21 maggio 2006

 

[S]consiglio comunale

Posizioni incollate
Proviamo a immaginare una quarantina di persone che ragionano su un fatto: che cosa succede solitamente? In Italia litigano. A Como? Neanche, ma sprecano il loro tempo.
Tale è la situazione al Consiglio comunale (costretto a discutere sul “Caso Rumesh” e di traverso sulla Polizia locale) dove, per regolamento, sono attribuiti ben 20 minuti a testa a chi voglia intervenire. Una disgrazia planetaria.
Si pensi che, nello stesso tempo, in un film raccontano – diciamo – la metà della “Ricerca del tempo perduto”, ma un medio consigliere comunale comasco in 20 minuti arriva appena all’enunciato. Quel che importa – del resto – non sono né la sostanza né la forma bensì i vincoli di partito.
Tutto (il ragionamento, s’intende) è in funzione dello scranno che il Consigliere occupa nel ferro di cavallo dei tavoli. Logica, grammatica, sintassi o retorica non muovono dalla qualità o dalle competenze del consigliere, ma dalla sua collocazione ideologica o politica. Insomma dall’appartenenza. Il Buono, il Brutto e il Cattivo non sono figure trasversali.
Si è visto sul caso Rumesh (detto Rumesh dalle Minoranze e insistentemente Ramesh dalle Maggioranze, all’inglese, tanto per fare i fighi). Insomma sciocchezze.
Maggioranza e minoranza sono rimaste incollate anche se – qua e là – alcuni pochissimi interventi hanno tentato di dare un contributo più sostanziale al ragionamento. Quel che emerge è una netta spaccatura tra soluzioni che dovrebbero invece essere più condivise: stiamo (stanno) parlando della vita di un ragazzo fermato alle soglie della giovinezza, del comportamento di un Agente (e per esteso di tutta la Polizia locale e dei suoi compiti) e delle regole che dovrebbero governale la sicurezza dei cittadini.
Il tavolo del Consiglio comunale è a forma di ferro di cavallo eppure – idealmente – dovrebbe essere circolare: per guardarsi in faccia e discutere con serenità ed affrontare le decisioni importanti insieme e in fretta. Con 20 minuti a testa finiranno – invece – per sfinimento loro, del pubblico e dei cittadini; senza ascoltarsi e – ovviamente – rimanendo sulle posizioni precedenti. Senza neanche sapere quali erano.
Gerardo Monizza

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