioni e dalla giurisprudenza della Corte costituzionale, che ha interpretato la riforma del Titolo V in senso pienamente rispettoso dell’interesse della Nazione.
[RC] IX Sulle modifiche alla Costituzione sarà sempre possibile chiamare i cittadini ad esprimersi, mentre ora ciò non avviene se tali modifiche sono state approvate dalle Camere con la maggioranza dei due terzi.
[LE] IX L’abrogazione della norma che collega al raggiungimento dei due terzi in sede parlamentare l’esclusione della richiesta di referendum sui testi di revisione costituzionale (articolo 138 della Costituzione) va giudicata negativamente perché disincentiva quelle larghe intese che a parole tutti auspicano per l’adozione di modifiche alla Costituzione.
[RC] X Aumentano le garanzie per i comuni e le province, gli enti più vicini ai cittadini: potranno ricorrere alla Corte costituzionale in caso di lesione delle proprie competenze.
[LE] X Il ricorso diretto alla Corte costituzionale dei Comuni, delle Province e delle Città metropolitane (articolo 46 della Riforma) per sollevare questioni di legittimità costituzionale su leggi o atti aventi forza di legge statali e regionali ritenuti lesivi di competenze costituzionalmente attribuite agli enti locali appare oggi un puro effetto annuncio perché la disciplina del ricorso è rinviata ad una legge costituzionale (condizioni, forme e termini di proponibilità della questione) di incerta adozione, nel se e nel quando.
A cura di Gerardo Monizza (fonte: Arci)



13 giugno 2006

 

La Testa nel Pallone

Gioventù fischiata
È bello andare per le strade nell’ora della partita. Quando gioca l’Italia è addirittura un godimento. I rari passanti si guardano sorridenti, persino compiaciuti, come monaci nei chiostri silenziosi, deambulanti, con la consapevolezza di fare una cosa buona, di essere dei privilegiati. Questa è la vera fede – pensano; altro che la palla.
Giovani non ce n’è, per le strade, nell’ora della partita; son tutti davanti al plasma a godere come neanche davanti al porno scaricato illegalmente P2P.
Stando così le cose non si fan lunghi passi avanti. Troppo conformismo, troppa incapacità di ribellarsi al sistema, toppa accondiscendenza ai modelli propinati dalla tradizione e dalla Tv. Da scommettere – ma è un’ipotesi – che anche nei più duri e puri Centri sociali non mancheranno – durante i Mondiali - la radio, la tivù, Quelli del calcio, la Simona o persino il videoproiettore preso in prestito dall’ufficio dell’accondiscendente (stronzo di mio) padre.
Non c’è verso, né redenzione: nel calcio capitano tutti senza distinzioni e senza remore. Perché? È difficile spiegarlo essendo il calcio una religione con poca teologia e molta dogmatica e tenuto insieme da una propria morale (?). Tutte caratteristiche che si possono sovvertire in altri spazi (cultura, famiglia, politica, scuola, società…), ma non in questo. Che è sacro. Che possiede il sacro dell’illusione, del gioco, della finzione (ed oggi persino dell’imbroglio), ma che è bello essendo il “nulla” fatto “azione”.
È un gioco, rispondono.
Siamo seri: è un affare cui tutti vogliono partecipare anche come azionisti di minoranza: un affare dove pochissimi guadagnano veramente e tutti s’illudono.
Gerardo Monizza

12 giugno 2006

 

Valori bollati

Il catalogo è questo
Da tempo, dalle Alpi alle Piramidi passando per gli Appennini, non si fa altro che parlare di valori. Aggiungendo: mancano, non sono più quelli.
Sembra – ad ascoltar le persone perbene, spesso moderate – che i valori tanto richiamati siano, un tempo lontano, davvero esistiti. Qualche testimone ricorda di averli vissuti e, si dice che, nella labile memoria di alcuni superstiti, si trovi persino un elenco. Nero su bianco.
Dunque: valori e valori e valori. Una società “con sempre meno qualità” si grida da ogni parte. Esperti di vario genere, natura, fede, religione e scuola di pensiero si preoccupano di spiegare agli altri che certe cose succedono perché la società è malata e sono stati persi i valori più importanti.
Quali? I valori... sono i valori, dicono con sicurezza ed elencano: la famiglia, la fede, la religione, la società, la solidarietà. Qualcuno si spinge fino all’amicizia; altri sforano nella carità, ma questa è già una virtù. Sono questi i valori? Può darsi. Non sono forse modelli in evoluzione, situazioni in continuo cambiamento? La stessa fede diviene efficace (un valore vero) quand’è in continuazione alimentata dall’adesione rinnovata ad una rivelazione o a dei principi. Può essere immutevole il punto d’origine, ma sempre diverso il cammino per raggiungerlo. Se così non fosse, sarebbe poco efficace, come una religione seguita per comodità o convenzione, come una messa domenicale intesa come semplice (e magari noioso) adempimento di un precetto: un esercizio per l’anima; un’imposizione per il corpo.
I valori appaiono (per quelli che hanno fede) come oggetti sulla credenza ai quali dare una spolveratina ogni tanto; per gli altri, ninnoli nascosti qua e là, da tenere per ricordo senza avere il coraggio di cambiarli. Non sanno neppure se e quanti ne possiedono. Però li "conservano".
Quanti sono? Se per valore s’intende ciò che è vero secondo la sensibilità ed il giudizio personali in accordo con i modelli della società, l’elenco potrebbe anche essere lunghissimo e porterebbe (come porta) ad uno scontro inevitabile di culture. Tanti sono i valori umani, etici, religiosi, sociali ed estetici che si confondono pure con le qualità e coi principi (onestà, rettitudine, integrità eccetera) da pretendere un enorme vocabolario dei comportamenti e delle azioni. Difficilissimo.
Richiamarsi continuamente ai valori, senza fare lo sforzo di andare oltre lo slogan e le frasi fatte non è un buon servizio alla comprensione generale. Sembrano - infine - valori bollati, inutili carte ingiallite per atti di cui non si conosce il significato. Lo dimostrano le separazioni continue tra politici, amministratori; tra conservatori, moderati, progressisti; tra chi non fa nulla e chi cerca di agire. C'è sempre un valore in agguato a cui riferirsi per aspettare che arrivi qualcuno (un gran sacerdote della politica o della religione) a spiegarci "quello che pensiamo".
Gerardo Monizza

11 giugno 2006

 

Tutto in una notte

Calcoli e sottrazioni
La festa è finita tiriamo qualche somma a favore: la Notte Bianca è stare insieme. È sensieratezza. È festa. È affari. Fine dei pro.

La Notte Bianca contro: traffico caotico, confuso, incalcolato. Peggio del previsto. Trasporti pubblici e collegamenti con le periferie: l’aria grigia della vigilia lasciava prevedere difficoltà che poi si sono realizzate e difatti migliaia di spettatori visitatori turisti si sono fatti anche una dozzina di chilometri a piedi (A+R) perché i Bus erano scatole di sardine. Difficile da prevedere?
La mobilità generale ne ha risentito sin dalla mattinata di sabato e il fastidio dei residenti nelle località del Lario è stato calorosamente espresso dal dissenso dei loro sindaci. Qualcuno li ha ascoltati?
Le periferie di Como sono diventate parcheggi e non hanno avuto quei benefici (di spettacolo e di ricaduta commerciale, il mitico indotto) richiesti dopo la prima edizione. Tutto al centro, come il solito e nello spazio di poche centinaia di metri quadrati: il Centro storico, come sempre. Lo si dica chiaramente: la Notte Bianca è una festa popolare (di popolo?) o è una festa per i commercianti del centro?

Cibo e bevande: vero problema perché la birra ha fatto da protagonista. Niente contro la bevanda in sé (che é ottima soprattutto rossa..), ma trasformare la Convalle in una birreria è operazione di dubbio gusto e di sicuro effetto (con residui di liquami e di puzze che la veloce pulizia mattutina non ha eliminato). Como – inoltre – non brilla per qualità gastronomica e difatti quel che si è avuto sono costine, salamelle, panini alla “come mi pare”; insomma roba che neanche più le Feste dell’Unità propongono (essendo poi passate alle cucine raffinate e regionali). Tutto ‘sto casino enogastronomico per portare una dozzina di camion attrezzati tipo bar da fiera di paese o da fuori stadio? Qualcuno ha controllato gli abusivi che vendevano bibite ghiacciate protetti solo da un ombrellone semovente?
Rifiuti a tonnellate e faticosamente smaltiti. Tanti i cestini per la raccolta, ma sempre insufficienti. Vetri rotti, pezzi di plastica, unto appiccicoso, odore. Quanto costa questa voce nel bilancio generale?
Cultura? Zero. Ma questo è il punto più semplice perché si può far festa e stare insieme anche senza tanto menarla con poeti e poesie (patetici i tentativi messi qua e là per darsi delle rime).
Rumore? Tantissimo. Esagerati come sempre i volumi (era necessario fissare una norma considerando la vicinanza delle abitazioni e la continuità degli eventi). L’organizzazione ha lasciato liberi i singoli “ingegneri del suono” che – com’è loro consuetudine – smanettano all’eccesso senza tener conto di vecchi, bambini, normali cittadini (comunque i suoni di piazza del Popolo e di largo Bettinelli arrivavano fino al Valduce…).

Percorribilità a piedi delle strade? Buona. Ottima per il Sindaco Bruni e compagni (anzi, sodali) che ha mostrato di saper stare in equilibrio (ma nell’operazione è sempre un maestro) sul monopattino giroscopico. Ma cattivo è l’esempio (in quanto neanche era immaginabile andare in bicicletta e figuriamoci con attrezzi elettrici).
Le somme – dunque – non sono troppo difficili da trarre e soprattutto va considerato il punto più importante dell’evento: tutto in una notte è - anche – un divertimento?
A guardar le facce e lo strascicar dei piedi si direbbe di no. Perché il divertimento nasce dalla sensazione di partecipare a qualcosa di collettivo, ma non sparpagliato; da uno (o anche qualche altro) evento e non da 260 che esplodono d’un botto in poche ore. Il divertimento è una somma di suggestioni che non si ottengono dal rumore, dalle salamelle, dall’esagerazione. Il divertimento nasce dall’emozione, che non c’è stata. Ma chi si diverte veramente in queste situazioni tuttavia non manca mai: sono quelli che – alla fine della fiera – contano i soldi. Alla prossima.
Gerardo Monizza

10 giugno 2006

 

Una notte in bianco

A chi serve. A chi giova
Si dice che cento giorni durarono i festeggiamenti per l’inaugurazione del Colosseo voluto da Tito per il divertimento del popolo e suo. Nella Roma imperiale migliaia di spettatori in tre mesi; nella Como liberista – perbacco - tutto in una notte.
L’operazione “Notte Bianca” fortemente voluta dal Sindaco Bruni è mal digerita da tutti gli altri: troppo esagerata per dei moderati cronici (per i quali le masse sono sempre incontrollabili); troppo costosa (quasi 600mila euro bruciati in poche ore); troppo vago l’indotto (l’ipotesi di 1.5milioni è puramente finanziaria e andrebbero meglio calcolati il rischio, il lavoro nero, i danni, la fatica, il volontariato coinvolto, gli straordinari di vigili, forza pubblica, autisti eccetera).
Inoltre, la Notte Bianca appare come un’operazione personalissima del Sindaco Bruni che soffoca altre iniziative e persino la Grande Fatica del povero Assessore Sergio Gaddi costretto, per rimanere visibile, ad emanare quotidiani bollettini d’assalto in massa alla “sua” mostra magrittesca.
È dunque una faccenda di numeri e di proclami: “Porteremo 200mila persone in Convalle!!”. Madonna e a fare cosa? “Daremo loro 260 eventi!”. Incredibile, tutti in una notte?
Quando c’è aria di festa mettersi a fare le pulci è davvero antipatico, ma se il progetto non è condiviso si devono scoprire le ragioni del dissenso diffuso.
Può un sindaco far tutto da sé (affidando d’autorità le operazioni a società esterne)? Può un comune “consumare” 260 idee tutte in dodici ore cosicché nulla ha più un senso perché ogni evento risulta invisibile? Può Como “investire” quasi 600mila euro senza preoccuparsi di lasciare un segno (bottiglie, cartacce, e schiamazzi a aprte)?
L’evento miracoloso non risponde neanche all’esigenza di “fare qualcosa” in una città che tutti (soprattutto i giovani) ritengono addormentata. Infine: può un sindaco lasciare che la città si trasformi – anche solo in una notte – nella succursale lacustre dell’Oktoberfest? A giudicare dai dispensatori e dai barili di birra sparsi per le strade e in attesa di essere svuotati la risposta è: non può.
Un sano divertimento non deve necessariamente portare all’eccesso di bevute e siccome il Sindaco di Como Bruni continua a ricordare che è “anche un padre di famiglia” ci pensi meglio, la prossima volta e prima di esagerare perché anche l’imperatore Tito (nell’80 dC) aveva capito che era meglio spalmare le manifestazioni in tre mesi con meno bevande e più pane e più giochi per tutti (comunque si sa com’è finito…).
Gerardo Monizza

06 giugno 2006

 

I Moderati si riuniscono

Trattenuti a forza
Moderato è una parola senza profumo; soprattutto senza futuro. Essere moderato per caso è già una circostanza sfavorevole; diventarlo per principio è una tragedia.
Moderato non è il contrario di rivoluzionario, ma è piuttosto analogo a semolino, dunque una pappetta. Essere moderato nella vita fa perdere il gusto delle azioni; è – inoltre – antisociale, antipolitico e anticristiano (Gesù, non era un tradizionalista, ma neanche un moderato; papa Giovanni il Buono – nei brevi anni del pontificato – non lo era; Wojtyla neppure; padre Pio assolutamente...). Dar prova di moderatismo è spesso indizio di viltà o, almeno, di poco coraggio.
Si dice che i moderati cerchino la stabilità, ma nel loro inoperare zappettano semmai lo spazio adeguato ai propri limiti ideali, culturali e sociali. Lasciano che la politica li sfiori appena, senza essere costretti a prendere vere decisioni, tenendosi gli eventuali onori e lasciando agli altri tutti gli oneri. Ecco: il moderato è capace di trattenere e non di dare. Infatti, il moderato, guarda gli altri – politici, amministratori ed elettori – con sommo e totale disprezzo proprio perché, essendo modesto d’ideali, pretende che gli altri siano peggio.
Il moderato è trasversale e s’insinua nell’universo mondo; tuttavia ve ne sono di tipo differente: quello di sinistra (sorvolando sulla contraddizione dei termini) è un autolesionista allo stato puro che saprebbe immaginare soluzioni fantastiche, ma si trattiene dal rivelarle e dal sostenerle per non apparire estremista. Quello di centro è un moderato che ha una visione geometrile della vita (e della politica) e passa il tempo a mettere paletti, a stabilire confini, magari a discutere di distanze etiche e di parallelismi convergenti. Il moderato di destra è – invece – colui che padroneggia il livello (o l’ampiezza o la profondità, dipende) delle possibilità culturali, sociali, soprattutto economiche, ma preferisce che l’entità del patrimonio si ignori per non dividerlo in troppi. C’è pure il moderato – liberal, una specie di palombaro ciclista, con tendenze sadomaso, che faticosamente pedala, spostandosi impercettibilmente di posto, nei melmosi fondali della politica pieni d’alghe contraddittorie e di molluschi variamente scivolosi, ma voraci.
Il moderatismo è la vera malattia diffusa degli italiani e fa più vittime della peste nera; è un malanno periodico (si può prendere prima o dopo le elezioni) e dura quanto basta a raccattare qualche voto. Si contrae in cabina elettorale dove, senza precauzioni, gli elettori si concedono al perfido virus. Ha un lungo decorso (mediamente quasi una legislatura) e qualche segnale di guarigione si ha nei tempi della successiva campagna elettorale. Spesso, nel momento del voto, molti restano nuovamente infetti.
I predicatori del moderatismo sanno che è l’unica strategia (è anche una parola rassicurante) che consente di restare a galla: ciascuno tranquillo al proprio posto, senza voli o fantasie, senza progetti concreti e – soprattutto – senza passione: dentro i limiti ristretti dei loro moderati ideali.
Gerardo Monizza

 

Un minuto di silenzio

Teatro della provocazione
Dolore, cordoglio, sincera partecipazione, provocazione? Magari un geniale colpo di teatro che agita l’attenzione e la riporta a qualcosa di “alto”, a quei cosiddetti “valori” che stanno sul citofono di AN: schiacci, ma non capisci bene cosa rispondono dall’altra parte.
In Consiglio comunale [lunedì 5 giugno 2006] si stava discutendo di A9 e dell’ampliamento a tre corsie dell’autostrada (questione annosissima che mai sarà risolta e che – inoltre – è pure inutile…) ben sapendo che tutti sarebbero stati d’accordo per approvarlo (solo 4 astensioni!). Siccome il risultato era scontato la discussione seguiva i binari della piatta consuetudine.
Neanche il Consigliere Rallo (FI, cui manca sempre – per essere perfetto – o la toga o la tonaca) era riuscito a catturare l’attenzione. Indicando i reprobi conservatori (le sinistre in genere), elevando i progressisti (Lui, in particolare) e citando i comunisti (quali? dove? come? quando?) aveva cercato di seminar scompiglio nel consiglio, ma raccogliendo noia.
Invece di ispirarsi al cielo azzurro (visioni berlusconiane?) guardasse le facce dei suoi “signori colleghi consiglieri” anche vicini avrebbe già buttato alle ortiche la tonaca del predicatore. In quanto alla toga…
Qui il colpo di teatro, non suo, bensì del Consigliere Corengia che ha il fisico del ruolo anche quando non s’avvolge nel tricolore. Difatti non l’aveva.
Prima di intervenire sulla questione all’Odg (la A9) dice: “Do notizia di un altro attentato a Nassirya; diversi carabinieri feriti, uno gravissimo, uno morto. Propongo un minuto di silenzio”. Il Presidente del Consiglio acconsente, il Consiglio accetta, il pubblico non dissente.
Un soldato (un altro) è morto e tutti stanno in silenzio. Per rispetto, si dice.
Invece di urlare tutto il dissenso, il fastidio, il disgusto per una guerra finta (petrolio a parte), ma con morti veri tutti sono rimasti in silenzio.
Qui sta il colpo di teatro: trasferire la tensione dell’attesa (tutti aspettavano il sindaco e la sua relazione sul Caso Rumesh) sul nulla e spostare l’attenzione dei presenti combinando una rappresentazione sintetica del dolore: il silenzio pro forma, imposto con furbizia e accettato per evitare le solite discussioni.
E’ stato scelto di “non parlare” invece di trovare qualcosa di onesto da dichiarare. Anche per dire “basta” era sufficiente meno di un minuto.
Poi è intervenuto il Sindaco (ore 23): quindici minuti per riassumere la relazione del Comandante della Polizia locale. Fine. Una bella serata di teatro.
Gerardo Monizza

04 giugno 2006

 

Il teorema imperfetto [due]

Importanza della verità

Il Consiglio comunale della città di Como ha udito le parole del Sindaco Stefano Bruni e dell’Assessore alla sicurezza Francesco Scopelliti sul “Caso Rumesh” e sono state parole di autodifesa. La ricerca della verità (?) procede con estrema lentezza e si attendono le conclusioni del lavoro della Commissione d’inchiesta.
Finora, il Consiglio comunale di Como ha dibattuto sulla tragica vicenda sostenendo che il fatto (cioè il colpo partito dalla pistola dell’agente, tragico sia dal punto di vista umano che da quello politico) non c’entri con la discussione sulle competenze della Polizia locale. È solo in parte vero. I fatti determinano anche le reazioni.
I fatti relativi al cosiddetto Caso Rumesh purtroppo sono stati raccontati con molte inesattezze creando altrettanta confusione. Proviamo a ricostruirli.

Preambolo
Il fatto è grave. Un ragazzo di 19 anni è colpito da un proiettile partito dalla pistola di un agente della Polizia locale. Una ventina di parole sintetizzano il fatto; migliaia di parole lo raccontano in tanti modi differenti; fiumi di parole – senza argini – lo commentano.
Il fatto – tuttavia – nella sua drammatica e speriamo non tragica conclusione (Rumesh dimostra notevole capacità di ripresa) avviene in pochi minuti a Como: mercoledì 29 marzo dalle ore 17 in poi.

Inoltre: la ricostruzione proposta e diffusa sposta l’avvenimento – il fatto – dall’area della realtà (la strada, i ragazzi, la polizia, i controlli, le testimonianze, le regole…) a quello della politica locale (Maggioranza/Opposizione e anche verso i rapporti dentro la Maggioranza cioè tra la CDL e in particolare CL – sindaco Stefano Bruni – e AN – assessore Francesco Scopelliti). Dal racconto impreciso muove l’opinione generale.

I fatti
Bisogna attenersi al fatto. Prima di tutto. Solo dalla verità possono nascere azioni corrette e utili.
Como: via Briantea. Mercoledì 29 marzo 2006 ore 17 circa. Un’auto Fiat Bravo (a quattro porte) s’innesta nella strada principale; direzione Lora Lipomo. Sull’auto cinque persone. Una di queste, il passeggero sul sedile anteriore esce dal l’apertura del finestrino sedendosi sulla portiera agitando una mano e tenendosi con l’altra. L’auto corre a notevole velocità.
È la prima di una serie di infrazioni che vengono notate da due agenti della Polizia locale in servizio. Gli agenti sono in borghese e stanno compiendo normali indagini giudiziarie e – tuttavia – non possono e non vogliono ignorare – in quanto “vigili” - il comportamento dell’auto e delle persone che trasporta. L’inseguono.
La Fiat Bravo sale in velocità dalla Cappelletta inseguita dalla Fiat Punto della Polizia locale e supera il semaforo al bivio di Lora. Giunta allo slargo della strada provinciale (nei pressi della fermata dei Bus) è raggiunta dalla Punto. L’agente alla guida colloca la “civetta” sul tetto mentre l’altro espone la paletta d’ordinanza. La Punto è sprovvista di sirena.
La Fiat Bravo rallenta e accosta a destra, ma invece di fermarsi improvvisamente accelera e si dirige verso Lipomo. La Punto insegue la Bravo; gli agenti notano che gli occupanti sono giovani, ma non rilevano nessuno di loro conoscenza. La Bravo fugge inseguita dalla Punto e giunge al primo rondò di Lipomo (Esselunga) dove – inaspettatamente e inspiegabilmente per gli agenti – ruota ritornando in direzione di Como. L’inseguimento continua mentre la Polizia locale – con telefono di servizio – chiama la centrale comunicando il numero di targa dell’auto fuggiasca; pensano si tratti di un’auto rubata.
Non passano due minuti e la Bravo è ritornata in zona ponte di San Martino. Al semaforo due file di auto attendono il segnale verde. La misura delle due corsie non consente agevolmente il passaggio contemporaneo di tre auto. Tuttavia la Bravo, in frenata, s’infila nello spazio lasciato libero dalle due file di veicoli strisciando la carrozzeria di un auto destra, colpendo un’altra (che testimonia il fatto) e tamponando una terza (che si presenta volontariamente a testimoniare tre giorni dopo). Infine si ferma, impossibilitata a proseguire.
Sopraggiunge la Punto e i due agenti seguono la stessa procedura, ma restano bloccati dalla presenza a sinistra di un furgoncino: obbligano l’autista a fare una breve retromarcia (il guidatore non testimonia e ancora non si è presentato). Così possono scendere.
Entrambi gli agenti s’avvicinano alla Bravo: Marco Dianati (alla guida) e Luca armano la pistola. Ignorano ancora chi siano gli occupanti dell’auto. Impongono loro di uscire. Luca – a quel punto - nota che si tratta di ragazzi e disarma la pistola riponendola nella fondina. Marco Dianati prende con la mano sinistra il braccio del giovane alla guida (Rumesh) portandolo all’esterno dell’abitacolo; con la destra tiene la pistola.
Luca fa uscire il passeggero seduto sul sedile anteriore; gli altri dalle porte posteriori e avvia i quattro giovani a lato della strada, sul marciapiede. I ragazzi s’impauriscono e gridano. Accusano Rumesh di essere il solo responsabile dell’accaduto.
Rumesh esce dall’auto che, liberata dal peso degli occupanti ed essendo in discesa, si muove in avanti. Panico e preoccupazione sia per Rumesh che per l’agente. Il giovane si libera della presa e con uno scatto rientra in auto per tirare il freno a mano. L’agente riprende il ragazzo con la mano sinistra e lo fa ruotare intorno alla parte anteriore dell’auto; con la destra lo accompagna posizionando la pistola sulla spalla sinistra di Rumesh. La canna dell’arma sfiora la parte sinistra della testa di Rumesh.
Il giovane e l’agente arrivano al lato della strada. Rumesh incespica (il marciapiede è alto 22 cm) e cade. Rumesh e l’agente scompaiono improvvisamente dalla vista dei testimoni. Si sente il rumore di uno sparo. Marco Dianati si rialza e Rumesh rimane a terra colpito dal proiettile partito dalla pistola dell’agente.
Luca chiama il 118. Arrivano di seguito Carabinieri, l’ambulanza e l’automedica.

I testimoni del fatto
I quattro ragazzi della Bravo (dichiarano di essere partiti da via Briantea dopo aver raccolto per strada l’ultimo dei loro compagni; di aver bevuto qualche birra e di aver fumato (sostanza non identificata e – forse – non è stato fatto l’esame tossicologico).
Gli automobilisti (che confermano il fatto come narrato); quello del furgone non si è ancora presentato.
Un agente della Polizia di Stato (che sembra aver fornito indicazioni contraddittorie).
Una telecamera (posizionata sullo spigolo della casa d’angolo tra via Provinciale per Lecco e via Pannilani) ha certamente registrato il fatto (spesso tali apparecchiature - trattandosi di telecamere impostate per il traffico sugli incroci - ritmano le riprese a tempo e per settori).

False informazioni sul fatto
Che si trattasse di un’operazione antiwriters (la Polizia locale in quel momento si stava occupando di altre indagini);
che i ragazzi della Bravo fossero graffitari (uno solamente e successivamente si è rivelato appartenente ad un gruppo – conosciuto come Crew - di graffitari, ma segnalati dalla Polizia di Stato e non da quella Locale);
che gli agenti conoscessero i ragazzi occupanti della Bravo (non erano mai stati segnalati dalle precedenti indagini antiwriters);
che la “procedura” impone l’uso delle armi in situazioni di emergenza (si è trattato evidentemente di una scelta dettata dalle circostanze e del resto non esiste una “procedura” stabilita dal regolamento di polizia locale);
che i ragazzi provenissero dall’oratorio di Sant’Agata (solo saltuariamente e raramente erano stati visti nei pressi), la notizia non è più stata ripresa;
che la Bravo stesse avviandosi normalmente verso Lora (sono state rilevate infrazioni al Codice della strada e “scappare” al segnale di alt di una pattuglia di Polizia è illegale).

Deduzioni e opinioni
Non è provato né provabile che l’azione della Polizia locale sia stata dettata da sentimento razzista (vedi la prima pagina del quotidiano “Liberazione” del 2 aprile 2006); la dichiarazione è stata rilasciata da un minorenne - uno dei ragazzi coinvolti - immediatamente dopo il fatto ed evidentemente in stato di eccitazione; tuttavia tale notizia ha immediatamente fatto il giro d’Italia;
Non è significativo che i protagonisti del fatto siano o non siano provenienti dall’Oratorio di Sant’Agata a Como, ma si fa credere che siano ragazzi dell’oratorio e dunque “sono bravi ragazzi” cattolici (uno è buddista);


Considerazioni politiche
Le Sinistre, le Minoranze in Consiglio comunale, le Associazioni varie della solidarietà e della società civile si sono immediatamente attivate (per stendere un documento e per una raccolta di fondi), ma senza conoscere né voler approfondire i fatti; le richieste di referendum o una raccolta firme non stanno procedendo con la sperata velocità;
Le dimissioni di Sindaco e Assessore si potevano chiedere per inadempienza: i regolamenti regionali e comunale stabiliscono la necessità di aggiornamento continuo della Polizia locale soprattutto di quella Giudiziaria. Niente è stato fatto in questi anni.
La copertura assicurativa dell’attività generale della Polizia locale e degli agenti non sembra essere adatta alle situazioni specifiche né a coprire possibili alti rischi.
Le Destre hanno fatto quadrato per principio, alzando la voce e sollevando solamente questioni di valori;
Il Sindaco di Como Stefano Bruni (FI area CL) ha immediatamente scaricato il “suo” Assessore alla Sicurezza Francesco Scopelliti (AN), ma senza pretenderne le dimissioni. Se lo avesse fatto – ovviamente – avrebbe minato l’intero sistema politico locale in un momento in cui AN gli è ancora utile per mantenere il timone (un secondo mandato) del Comune di Como.

Considerazioni finali
Il fatto in se stesso è grave ed è increscioso in quanto un agente non ha avuto la determinazione né il buon senso necessari nel completare una (comunque) legittima e doverosa operazione di polizia. Soprattutto ha rivelato l’incapacità delle autorità preposte alla sicurezza dei cittadini a comprendere la gravità dei fatti e ad agire di conseguenza. Tale incompetenza ha mosso – anzi scatenato – la giusta reazione di diversi comparti della comunità (dai giovani alle organizzazioni) che purtroppo sono intervenuti con molta confusione e spesso con approssimazione.

Gerardo Monizza


03 giugno 2006

 

Strategia dell’attenzione

Sindaco, giovani, elezioni
Il “Caso Rumesh” e la Festa della Repubblica hanno fornito l’occasione al Sindaco Bruni di compiere finalmente un passo avanti. Per i primi cinque anni da amministratore pubblico (tre da assessore nella giunta Botta e due da presidente dell’Acsm) era stato – come dire – antipaticamente distaccato. È il suo carattere. Nei primi quattro anni da sindaco l’antipatia connaturata ha assunto un più preciso aspetto d’arroganza che rischiava rotture interne alla sua coalizione e incapacità di collegarsi agli avversari. Poi la svolta di questi giorni.
Fossimo non sul lago ma sulla strada di Damasco potremmo parlare di caduta, ma qui è un’ascensione. Sul Caso Rumesh il Sindaco di Como Bruni ha mantenuto la barra dritta raggiungendo facilmente la meta: vincere in Consiglio comunale (il suo intervento finale è stato un pezzo politico di notevole bravura, appena appena venato da sarcasmo – da leggere:
www.rudilosso.it -, per niente condivisibile ma questa è un’altra faccenda); poi rivelare i contrasti interni alle Minoranze (compito che gli riesce e che gli è molto congegnale) e infine re-incollarsi la sua Maggioranza malandrina. Inoltre: l’operatività del Nucleo di Polizia Giudiziaria, un nuovo prestigio personale, una immagine di moderato e – persino – di simpatico giovane padre della città. È riuscito a far dimenticare il suo sorrisetto sarcastico (vedi: Comoin-azione: Una cronaca: Gli Sventurati sorrisero) andando a trovare (dopo due mesi!) la vittima (Rumesh) e aprendo la strada alla visita dell’agente colpevole. Non è alta politica questa?
In attesa dell’apoteosi finale che avverrà nei cieli lariani al prossimo tempo della Notte Bianca (10 giugno) c’è stata la Festa della Repubblica. Microfono in mano, in piazza del Duomo, simpatico e gioviale (roba mai vista) ha fatto gli onori di casa ai cittadini, alla banda, alle autorità. Non è un miracolo questo?
Mezz’ora dopo, trasferiti autorità e cittadini all’ex Fulda, altra cerimonia di dedicazione della piazzetta al senatore ministro Mario Martinelli. Sorvolando sul fatto che lo spazio era già stato “dedicato” mesi fa si è ripetuta la scena ad uso della festante popolazione. Non è amore questo?
Ci vuole poco davvero a far contenti i cittadini: basta una nuova maschera e un costume di scena adatto e la commedia va avanti. Fino alle future elezioni.
Gerardo Monizza

02 giugno 2006

 

Mai cedere

Sogni e realtà
Se si dice ad un giovane che non ha progetti si può stare certi che s’offende. Un giovane – ma è naturale – non può averne; ha semmai desideri, visioni oppure sogni. È normale. L’adulto, che ha perduto ogni capacità di sognare, risponde invece con progetti macchinosi, costosi, inutili. Per questo il cerchio generazionale raramente si chiude.
Esistono poi situazioni peggiori delle altre: Como è una di queste. Qui, tra le romantiche acque del Lario e tra le belle alture, rimbalzano dai nonni, ai padri ai figli colpe antiche di immobilismo, insipienza, pochezza culturale, bigottismo, incapacità di immaginazione. Basta?
Chiunque, non dico di quelli che hanno girato il mondo, ma dei molti che hanno superato almeno Camerata, sa benissimo che altrove non è meglio: cambia la geografia, la morfologia del territorio, persino il carattere dei residenti, ma il risultato non è dissimile: stanchezza, noia, tremore, fastidio, malessere, odio. Non è bello.
Chi ha l’età per essere stato giovane, meno giovane, ora padre e magari nonno ricorda che il clima comasco di un tempo non era differente: magari c’era più “cultura” (appannaggio di pochissimi), più divertimento (riservato a circoli ristretti); più serenità (ma derivante da meno esigenze) eccetera eccetera… Ricorda anche che la contrapposizione tra giovani e vecchi era forte, anche se più trattenuta, e che le richieste (di spazi, di lavoro, di espressione, di partecipazione) si modulavano entro settori ben definiti e – inoltre – erano davvero poche e – forse – esaudibili.
Molte cose sono cambiate e certamente in meglio, ma altre non sono state risolte come – appunto – il dialogo tra generazioni che – proprio in questi anni – ha subito un blocco quasi totale. Quando gli adulti parlano i giovani neanche ascoltano e quando i giovani cercano di intervenire gli adulti non capiscono. Se l’argomento è la comunità, la città, il presente o il futuro, diventa un dialogo tra sordi. I risultati si vedono e la città non cresce come dovrebbe e come tutti sperano.
Di chi la colpa? Di chi la responsabilità? Facile rispondere: i giovani; gli adulti.
Restando solo da una parte si ha una visione troppo limitata sia dei problemi che delle soluzioni. Aprirsi al confronto sarebbe già un passo avanti. Chi comincia?
Gerardo Monizza

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