13 luglio 2006

 

Festa collettiva

Palle e popoli
Non si è notato subito, ma per le strade delle città (persino nella snobbissima Como) la Festa del Mondiale di calcio si è trasformata in un’occasione di incontri tra popoli, quelli che qualcuno chiama razze.
Si può dissentire sull’eccesso portato agli estremi da qualche pirla che non perde mai l’occasione di esagerare, di rompere, di provocare eppure le strade hanno accolto (forse per la prima volta almeno in Italia) anche la processione continua di popoli – appunto - e culture ben lontane e molto diverse da quelle di questi luoghi.
Per le strade sono sfilati giovani, donne, anziani, coppie, famiglie, bambini di ogni colore, religione, abbigliamento. Tutti avevano la bandiera italiana. Un segno di forte cambiamento; un’apertura importante per il dialogo; una precisa volontà di non chiudersi nei “limiti” della propria lingua o delle proprie lontane tradizioni.
Sembra impossibile (a chi non sopporta il calcio sembra incredibile!) molti cosiddetti extracomunitari hanno dichiarato apertamente la loro volontà di entrare in questa comunità con il sorriso e l’allegria. Hanno scelto opportunamente una festa popolare, un pretesto non ideologico, un’occasione non culturale. Hanno scelto il calcio.
Che importa se è un po’ marcio, se i giocatori sono divi fin troppo pagati, se l’oppressione mediatica ha rasentato la violenza. Importa invece che un gioco e una festa siano stati spontaneamente utilizzati come collante tra culture.
Altro che dialogo ai massimi vertici delle chiese, dei parlamenti, dei governi, dei filosofi, dei sociologi; altro che buona volontà di pochi. In questa occasione si è visto un cambiamento di prospettiva che qualche amministratore (ma anche qualche politico) dovrebbe saper cogliere per condurre il momento magico di una serata di festa in un reale passo avanti per una migliore e maggiore comprensione delle genti
Illusione? Non più di quella che ha trasformato un gioco scemotto in un’occasione intelligente.
Gerardo Monizza

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