04 giugno 2006

 

Il teorema imperfetto [due]

Importanza della verità

Il Consiglio comunale della città di Como ha udito le parole del Sindaco Stefano Bruni e dell’Assessore alla sicurezza Francesco Scopelliti sul “Caso Rumesh” e sono state parole di autodifesa. La ricerca della verità (?) procede con estrema lentezza e si attendono le conclusioni del lavoro della Commissione d’inchiesta.
Finora, il Consiglio comunale di Como ha dibattuto sulla tragica vicenda sostenendo che il fatto (cioè il colpo partito dalla pistola dell’agente, tragico sia dal punto di vista umano che da quello politico) non c’entri con la discussione sulle competenze della Polizia locale. È solo in parte vero. I fatti determinano anche le reazioni.
I fatti relativi al cosiddetto Caso Rumesh purtroppo sono stati raccontati con molte inesattezze creando altrettanta confusione. Proviamo a ricostruirli.

Preambolo
Il fatto è grave. Un ragazzo di 19 anni è colpito da un proiettile partito dalla pistola di un agente della Polizia locale. Una ventina di parole sintetizzano il fatto; migliaia di parole lo raccontano in tanti modi differenti; fiumi di parole – senza argini – lo commentano.
Il fatto – tuttavia – nella sua drammatica e speriamo non tragica conclusione (Rumesh dimostra notevole capacità di ripresa) avviene in pochi minuti a Como: mercoledì 29 marzo dalle ore 17 in poi.

Inoltre: la ricostruzione proposta e diffusa sposta l’avvenimento – il fatto – dall’area della realtà (la strada, i ragazzi, la polizia, i controlli, le testimonianze, le regole…) a quello della politica locale (Maggioranza/Opposizione e anche verso i rapporti dentro la Maggioranza cioè tra la CDL e in particolare CL – sindaco Stefano Bruni – e AN – assessore Francesco Scopelliti). Dal racconto impreciso muove l’opinione generale.

I fatti
Bisogna attenersi al fatto. Prima di tutto. Solo dalla verità possono nascere azioni corrette e utili.
Como: via Briantea. Mercoledì 29 marzo 2006 ore 17 circa. Un’auto Fiat Bravo (a quattro porte) s’innesta nella strada principale; direzione Lora Lipomo. Sull’auto cinque persone. Una di queste, il passeggero sul sedile anteriore esce dal l’apertura del finestrino sedendosi sulla portiera agitando una mano e tenendosi con l’altra. L’auto corre a notevole velocità.
È la prima di una serie di infrazioni che vengono notate da due agenti della Polizia locale in servizio. Gli agenti sono in borghese e stanno compiendo normali indagini giudiziarie e – tuttavia – non possono e non vogliono ignorare – in quanto “vigili” - il comportamento dell’auto e delle persone che trasporta. L’inseguono.
La Fiat Bravo sale in velocità dalla Cappelletta inseguita dalla Fiat Punto della Polizia locale e supera il semaforo al bivio di Lora. Giunta allo slargo della strada provinciale (nei pressi della fermata dei Bus) è raggiunta dalla Punto. L’agente alla guida colloca la “civetta” sul tetto mentre l’altro espone la paletta d’ordinanza. La Punto è sprovvista di sirena.
La Fiat Bravo rallenta e accosta a destra, ma invece di fermarsi improvvisamente accelera e si dirige verso Lipomo. La Punto insegue la Bravo; gli agenti notano che gli occupanti sono giovani, ma non rilevano nessuno di loro conoscenza. La Bravo fugge inseguita dalla Punto e giunge al primo rondò di Lipomo (Esselunga) dove – inaspettatamente e inspiegabilmente per gli agenti – ruota ritornando in direzione di Como. L’inseguimento continua mentre la Polizia locale – con telefono di servizio – chiama la centrale comunicando il numero di targa dell’auto fuggiasca; pensano si tratti di un’auto rubata.
Non passano due minuti e la Bravo è ritornata in zona ponte di San Martino. Al semaforo due file di auto attendono il segnale verde. La misura delle due corsie non consente agevolmente il passaggio contemporaneo di tre auto. Tuttavia la Bravo, in frenata, s’infila nello spazio lasciato libero dalle due file di veicoli strisciando la carrozzeria di un auto destra, colpendo un’altra (che testimonia il fatto) e tamponando una terza (che si presenta volontariamente a testimoniare tre giorni dopo). Infine si ferma, impossibilitata a proseguire.
Sopraggiunge la Punto e i due agenti seguono la stessa procedura, ma restano bloccati dalla presenza a sinistra di un furgoncino: obbligano l’autista a fare una breve retromarcia (il guidatore non testimonia e ancora non si è presentato). Così possono scendere.
Entrambi gli agenti s’avvicinano alla Bravo: Marco Dianati (alla guida) e Luca armano la pistola. Ignorano ancora chi siano gli occupanti dell’auto. Impongono loro di uscire. Luca – a quel punto - nota che si tratta di ragazzi e disarma la pistola riponendola nella fondina. Marco Dianati prende con la mano sinistra il braccio del giovane alla guida (Rumesh) portandolo all’esterno dell’abitacolo; con la destra tiene la pistola.
Luca fa uscire il passeggero seduto sul sedile anteriore; gli altri dalle porte posteriori e avvia i quattro giovani a lato della strada, sul marciapiede. I ragazzi s’impauriscono e gridano. Accusano Rumesh di essere il solo responsabile dell’accaduto.
Rumesh esce dall’auto che, liberata dal peso degli occupanti ed essendo in discesa, si muove in avanti. Panico e preoccupazione sia per Rumesh che per l’agente. Il giovane si libera della presa e con uno scatto rientra in auto per tirare il freno a mano. L’agente riprende il ragazzo con la mano sinistra e lo fa ruotare intorno alla parte anteriore dell’auto; con la destra lo accompagna posizionando la pistola sulla spalla sinistra di Rumesh. La canna dell’arma sfiora la parte sinistra della testa di Rumesh.
Il giovane e l’agente arrivano al lato della strada. Rumesh incespica (il marciapiede è alto 22 cm) e cade. Rumesh e l’agente scompaiono improvvisamente dalla vista dei testimoni. Si sente il rumore di uno sparo. Marco Dianati si rialza e Rumesh rimane a terra colpito dal proiettile partito dalla pistola dell’agente.
Luca chiama il 118. Arrivano di seguito Carabinieri, l’ambulanza e l’automedica.

I testimoni del fatto
I quattro ragazzi della Bravo (dichiarano di essere partiti da via Briantea dopo aver raccolto per strada l’ultimo dei loro compagni; di aver bevuto qualche birra e di aver fumato (sostanza non identificata e – forse – non è stato fatto l’esame tossicologico).
Gli automobilisti (che confermano il fatto come narrato); quello del furgone non si è ancora presentato.
Un agente della Polizia di Stato (che sembra aver fornito indicazioni contraddittorie).
Una telecamera (posizionata sullo spigolo della casa d’angolo tra via Provinciale per Lecco e via Pannilani) ha certamente registrato il fatto (spesso tali apparecchiature - trattandosi di telecamere impostate per il traffico sugli incroci - ritmano le riprese a tempo e per settori).

False informazioni sul fatto
Che si trattasse di un’operazione antiwriters (la Polizia locale in quel momento si stava occupando di altre indagini);
che i ragazzi della Bravo fossero graffitari (uno solamente e successivamente si è rivelato appartenente ad un gruppo – conosciuto come Crew - di graffitari, ma segnalati dalla Polizia di Stato e non da quella Locale);
che gli agenti conoscessero i ragazzi occupanti della Bravo (non erano mai stati segnalati dalle precedenti indagini antiwriters);
che la “procedura” impone l’uso delle armi in situazioni di emergenza (si è trattato evidentemente di una scelta dettata dalle circostanze e del resto non esiste una “procedura” stabilita dal regolamento di polizia locale);
che i ragazzi provenissero dall’oratorio di Sant’Agata (solo saltuariamente e raramente erano stati visti nei pressi), la notizia non è più stata ripresa;
che la Bravo stesse avviandosi normalmente verso Lora (sono state rilevate infrazioni al Codice della strada e “scappare” al segnale di alt di una pattuglia di Polizia è illegale).

Deduzioni e opinioni
Non è provato né provabile che l’azione della Polizia locale sia stata dettata da sentimento razzista (vedi la prima pagina del quotidiano “Liberazione” del 2 aprile 2006); la dichiarazione è stata rilasciata da un minorenne - uno dei ragazzi coinvolti - immediatamente dopo il fatto ed evidentemente in stato di eccitazione; tuttavia tale notizia ha immediatamente fatto il giro d’Italia;
Non è significativo che i protagonisti del fatto siano o non siano provenienti dall’Oratorio di Sant’Agata a Como, ma si fa credere che siano ragazzi dell’oratorio e dunque “sono bravi ragazzi” cattolici (uno è buddista);


Considerazioni politiche
Le Sinistre, le Minoranze in Consiglio comunale, le Associazioni varie della solidarietà e della società civile si sono immediatamente attivate (per stendere un documento e per una raccolta di fondi), ma senza conoscere né voler approfondire i fatti; le richieste di referendum o una raccolta firme non stanno procedendo con la sperata velocità;
Le dimissioni di Sindaco e Assessore si potevano chiedere per inadempienza: i regolamenti regionali e comunale stabiliscono la necessità di aggiornamento continuo della Polizia locale soprattutto di quella Giudiziaria. Niente è stato fatto in questi anni.
La copertura assicurativa dell’attività generale della Polizia locale e degli agenti non sembra essere adatta alle situazioni specifiche né a coprire possibili alti rischi.
Le Destre hanno fatto quadrato per principio, alzando la voce e sollevando solamente questioni di valori;
Il Sindaco di Como Stefano Bruni (FI area CL) ha immediatamente scaricato il “suo” Assessore alla Sicurezza Francesco Scopelliti (AN), ma senza pretenderne le dimissioni. Se lo avesse fatto – ovviamente – avrebbe minato l’intero sistema politico locale in un momento in cui AN gli è ancora utile per mantenere il timone (un secondo mandato) del Comune di Como.

Considerazioni finali
Il fatto in se stesso è grave ed è increscioso in quanto un agente non ha avuto la determinazione né il buon senso necessari nel completare una (comunque) legittima e doverosa operazione di polizia. Soprattutto ha rivelato l’incapacità delle autorità preposte alla sicurezza dei cittadini a comprendere la gravità dei fatti e ad agire di conseguenza. Tale incompetenza ha mosso – anzi scatenato – la giusta reazione di diversi comparti della comunità (dai giovani alle organizzazioni) che purtroppo sono intervenuti con molta confusione e spesso con approssimazione.

Gerardo Monizza


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