13 maggio 2006

 

L’Albero Sacro

TRAVESTIMENTI INUTILI

Un Cedro s’era travestito
da Pino. Per darsi un tono
- ovviamente - s’illuminava a Natale
guardandosi felice, intorno.
Fu scoperto facilmente
dai segugi comunali
che, nero su bianco, scrissero brutte cose
per toglierlo di mezzo.
Pochi – per la verità – s’alzarono in sua difesa:
qualche verde, nessun rosso,
azzurri manco a parlarne.
Così fu sradicato.
E’ una cosa davvero indecente,
- gridavano da più parti -:

non può stare nella pubblica piazza
un Cedro che mente!


Sarà del Libano, questo cedro piantato senza alcun altro criterio che quello di portar le luminarie nel tempo dell’Avvento? Per poco più di sessant’anni è stato in piazza Verdi a Como a fare da perno ideale alle linee della composizione architettonica. Data l’età, la pianta deve averla vista anche il Terragni, nel senso del Giuseppe, morto nel quarantatré del Novecento. Precisetti com’era non ha detto né scritto nulla contro la pianta, anzi, forse quel cedropino deve aver soddisfatto le sue manie di strutturazione dello spazio: il bel Duomo – che mostra sdegnosamente il culo alla faccia(ta) del Sociale – e là, sul fondo del quadretto, la sua Casa del Fascio e ‘sto albero che fissa il punto ideale di collegamento. Triangolo perfetto di architettura e sposalizio di stili, almeno così si dice. E pensare che, già allora, alle soglie della guerra (la Seconda mondiale) piccolo – il cedropino – non doveva poi essere. I palchettisti a quel tempo non lesinavano le spese per feste e addobbi e lo tenevano acceso di certo fino alla Befana (fascista, ma non avara); per la gioia loro e dell’intera città. Una roba de sciur.
Il cedropino nel frattempo è cresciuto fino a diventare – oggi – persino un problema.
In una città normale la cosa sarebbe finita in mano a qualche esperto: un architetto, un urbanista, un paesaggista o un giardiniere hobbysta e invece è finita nel paiolo della polenta chiacchierona.
Pollice su o giù? Come un gladiatore sfinito nell’arena il cedropino, già sull’orlo della pensione, sta attraversando una crisi di nervi e aspetta la sentenza: finire a pezzi nel camino di qualche assessore? Scaldare la mensa dei poveri? Trucidato in truciolato? In asse, in laminato, in segatura? Brrr dice il cedropino che pensava semmai al calore di una famiglia (Comasca) e non alle polemiche e, magari, all’esilio.
Che poi gli dicano bene in faccia che la sua mole spezzata della cima (e non per colpa sua) ingombra la visuale del teatro, questa è davvero bella. Dal suo punto di osservazione risulta – invece – ottima; come quella del Duomo e – anche – della Casa del Fascio.
Proprio lì (cioè qui) stava il Terragni a rimirar la sua moderna architettura: proprio all’ombra del Sociale e alle spalle del Duomo. Pardon: al culo. E se fosse stato proprio lui, il geniale architetto, a dir ai palchettisti dove piantar la pianta? Questo sarebbe il colmo: diventerebbe infine un luogo sacro ai comaschi, agli americani, all’architettura, agli studenti, ai fotografi, agli assessori. Ci farebbero una tesi di laurea, un bel libro, una mostra. Ci porterebbero le scolaresche, gli anziani ed i turisti e tutti col naso all’insù a domandarsi: ma sarà arte?
Gerardo Monizza

Comments: Posta un commento

Links to this post:

Crea un link



<< Home

This page is powered by Blogger. Isn't yours?