23 luglio 2006

 

Scaccia Moschea

Politica dell’incomprensione
La struttura portante – detta anche maggioranza – della politica locale dimostra, appena può, la sua totale incapacità gestionale. Di qualsiasi cosa. Dei rapporti umani, soprattutto.
La presenza sul territorio comense di uomini e donne detentori di culture, mentalità e religioni diverse non scompone le locali granitiche certezze e – si suppone – solide fedi, ma rivela – negli atti costanti di alcuni amministratori – grettezza e inettitudine.
La questione della moschea a Como è uno di quegli atti incompiuti che possono rompere il delicato equilibrio nelle comunità conviventi. Da dieci anni se ne parla senza far nulla per trovare una soluzione. Altre città l’hanno fatto e persino la “cattolicissima” Roma (che per alcuni non è la capitale d’Italia, ma la sede del papato) ha disposto avvedutamente perché si realizzasse una moschea, degno luogo di preghiera per musulmani. In provincia di Como invece niente.
Nonostante la numerosa presenza di credenti e praticanti e le pressanti richieste della comunità musulmana il comune ha sempre risposto con atteggiamento procedente dall’indifferenza al sarcasmo.
“Se non hanno luoghi in cui farlo – ha dichiarato il sindaco Stefano Bruni – preghino a casa loro”. La proposta del sindaco (che ci sa fare sia coi numeri che con la teologia…) suggerisce una soluzione che, effettivamente, si basa su modalità e pratiche dissimili da quelle cattoliche. Il musulmano può pregare ovunque: in strada, in casa, al lavoro. Come di fatto fa.
Tuttavia la moschea non è un luogo opzionale, né alternativo a tali spazi più o meno occasionali diventando – invece – luogo privilegiato dell’incontro, del raduno, dello studio (coranico) della comunità locale.
Perché opporsi – dunque - con tanta acredine alla realizzazione di una moschea a Como (e a Cantù, a Erba o dove diavolo serve)? Per paura del diverso? del confronto? per non rischiare di mettere in dubbio le proprie certezze? oppure per assecondare e privilegiare l’atteggiamento di un clero ansioso e di gerarchie cattoliche che non accettano il dialogo come necessario passaggio ad una vita comune libera da pregiudizi?
Tenere forte le redini in un difficile rapporto di convivenza è ancora il modo migliore per evitare lo scontro come si dice “di civiltà”. Additare le altre religioni (in particolare i musulmani) come il pericolo o la devianza (dalla retta via, dalla verità) è una strategia che – invece - allontana il dialogo.
È utile?
La diocesi di Como (e di Sondrio e Varese) ha oltre mille chiese di cui solo in 10percento utilizzate frequentemente; qualcuna potrebbe anche essere adeguatamente trasformata. Quanti sono gli edifici religiosi, sparpagliati nel mondo, trasformati da templi pagani in chiese e in moschee e ancora in chiese e pagati e ripagati da fedeli, ma anche corporazioni, amministrazioni pubbliche, dallo Stato e persino restaurati coi soldi della Comunità europea, dunque anche con contributi di non credenti e atei?
Meglio: i musulmani possono realizzare una moschea costruita con i loro soldi?
Un sano pragmatismo brianzolo e laghée avrebbe già trovato la risposta; invece l’integralismo diffuso preferisce rispondere: “Se (i musulmani) vogliono a tutti i costi venire a pregare a Como città (invece che restare al Palasampietro di Casnate) evidentemente avranno altri obbiettivi e io, a questi giochi, non mi presto”. Parola del Sindaco Bruni detto il Saggio.
Gerardo Monizza

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