31 maggio 2006

 

Spazio ai giovani

Una bella pretesa
I giovani non hanno spazi. Hanno asili, hanno scuole, hanno discoteche suvvia che cosa vogliono di più? Quali e quanti altri spazi pretendono? E per farne cosa? Luoghi ove depositare macerie di istruzione? Antri dove nascondere vecchi vizi? Perimetri nei quali rinchiudere eterne immondizie? Volumi vuoti pieni di cioè? Niente di personale – s’intende – ma i cosiddetti “Spazi giovanili” non sono un gran modello di efficienza, di concretezza o di elaborazione cultural-sociale.
Sono spazi e questo – si suppone – basta sia a chi li chiede sia a chi li dà. Ai giovani è sufficiente averli e agli adulti (dopo infinite tiritere) concederli serve per dimostrare apertura (mentale), capacità d’intenti, senso democratico, spirito di novità e attenzione. Balle!
I giovani vogliono spazi dagli adulti (e massimamente dagli amministratori pubblici) per una questione di principio (generazionale, si potrebbe dire) e senza mai presentare un vero “progetto” d’uso: troppo impegnativo elaborare qualcosa che poi – prima o dopo – si dovrà mantenere. “Vogliamo fare musica” dicono anche se nessuno veramente sa suonare oppure: “Vogliamo esprimere la nostra creatività” o anche: “Per relazionarci fuori dagli schemi consueti” sono “concetti” che stanno alla base di molte richieste. Si capisce che la sostanza non è quella; che la domanda non è genuina; che la pretesa è un’altra e procede da quella vecchia concezione del rapporto tra cittadino (giovane) e la (vecchia) pubblica amministrazione: pretendere.
Lo spazio concesso per meriti d’età non deve essere un diritto e soprattutto non deve diventare uno spreco perché costa e perché, distribuendolo a casaccio o sotto la spinta di una situazione contingente, diventa uno spreco. Magari potrebbe essere – e meglio – destinato ad altri.
La violenza delle richieste (vogliamo!) e la demagogia delle risposte (ecco… figlioli) rivelano un rapporto sterile, diseducativo, inutile. Del resto, se ci fosse veramente un bisogno (per suonare, dipingere, cantare, ballare…) un giovane intelligente lo spazio lo trova da sé; se ci fosse una politica intelligente gli spazi esisterebbero numerosi e già da tempo occupati. Ma queste due “intelligenze” non fanno parte della stessa linea e il cerchio – purtroppo non si chiude.
Gerardo Monizza

30 maggio 2006

 

Porta aperta

Giovani e non accompagnati
Il sindaco di Como ha aperto la sua porta e questa è una bella notizia perché i giovani della città potranno finalmente varcare la sacra soglia e portarsi umilmente al cospetto del Primo cittadino. Avranno l’abito adatto alla cerimonia? Dovranno stare attenti e alzare il cavallo (dei pantaloni) non tanto per l’inciampo possibile, quanto per l’inchino cui seguirà la rituale genuflessione.
Il cerimoniale di Palazzo si sa quant’è severo, quasi papale, e quanto sono ordinate le cerimonie e sussiegosi i cerimonieri. Entreranno in fila, a gruppetti, divisi per appartenenza a zone od a quartieri? Perché – si sa – che altra appartenenza non sarà consentita.
Dovranno – i giovani comaschi ammessi – essere soprattutto giovani veri (nessun travestimento è concesso a vecchie maschere né burattini) e sani; puri di cuore e forti di spirito, comunicati. Soprattutto lieti e sorridenti; potranno esprimere idee, ma poche e convenienti; essere concisi e concreti, non esagerati. Non potranno farsi accompagnare in particolar modo dai cattivi maestri che – com’è noto – sono dai giovani d’oggi molto ascoltati.
Questa è la prassi per poter essere ricevuti nel Civico Palazzo Comunale della Città di Como; i giovani la ignorano, ma sappiano che per farsi ascoltare anche in democrazia esiste un certo galateo. E che il Municipio possa – infine - sembrare un confessionale è solo una maliziosa interpretazione (della solita sinistra).
Gerardo Monizza

21 maggio 2006

 

[S]consiglio comunale

Posizioni incollate
Proviamo a immaginare una quarantina di persone che ragionano su un fatto: che cosa succede solitamente? In Italia litigano. A Como? Neanche, ma sprecano il loro tempo.
Tale è la situazione al Consiglio comunale (costretto a discutere sul “Caso Rumesh” e di traverso sulla Polizia locale) dove, per regolamento, sono attribuiti ben 20 minuti a testa a chi voglia intervenire. Una disgrazia planetaria.
Si pensi che, nello stesso tempo, in un film raccontano – diciamo – la metà della “Ricerca del tempo perduto”, ma un medio consigliere comunale comasco in 20 minuti arriva appena all’enunciato. Quel che importa – del resto – non sono né la sostanza né la forma bensì i vincoli di partito.
Tutto (il ragionamento, s’intende) è in funzione dello scranno che il Consigliere occupa nel ferro di cavallo dei tavoli. Logica, grammatica, sintassi o retorica non muovono dalla qualità o dalle competenze del consigliere, ma dalla sua collocazione ideologica o politica. Insomma dall’appartenenza. Il Buono, il Brutto e il Cattivo non sono figure trasversali.
Si è visto sul caso Rumesh (detto Rumesh dalle Minoranze e insistentemente Ramesh dalle Maggioranze, all’inglese, tanto per fare i fighi). Insomma sciocchezze.
Maggioranza e minoranza sono rimaste incollate anche se – qua e là – alcuni pochissimi interventi hanno tentato di dare un contributo più sostanziale al ragionamento. Quel che emerge è una netta spaccatura tra soluzioni che dovrebbero invece essere più condivise: stiamo (stanno) parlando della vita di un ragazzo fermato alle soglie della giovinezza, del comportamento di un Agente (e per esteso di tutta la Polizia locale e dei suoi compiti) e delle regole che dovrebbero governale la sicurezza dei cittadini.
Il tavolo del Consiglio comunale è a forma di ferro di cavallo eppure – idealmente – dovrebbe essere circolare: per guardarsi in faccia e discutere con serenità ed affrontare le decisioni importanti insieme e in fretta. Con 20 minuti a testa finiranno – invece – per sfinimento loro, del pubblico e dei cittadini; senza ascoltarsi e – ovviamente – rimanendo sulle posizioni precedenti. Senza neanche sapere quali erano.
Gerardo Monizza

13 maggio 2006

 

L’Albero Sacro

TRAVESTIMENTI INUTILI

Un Cedro s’era travestito
da Pino. Per darsi un tono
- ovviamente - s’illuminava a Natale
guardandosi felice, intorno.
Fu scoperto facilmente
dai segugi comunali
che, nero su bianco, scrissero brutte cose
per toglierlo di mezzo.
Pochi – per la verità – s’alzarono in sua difesa:
qualche verde, nessun rosso,
azzurri manco a parlarne.
Così fu sradicato.
E’ una cosa davvero indecente,
- gridavano da più parti -:

non può stare nella pubblica piazza
un Cedro che mente!


Sarà del Libano, questo cedro piantato senza alcun altro criterio che quello di portar le luminarie nel tempo dell’Avvento? Per poco più di sessant’anni è stato in piazza Verdi a Como a fare da perno ideale alle linee della composizione architettonica. Data l’età, la pianta deve averla vista anche il Terragni, nel senso del Giuseppe, morto nel quarantatré del Novecento. Precisetti com’era non ha detto né scritto nulla contro la pianta, anzi, forse quel cedropino deve aver soddisfatto le sue manie di strutturazione dello spazio: il bel Duomo – che mostra sdegnosamente il culo alla faccia(ta) del Sociale – e là, sul fondo del quadretto, la sua Casa del Fascio e ‘sto albero che fissa il punto ideale di collegamento. Triangolo perfetto di architettura e sposalizio di stili, almeno così si dice. E pensare che, già allora, alle soglie della guerra (la Seconda mondiale) piccolo – il cedropino – non doveva poi essere. I palchettisti a quel tempo non lesinavano le spese per feste e addobbi e lo tenevano acceso di certo fino alla Befana (fascista, ma non avara); per la gioia loro e dell’intera città. Una roba de sciur.
Il cedropino nel frattempo è cresciuto fino a diventare – oggi – persino un problema.
In una città normale la cosa sarebbe finita in mano a qualche esperto: un architetto, un urbanista, un paesaggista o un giardiniere hobbysta e invece è finita nel paiolo della polenta chiacchierona.
Pollice su o giù? Come un gladiatore sfinito nell’arena il cedropino, già sull’orlo della pensione, sta attraversando una crisi di nervi e aspetta la sentenza: finire a pezzi nel camino di qualche assessore? Scaldare la mensa dei poveri? Trucidato in truciolato? In asse, in laminato, in segatura? Brrr dice il cedropino che pensava semmai al calore di una famiglia (Comasca) e non alle polemiche e, magari, all’esilio.
Che poi gli dicano bene in faccia che la sua mole spezzata della cima (e non per colpa sua) ingombra la visuale del teatro, questa è davvero bella. Dal suo punto di osservazione risulta – invece – ottima; come quella del Duomo e – anche – della Casa del Fascio.
Proprio lì (cioè qui) stava il Terragni a rimirar la sua moderna architettura: proprio all’ombra del Sociale e alle spalle del Duomo. Pardon: al culo. E se fosse stato proprio lui, il geniale architetto, a dir ai palchettisti dove piantar la pianta? Questo sarebbe il colmo: diventerebbe infine un luogo sacro ai comaschi, agli americani, all’architettura, agli studenti, ai fotografi, agli assessori. Ci farebbero una tesi di laurea, un bel libro, una mostra. Ci porterebbero le scolaresche, gli anziani ed i turisti e tutti col naso all’insù a domandarsi: ma sarà arte?
Gerardo Monizza

12 maggio 2006

 

Il Silenzio degli Indecenti

RITI E RUMORI
Nelle cerimonie non religiose si svela il lato inadeguato della struttura laica: incapace di suscitare una vera emozione, un sentimento sincero, una sentita partecipazione. Di solito c’è imbarazzo e indecisione; la religione e i preti fanno meglio (e sarà l’esperienza). Tali cerimonie laiche sono movimenti senza liturgisti, azioni senza significati, riti senza storia condotti da celebranti privi d’esperienza. Acquistano – di contro – una configurazione troppo vaga e/o molto ideologica e – nella fretta del momento – separano invece di unire.
Così è capitato in Consiglio comunale a Como (Lunedì 8 maggio) dove il minuto di silenzio imposto (cioè il rito) ha (inter)rotto la noiosa conduzione dell’assemblea (la liturgia) offrendo la sensazione? il pretesto? l’occasione? per sospendere una riunione su cui gravavano forti tensioni: il recente caso ACSM e la relazione dell’Assessore alla sicurezza Francesco Scopelliti sul “Caso Rumesh”.
Il minuto di silenzio, chiesto per ricordare le morti dei soldati italiani lanciati irresponsabilmente in missioni (di pace) all’estero, era solo ipocrisia. Certo, per chi l’ha proposto, intendeva essere ben altro, ma si è rivelato una sorta di “atto dovuto” all’ideale interventista, guerrafondaio, autolesionista e sciocco che ha supportato una guerra inutile e dal finale incerto.
Dopo tanto blaterare di missioni sociali, aiuti umanitari e trasporto della democrazia l’obbiettivo di una pace diffusa attraverso la via della guerra meritava davvero molto più di un minuto di silenzio. Invece, l’occasione – come sempre – sono i morti: il loro ricordo e il loro purtroppo inutile sacrificio.
Opporsi a questa logica deludente (meglio piangere dopo che prevenire) è lecito. Può sembrare insensato, magari incivile, forse maleducato, ma è un modo sincero. Rifiutare oggi il rumoroso silenzio breve, di chi non ha voluto capire a suo tempo le ragioni della pace preventiva, è persino un atteggiamento giusto, onesto e coerente.
Hanno dunque fatto bene i pochi giovani presenti in Consiglio comunale a non alzarsi e a non partecipare al rito del silenzio? No. Avrebbero compostamente dovuto lasciare l’aula della cerimonia improvvisata per separare, anche nell’evidenza del gesto, il falso rito di chi sta zitto perché non ha più niente da dire (a parte i soliti “nostri valori, la patria”) e chi tace per rispetto di chi è morto (volontario o no) spedito sul fronte da idee sbagliate, indecenti e operazioni che non hanno senso.
Gerardo Monizza

10 maggio 2006

 

Teorema Imperfetto Uno

CONFUSIONI E DISASTRI
Como. Il “Caso Rumesh”, a un mese e mezzo dall’accadimento, si presta ad alcune considerazioni tutte negative, meno una. Di positivo – infatti – c’è solamente l’attenzione che molti giovani hanno finalmente dato a qualcosa di reale - seppur gravissimo – che è accaduto sotto i loro occhi o quasi. Immediatamente hanno reagito, si sono mobilitati, hanno espresso opinioni e – soprattutto – hanno portato testimonianza, solidarietà, aiuto alla famiglia del ragazzo ferito e allo stesso Rumesh. La loro presenza ideale e fisica ha contribuito ad impedire l’oblio ed ha fortemente aiutato la rinascita del ragazzo. Tutto il resto – invece – è un disastro.
I responsabili politici (ed amministrativi) del Municipio comasco hanno dato la peggior prova possibile: arroganza, superficialità, inadeguatezza, incapacità di reggere le redini della faccenda e le inevitabili conseguenze. S’è creato un clima di netta contrapposizione tra maggioranza e minoranze; una nuvola di confusione ha coperto gran parte della vicenda; un teorema imperfetto si è costruito intorno all’imprecisa struttura della vicenda.
Il Sindaco Bruni non ha saputo mediare (ma questo fa parte del suo inimitabile stile); l’Assessore Scopelliti (che tuttavia non ha alcun reale potere – tanto dice la legge - né politico né giuridico nel sistema della sicurezza comunale, pur avendone la delega) ha preferito sparire per un mese. Per far cosa? Riflettere, piangere, pregare? Il Comando della Polizia locale non ha mostrato di esistere.
La Maggioranza ha fatto quadrato attorno all’idea metafisica di una vaga sicurezza per i cittadini e, per principio o forse per pregiudizio, ha difeso il concetto astratto della tutela dei beni e della incolumità della persona. La parte di AN ha alzato i toni, il volume e la voce. Nel vuoto.
Le Minoranze – al solito poco compatte – hanno chiesto un referendum, poi una raccolta di firme, poi le dimissioni, poi la cancellazione del Nucleo di Polizia locale, poi – essendo appunto minoranze – hanno subito le (non) decisioni della Maggioranza.
Le Associazioni cittadine impegnate nel/sul/per il socio/cultural/politico hanno prodotto un volantino comunitario, molto gravido di buoni sentimenti a cui non è seguito quasi niente di concreto, a parte un paio di interminabili riunioni/assemblee/performance pubbliche (e altre ne verranno).
Per quanto riguarda l’informazione, mentre lentamente si stanno delineando con più precisione i fatti (che erano stati raccontati di fretta e furia con imprecisioni gravissime e con collegamenti pericolosi), ora punta tutto al miracolo della guarigione e all’ottimismo vitale e di un futuro – che tutti speriamo – per il giovanissimo Rumesh.
Questa la Città di Como di fronte alla vita reale. Come potrà mai occuparsi di politica?
Gerardo Monizza

09 maggio 2006

 

Il Bastone è la Carota

QUALE SICUREZZA?
Me l’ha chiesto, ma non l’ho fatto. Questa è la frase (sincera) che avremmo voluto sentire amplificata dalle carnose labbra dell’assessore Francesco Scopelliti. Abbiamo letto [La Provincia di lunedì 8 maggio 21006] invece: lo volevo, ma non mi è stato concesso (di dimettermi).
Capitato per caso o forse anche per ideologia alla “sicurezza” non potendo occuparsi d’altro: il “bilancio” (troppo vago) o la cultura (troppo molle), di duro non restava che quella delega alla sicurezza guadagnata sul campo delle elezioni comunali con un numero di preferenze ai livelli delle star nostrane. La delega alla sicurezza fa figo, forte e sfrontato, macho e molto AN e chissà perché (dopo il lavacro nelle acque di Fiuggi non dovrebbe più essere così…).
Lui, l’Assessore alla partita, è uno tutto d’un gran pezzo e sa come s’interviene. Conosce il metodo, usa la tattica, s’intende di logica e delle leggi che applica nelle battaglie in campo con quegli individui che infrangono le regole. Non che infrangere – dai vetri alla Costituzione – sia lecito o bello in sé, ma sono in molti a farlo e una strategia diciamo comunale ci vuole; è necessaria anche solamente per risolvere faccende di strada o di cortile, di muri sporcati, di microcriminalità, di ambiente, di inquinamento locale, di rifiuti e scusate se è poco. Non lo è. In una piccola comunità esistono purtroppo infrazioni o piccoli reati di cui bisogna occuparsi, prima che diventino grandi, incontrollabili, devastanti.
Dimissioni! Chiedeva il popolo comasco sotto la finestra del Municipio (ma il Nostro era astutamente altrove). Dimissioni? Si chiede l’Assessore alla cosiddetta sicurezza e non capisce perché dovrebbe darle. Eppure è semplice.
La sicurezza dei cittadini non si garantisce né con le armi, né con le “non armi”, ma creando le condizioni affinché la comunità possa vivere in serenità. Ma questo è un altro discorso e non tocca solo Lui.
L’Assessore che se ne deve occupare – della sicurezza – ha normative precise, regolamenti e leggi che lo guidano. Li ha letti? Non ci vuole molto e chiunque può facilmente sopperire alla propria incompetenza in una mezz’oretta. E’ più facile – e fa molta scena, dunque immagine, perciò voti – scegliere la strada della creazione dei Corpi di polizia, anche solo locale: fa sentire condottieri. E poi? Creato il nucleo lo si lascia senza contorno: senza preparazione, senza aggiornamenti continui, senza protocolli d’intervento, senza mezzi adeguati, senza regolamento specifico.
Dice: ho sempre chiesto di poter usare spray urticanti e bastoni estensibili (i noti “presidi tattici difensivi”). Tutto qui il grande disegno organizzativo della sicurezza locale? Un po’ poco se poi si scopre che non ci son due euro per montare una sirena (quella che avrebbe avvertito Rumesh in fuga).
Scorrendo le legislazione vigente, che fissa le regole per la dotazione di armi (vere e finte) con cui attrezzare la Polizia locale, si scopre il progetto politico che regola le competenze della Polizia locale in rapporto alle altre forze dell’ordine nella loro organizzazione territoriale. Si tratta di leggi dello Stato e della regione che – con successivi e frequenti ritocchi – cercano di adeguarsi al veloce mutare delle condizioni sociali basate su principi anche discutibili, ma dalle quali – essendo regolarmente vigenti – non si può prescindere.
In diversi anni d’attività del nucleo comasco di Polizia giudiziaria locale c’era tutto il tempo per capire la strategia d’intervento e per adeguarne i compiti e le mansioni e per creare le condizioni di sicurezza che tutti i cittadini pretendono. Questo non è stato fatto e questo è emerso a causa di un grave incidente di percorso del quale, l’Assessore competente, ha la responsabilità indiretta (quella diretta, per legge, è del Sindaco) morale e politica. Perciò sono state chieste le sue dimissioni. Ma l’Assessore ha sistemato la faccenda donando un rosario (cattolico) alla madre (buddista) di Rumesh facendo finta di niente per un mese e non assumendosi le responsabilità. Un anno passa in fretta e tutto – secondo Lui – si può anche dimenticare.
Gerardo Monizza

05 maggio 2006

 

Sorris[ett]i e Misfatti

DALLA TRAGEDIA AL RIDICOLO
Como. L’intelligenza di un uomo pubblico si misura con la sua capacità di stare nella realtà adeguando il proprio modo d’agire al mutare delle condizioni. Non significa che egli debba - ad ogni strattonata - cambiar di rotta, ma che sappia comprendere cosa sta succedendo e – di conseguenza – sappia intervenire. Osservando l’agire del sindaco di Como Stefano Bruni si ha la sensazione che il suo “modus operandi” sia quello del comandante di un peschereccio che nonostante il cattivo tempo, i venti contrari, gli accidenti alle macchine, l’incapacità dell’equipaggio, voglia mantenere l’incerta rotta vagando a zig zag tra i flutti ostili e le onde altissime. Insomma: che sia un pessimo capitano.Visto lo spettacolo offerto dalla finestra del Municipio (ai manifestanti) o una decina di giorni dopo (ai consiglieri impegnati nel dibattito sul “caso Rumesh”) il sindaco di Como ha prima beffardamente sorriso e poi preferito gaiamente giocherellare col telefonino. Due prove di vera saggezza. Ad un sindaco si chiede ben altro comportamento e soprattutto la volontà di risolvere i problemi e non – come gli è facile – crearne di nuovi.Soprattutto per il caso “Rumesh” ci sarebbero voluti equilibrio ed acume. Anche solo per portare dalla propria parte il peso politico di una faccenda tanto delicata e tragica. Ma qui si rischia di scadere nel campo dell’umano, territorio non proprio di competenza del sindaco di Como, neanche considerando l’aspetto politico, dove egli sembra muoversi con la leggerezza di un elefante tra le cristallerie. Sul caso Rumesh ha lasciato che le cose andassero incontrollate non dando quel senso di fermezza di cui si sentiva il bisogno. Ha lasciato che sentimenti, reazioni, ideologie, idiosincrasie, ecc. si mischiassero in un minestrone dal quale è ormai difficile estrarre un pezzetto di verità.Doveva, il sindaco, farsi carico della complessità, mostrandosi più risoluto verso i media, stampa e tv che hanno molto mestato nel torbido di un’informazione affrettata e imprecisa; doveva immediatamente separare il legame (falso) tra la vicenda di Rumesh e i gaffitari locali (che molto più informati del sindaco hanno immediatamente abbandonato la faccenda, com’è loro costume); doveva chiarire ai cittadini (o anche solo ai propri elettori) il rapporto con l’assessore alla sicurezza Francesco Scopelliti (ma avrebbe dovuto spiegare la conflittualità in atto tra l’anima ciellina di Forza Italia e la mente esterna di Alleanza Nazionale poco favorevole ad una ricandidatura del sindaco di Como alle elezioni del 2007); doveva – infine - ascoltare le “minoranze”. Certo, si trattava di un rapporto difficile, quasi al limite, tuttavia arricchente (per entrambe le posizioni).Il caso Rumesh ha rivelato nervi scoperti che nessuno ha ben chiaro come curare: la sicurezza dei cittadini, la necessità di giustizia, il rapporto tra culture lontane, la responsabilità delle forze di polizia (locale o dello stato), la correttezza dell’informazione, il dialogo tra parti politiche opposte, lo scontro tra ideologie, l’atteggiamento dei giovani, l’invadenza dei graffitari, il degrado civile e l’orrore dei luoghi… c’è altro? Certo: la vita, la realtà, le leggi, la politica, il senso della comunità. Insomma, le mille faccende che bisogna fare per vivere insieme senza accapigliarsi e senza farsi ammazzare. Queste cose un sindaco le deve sapere e le deve saper fare. Il sindaco di Como che ogni mattina si nutre di spiritualità e che tuttavia sembra incapace di gesti di vera carità politica, che è sostenuto da un’ampia coalizione ma non pare capace di mediazioni, che sorride troppo spesso e molto volentieri queste cose le sa? La risposta è: no!
Gerardo Monizza

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