19 luglio 2006

 

Verso cosa?

Partito e mai arrivato
Il quadro politico è desolante: ci sono una destra senza vere tradizioni, che poggia su leggende (il fascismo, l’onore, l’eroismo, la patria…) che sono state cancellate o su concetti ampiamente modificati. Una destra liberale non esiste più da almeno vento o trent’anni anni e c’è una destra popolare e populista inventata all’osteria tra fiaschi di vino e ampolle d’acqua non frizzante. Poi c’è una destra nostalgica, baciapile, fortemente veterodemocristiana che affetta valori unticci, vecchiotti un poco rancidi.
C’è – di nuovo - la destra del partito azienda progettata come un bisogno, lanciata come un prodotto, venduta a caro prezzo e comprata (dalla metà degli italiani) a suon di illusioni. Bisognerebbe controllare la data di scadenza.
Il centro non si sa dove sia. Forse mezzo mischiato nella sinistra a far da freno continuo a quel poco di voglia di cambiare che, una compagine moderna, dovrebbe esprimere magari con gioia. Invece no.
La sinistra non sta tanto bene. Divisa – almeno ufficialmente – in 17 sezioni (tra alberi, fiori, foglie e bandiere) viaggia su due percorsi nettamente separati: in uno ritrova progettualità, intelligenza, capacità di invenzioni, voglia di cambiamento (il barboso ma non vago programma elettorale, i primi passi del governo, subito ammorbiditi dal compromesso); nell’altro c’è il contrario. Rissosità, innanzitutto. Divisione continua, incapacità di dialogare all’interno, persino fame di potere (troppi ministri e sottosegretari).
Da dieci, forse quindici anni, si parla, si discute, si elabora, si sogna il Partito Democratico e ancora i “padri fondatori” non riescono a trovare un’intesa. Ma su cosa? Sugli ideali? Sulle idee? Sull’ideologia? Oppure sono in discussione ancora progetti, programmi, previsioni, uomini e mezzi?
I cittadini (democratici) sono stanchi di rinvii e suppongono, spinti dal dilagante qualunquismo, che il Partito Democratico non decolli perché cambierebbero le regole e le persone (o le persone sulle poltrone). In parte potrà avvenire anche se pochi sono quelli che immaginano una “rivoluzione” dal basso (o di base) capace di far esplodere un partito finalmente unito. In molti – invece - vagheggiano persino di poter cambiare d’un colpo ministri, sottosegretari, parlamentari e metterci – magari - qualche giovane neoeletto senza esperienza.
Chi pensa così è davvero fuori dalla realtà dovendosi fare i conti tra un apparato forte (quello dei partiti) che ha tuttavia un deposito di esperienza e autorità di programmazione e di governo e una massa popolare senza competenza diretta. Il cambiamento vero – tuttavia – può avvenire solamente se dal basso, dalla base, partirà la spinta per far cadere tutte le paure, le reticenze, le frenate e, diciamolo, anche qualche testa che impediscono di concretizzare un progetto la cui realizzazione potrebbe essere attuata in pochi mesi.
Un Partito Democratico fatto di uomini, donne e giovani laici, liberi da pregiudizi (o ideologie senza più idee), fuori dagli schemi tradizionali (destra, centro, sinistra, conservatori, progressisti…) e troppo consolidati (la nostra storia, le nostre tradizioni…). Finalmente un partito democratico moderno. Ci vuole tanto?
Gerardo Monizza

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