06 luglio 2006

 

Che palla!

Metafora o Allegoria
Attesa, tensione, esplosione, godimento. Questa la giornata della semifinale, minuto per minuto. È felicità quella che si legge nello sguardo compiaciuto e complice di chi ha la sensazione di aver vissuto un momento storico; di chi ha partecipato non solo virtualmente, ma fisicamente, passionalmente, gioiosamente al prima, durante e (soprattutto) dopo partita; di chi ha smesso lo stato permanente di “critico della palla” per lasciarsi portare dalle emozioni.
Che palla! Invece per gli altri: insensibili, diversi, musoni, pallosi individui incapaci di cogliere il senso “storico” dell’evento. Neanche “sportivo”, ma propriamente vero, reale, concreto come oramai si ritiene che sia una partita mondiale di calcio, allegoria della vita.
Sospesa per novanta minuti (più supplementari) la questione del pallone marcio nostrano gli appassionati (cioè quasi tutti gli italiani attraversati e collegati da reti trasversali generazionali, culturali, sociali e politiche) si sono ritrovati a desiderare, a sperare, a sognare. Che cosa? Una vittoria sul “nemico” tedesco oppure una rivincita sul male? Un superamento del malessere diffuso? Un antidoto alla depressione collettiva contemporanea? Oppure anche l’unione delle passioni in un ideale (calcistico?) finalmente condiviso.
Il calcio è un gioco oppure un grande (e losco) affare? Le due cose – si sa – non si distinguono facilmente e neanche importa perché il prezzo del vizio, della passione, del “gioco” appunto, è incalcolabile e l’importante non è partecipare, ma vincere.
Chi difende il calcio come sport popolare sa bene di essere portatore di una menzogna e chi lo alza a metafora (rappresentare la vita con il gioco) sa pure che è un eccesso. Neanche si tratta di un’allegoria: quel gioco giocato sul campo verde non significa nulla di diverso da sé; strategie e tattiche sono fini a se stesse; i giocatori non “ci raccontano”, ma “si” raccontano e i loro movimenti non significano altro che quello che sono. È un gioco trasformato abilmente in un’eccitazione di massa che trova, ogni quattro anni, il suo momento più alto perché vissuto sul terreno internazionale al confronto di altre masse altrettanto immedesimate. È un modo per dimenticare (per pochi minuti) le pene e gli affanni portato sin oltre i limiti della buona educazione (schiamazzi inutili e reiterati persino violenti), ma è anche un momento di allegria collettiva che ristabilisce contatti e purifica gli umori migliori. Con la vittoria mondiale del 1982 gli italiani ritrovarono il senso della Bandiera con quella del 2006 ritroveranno il Buon Senso?
Gerardo Monizza

Comments:
Ma cos'è operi anche la censura? vai l'alternativo e poi ti metti a censurare i commenti lasciati ai tuoi post? COMPLIMENTONI
 
Non capisco. A che cosa ti riferisci? g
 
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