12 luglio 2006

 

Ti cosa?

Occasione perduta
Una premessa: venticinque anni fa, quando fu “acquisita” al patrimonio comunale la Ticosa era già una schifezza, quasi un rudere. Solamente era ancora abitata da operai e impiegati sull’orlo del licenziamento. Il Comune intervenne per salvare l’area e le famiglie. Una buona azione (prologo) che si sarebbe trasformata – in terra comasca – in un calvario progettuale e politico. Cioè una tragedia.
Oggi, dopo venticinque anni, la vicenda si appresta a chiudere il primo atto con promesse e rinvii con finali e finalini e con trionfi di carta(pesta). Nella regia del Primo cittadino pro tempore si prevede un secondo atto esplosivo (nel senso del termine). Poi le elezioni. Fine. Il seguito ad altri.
Per quanto possa sembrare incredibile i comaschi son rimasti a guardare, praticamente silenziosi, un quarto di secolo aspettando il vero colpo di scena in una recitazione piatta, troppo burocratica, per niente coinvolgente. Quel che doveva succedere – infatti – non è successo e cioè: la partecipazione di tutti alla complessità dell’idea. Non del progetto, che spetta ai politici ed agli specialisti, ma all’idea di partenza che avrebbe dovuto essere più condivisa dall’intera città.
Ti cosa? Case, negozi, uffici, parcheggi e un pizzico di divertimento questo è il canovaccio. Abbandonata l’idea del bowling (nemmeno i proponitori la ricordano più) resta il contentino (ma a chi?) della cosiddetta Centrale del Santarella ovvero un brutto edificio somigliante ad una chiesa a tre navate (in cemento, sai che allegria) per farne una "Cantrale di cultura" e la “sistemazione a verde” (che è una bella frase che piace persino ai cani). Per il resto è un progetto come un altro, come seri professionisti avrebbero realizzato altrettanto professionalmente vicino ad un fiume, ad un bosco, ad una superstrada o al Circo massimo.
Ti cosa, per cosa? Questo doveva essere il significato del grande intervento e non solo brigare per vendere. Quando la politica veste i panni dell’immobiliarista ragiona a metri quadri e cubi e dimentica le persone. Proprio le “persone umane” cui tanto sembrano tenere molti amministratori, “persone cittadini” che avrebbero contribuito a creare finalmente un pezzo della Città nuova che Como – un secolo o l’altro – dovrà pur diventare.
Ma chi la vivrà?
Gerardo Monizza

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