12 luglio 2006

 

Il Mondo alla Rovescia

Carnevale calcistico
Ci voleva una vittoria “mondiale” (dopo quasi un quarto di secolo) per capire che cosa significa vincere: è lo stimolo, la scusa, la giustificazione, l’occasione per un Nuovo Carnevale Nazionale. Non più quello limitato, bambinesco, arlecchinesco e via andando per zorri, fatine e scemenze varie che si trascinava negli ultimi decenni senza entusiasmo. Quello era il rimasuglio di una contrapposizione (allora necessaria) per sopravvivere nei successivi quaranta giorni durante le fatiche della Quaresima imposta. “Carne levare” cioè via anche quel poco che c’era di veramente nutriente e sempre castagne e fichi secchi.
Il Carnevale aveva dunque un senso di festa collettiva e di contrapposizione tra potere costituito, violento e arrogante; tra chiesa dominante, invadente, bigotta e popolo vittima. Tutto veniva rovesciato nella festa dell’eccesso temporaneo che consentiva - a chi non possedeva nulla - di consumare, sprecare o almeno di fingere di potere. Era un’occasione che si concretizzava in feste, bagordi, notti bianche e giorni di illusione collettiva.
Il mondo andava – almeno per poco – alla rovescia.
Le grandi manifestazioni per il calcio e soprattutto per il mondiale hanno ridato un senso a quella antica festa collettiva, all’esagerazione di massa, alla colorazione dei tipi, alla mostruosità ricercata, alla maschera. Invenzione, trucco, suoni, luci, carri, bandiere e anche vino, birra (manca giusto il Re gnocco…). Tutto questo gran baccano per che cosa?
Non è contro la squadra nemico; né contro i giocatori soldati; né contro una nazione. Avrebbero potuto anche essere differenti dai tedeschi o dai francesi.
Per le strade l’esplosione non è stata contro qualcuno, ma per qualcosa. Imprecisato, ancora da definire, non necessariamente importante il motivo della festa sta nella voglia di confrontarsi, di conoscersi.
L’esplosione per il mondiale consente finalmente di rompere gli schemi imposti dalle tante regole contemporanee: il bello, il figo, l’elegante, il composto, il modaiolo, l’intellettuale (ovviamente declinati anche al femminile) hanno indossato la bandiera, hanno gridato l’inno nazionale (stunàa), si son pitturati viso e corpo e hanno dato forma all’eccesso postmoderno.
Niente ha potuto fermare la massa indisciplinata, irregolare, insultante, eccessiva anche sporca e parecchio brutta. Neanche le forze dell’ordine, costrette ad interpretare la parte del potere, ma con una gran voglia di passare dall’altra parte. Il mondo alla rovescia le avrebbe accolte tutte sotto una grande bandiera svolazzante.
Gerardo Monizza

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