15 luglio 2006

 

Realtà e Miti

La notte dei fuochi
Quando si riportano alla luce le storie accadute a Como negli anni Settanta Ottanta del secolo scorso si finisce quasi sempre col citare la morte del brigadiere Luigi Carluccio. Sono passati 25 anni da quella notte del luglio 1981 in cui la città fu svegliata e sconvolta da sei esplosioni. Erano circa le due della mattina e il suono delle deflagrazioni – quasi contemporanee – svegliò tutti i residenti della città murata. Va ricordato che Como, meno di un anno prima, cioè la notte del 2 agosto 1980, era stata sconvolta dalla morte alla stazione di Bologna della famiglia Mauri Bosio. La strage alla stazione aveva lasciato un profondo senso di disagio e di apprensione che si trasformò per i comaschi in vera paura nella notte del 15 luglio 1981.
Tutti scesero in strada. Allora la città murata era ancora abitata e i negozianti usavano risiedere sopra il negozio. Furono colpiti dall’esplosione diversi esercizi commerciali del centro, la macelleria di viale Lecco e – va ricordato – anche il carcere del Bassone. Là fu lasciato – a mo’ di firma – uno striscione delle sedicenti “Brigate operaie per il comunismo”. Dopo quella serie di attentati le “Brigate” scomparvero. Ovvio: non esistevano e – come subito fu chiarissimo a tutti – non centravano con la cosiddetta “notte dei fuochi”. La quale fu, per ammissione immediata degli stessi commercianti colpiti, una azione di avvertimento.
Era il racket che cercava di appropriarsi della realtà attiva e in via di sviluppo, sostenuta dalla grande distribuzione, dettando le sue pesanti condizioni al commercio locale. Questa fu la motivazione accolta da tutti. Tuttavia la morte di Luigi Carluccio spostò la direzione delle indagini (che non approdarono a nulla) verso il terrorismo. Un’entità “metafisica” che andava bene per giustificare qualsiasi azione sconsiderata, violenta e omicida.
Luigi Carluccio divenne il “martire” da glorificare anche se - si sapeva - che la sua opera di disinnesco della bomba, lasciata dai delinquenti presso la macelleria di viale Lecco, non sarebbe stata eseguita secondo la procedura: si parlò subito di mancanza di giubbotto protettivo e di ogni altra precauzione. Giornali e inquirenti tacquero. Ciò – ovviamente – nulla toglie al sacrificio del brigadiere artificiere, ma non aiuta a chiarire la dinamica degli attentati né porta alle motivazioni. Purtroppo non è mai stato possibile sapere il nome degli esecutori e dei loro mandanti e ciò è abbastanza inconcepibile se si pensa all’impegno nelle lunghe indagini, alla complessa messinscena, alla quantità di esplosivo utilizzato nei sei attacchi, nonché alla dislocazione delle bombe (cinque in città e una al Bassone).
Però la realtà si alimenta preferibilmente di miti da usare come paravento per azioni delle quali si ignorano origini e cause e spesso – anche in ambito locale – si preferisce la strada facile dell’ignoranza a quella più difficile della verità.
Gerardo Monizza

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