05 maggio 2006

 

Sorris[ett]i e Misfatti

DALLA TRAGEDIA AL RIDICOLO
Como. L’intelligenza di un uomo pubblico si misura con la sua capacità di stare nella realtà adeguando il proprio modo d’agire al mutare delle condizioni. Non significa che egli debba - ad ogni strattonata - cambiar di rotta, ma che sappia comprendere cosa sta succedendo e – di conseguenza – sappia intervenire. Osservando l’agire del sindaco di Como Stefano Bruni si ha la sensazione che il suo “modus operandi” sia quello del comandante di un peschereccio che nonostante il cattivo tempo, i venti contrari, gli accidenti alle macchine, l’incapacità dell’equipaggio, voglia mantenere l’incerta rotta vagando a zig zag tra i flutti ostili e le onde altissime. Insomma: che sia un pessimo capitano.Visto lo spettacolo offerto dalla finestra del Municipio (ai manifestanti) o una decina di giorni dopo (ai consiglieri impegnati nel dibattito sul “caso Rumesh”) il sindaco di Como ha prima beffardamente sorriso e poi preferito gaiamente giocherellare col telefonino. Due prove di vera saggezza. Ad un sindaco si chiede ben altro comportamento e soprattutto la volontà di risolvere i problemi e non – come gli è facile – crearne di nuovi.Soprattutto per il caso “Rumesh” ci sarebbero voluti equilibrio ed acume. Anche solo per portare dalla propria parte il peso politico di una faccenda tanto delicata e tragica. Ma qui si rischia di scadere nel campo dell’umano, territorio non proprio di competenza del sindaco di Como, neanche considerando l’aspetto politico, dove egli sembra muoversi con la leggerezza di un elefante tra le cristallerie. Sul caso Rumesh ha lasciato che le cose andassero incontrollate non dando quel senso di fermezza di cui si sentiva il bisogno. Ha lasciato che sentimenti, reazioni, ideologie, idiosincrasie, ecc. si mischiassero in un minestrone dal quale è ormai difficile estrarre un pezzetto di verità.Doveva, il sindaco, farsi carico della complessità, mostrandosi più risoluto verso i media, stampa e tv che hanno molto mestato nel torbido di un’informazione affrettata e imprecisa; doveva immediatamente separare il legame (falso) tra la vicenda di Rumesh e i gaffitari locali (che molto più informati del sindaco hanno immediatamente abbandonato la faccenda, com’è loro costume); doveva chiarire ai cittadini (o anche solo ai propri elettori) il rapporto con l’assessore alla sicurezza Francesco Scopelliti (ma avrebbe dovuto spiegare la conflittualità in atto tra l’anima ciellina di Forza Italia e la mente esterna di Alleanza Nazionale poco favorevole ad una ricandidatura del sindaco di Como alle elezioni del 2007); doveva – infine - ascoltare le “minoranze”. Certo, si trattava di un rapporto difficile, quasi al limite, tuttavia arricchente (per entrambe le posizioni).Il caso Rumesh ha rivelato nervi scoperti che nessuno ha ben chiaro come curare: la sicurezza dei cittadini, la necessità di giustizia, il rapporto tra culture lontane, la responsabilità delle forze di polizia (locale o dello stato), la correttezza dell’informazione, il dialogo tra parti politiche opposte, lo scontro tra ideologie, l’atteggiamento dei giovani, l’invadenza dei graffitari, il degrado civile e l’orrore dei luoghi… c’è altro? Certo: la vita, la realtà, le leggi, la politica, il senso della comunità. Insomma, le mille faccende che bisogna fare per vivere insieme senza accapigliarsi e senza farsi ammazzare. Queste cose un sindaco le deve sapere e le deve saper fare. Il sindaco di Como che ogni mattina si nutre di spiritualità e che tuttavia sembra incapace di gesti di vera carità politica, che è sostenuto da un’ampia coalizione ma non pare capace di mediazioni, che sorride troppo spesso e molto volentieri queste cose le sa? La risposta è: no!
Gerardo Monizza

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