17 luglio 2006

 

Maggiolini va in pensione

Cambio di un’era
Forse non è elegante e neanche cortese, ma la presentazione al papa delle dimissioni dall’incarico di Vescovo poteva essere l’occasione di una riflessione generale sulla diocesi. Invece: silenzio generale.
Certo: è il momento dei saluti, degli auguri, dei ringraziamenti, ma il vescovo Maggiolini è anche un uomo pubblico, un amministratore di beni, un uomo di potere ben presente nella realtà sociale. Piaccia o non piaccia ignorarne la figura, il peso, l’intraprendenza, il valore o l’incapacità è solo un modo di negare la realtà e la sua complessità.
Alessandro Maggiolini è (stato) vescovo della diocesi di Como e di Sondrio (con numerose parrocchie nella provincia di Varese) dal 1989; una lunga presenza segnata da caratteristiche diverse: disponibilità, avversione, umanità, crudezza, simpatia, esagerazione. Un uomo – dunque – che ha ben incarnato la figura del leader spesso dimenticando la primaria funzione (quella del pastore d’anime) per vestire quella del politico, del polemista, dello scrittore, del giornalista. La sua preferita.
Amato e odiato non ha fatto molto per rendersi simpatico alle parti avverse lasciando inalterato il numero di coloro che lo ritenevano “uno che sa parlar chiaro, diretto, semplice” e degli altri che non sopportavano il suo integralismo, l’ambiguità lessicale, persino il suo modo di costruire le frasi o di predicare. Il vescovo ovvero l’uomo si sono uniti in una figura molto “massmediatica” capace di sorprendere, di ammiccare, di confondere. Tuttavia mantenendo sempre alto il livello particolare della sua presenza: a Porta a Porta, alla Tsi, sui quotidiani nazionali preferibilmente della destra (dopo che il Corriere e il Sole 24ore avevano un poco sfumato la sua collaborazione troppo imbarazzante).
La raccolta degli scritti da polemista e divertito provocatore è ancora leggibile (
www.alessandromaggiolini.it) e abbastanza sintomatica di un modello pastorale tutto all’attacco del nuovo, dell’innovazione, del rischio, dell’avventura. Tuttavia, la vita è fatta anche di prove che bisogna sperimentare giorno dopo giorno: il rapporto di coppia (non solo separazione, cattiverie, liti uguale crisi per i figli), l’esplosione omosessuale (paragonata alle bestie), la società in mutazione costante (condannati anche Pacs, procreazione assistita eccetera), la scuola pubblica (comunista, approssimativa, sessantottina…) e quella privata ovvero cattolica sulla quale ha speso innumerevoli parole di lode e molto impegno personale.
Non estraneo a passione politica Alessandro Maggiolini ha assecondato chiaramente la tesi del rischio musulmano lasciandosi volentieri accompagnare dai settori meno dialettici del panorama politico italiano. Amico di Gianfranco Miglio – e forse per questo – non ha mai negato simpatie alla Lega (e l’ultima visita di Umberto Bossi in vescovado non rappresenta solamente il reciproco saluto tra due persone colpite da grave malattia). Narcisista, protagonista e accentratore ha realizzato meno di quel che avrebbe potuto anche considerando che la diocesi di Como, Sondrio e Varese ha moltissime parrocchie e oltre 600 preti.
Per questo non è molto amato neanche dai suoi (tranne rari casi d’adorazione, come sempre capita) che lo accusano (ma in vile silenzio) di non aver saputo condurre verso la modernità la chiesa locale. E non si tratta di preti rivoluzionari (che quasi mancano in tutto il territorio e quei pochi che c’erano sono emigrati altrove o si sono tolti la tonaca), ma di semplici pastori d’anime alle prese con i giovani (che non possono sempre aspettare la visita pastorale vescovile per sventolare bandierine), con le difficoltà delle coppie, con i malati senza assistenza pubblica, con i divorziati che vogliono la comunione, con i vecchi che aumentano a migliaia.
In questo sta il fallimento di un progetto pastorale (più volte presentato, ritirato, ripresentato, mai avviato) che ha staccato la comunità dei credenti dall’altra (sempre più numerosa) degli increduli, dei non credenti, degli agnostici o degli atei.
Ma per Maggiolini (come ha detto una volta) il “cristiano non ha nulla da imparare da nessuno” (omelia di Pentecoste 1998) ed è con questa funesta presunzione che ci si appresta a chiudere un’era nell’attesa di una figura episcopale che sappia finalmente capire la vita della chiesa locale dentro la complessità del mondo nuovo.
Gerardo Monizza

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