20 marzo 2008

 

Ticosa: arsenico e vecchi pirletti

Ticosa: arsenico e vecchi pirletti
Scava scava prima o poi si troverà oro. Per ora e andando in ordine alfabetico siamo allo strato amianto, arsenico ecc. Insomma quella ticosa è una vera schifezza ed è davvero un peccato non averci pensato prima (lasciandola andare tutta alle ortiche). Ora che s’è tolto il ruderoso coperchio la nuda terra rivela il marcio.
Nessuno lo sapeva?
Difficile credere al film dell’avventurosa scoperta del suolo come avrebbero potuto fare - diciamo - nel buio medioevo. Assurdo immaginare che tecnici, specialisti, imprese e tutto l’apparato politico burocratico non sapessero nulla. Mai sentito parlare di indagini preliminari, di analisi del suolo, di carotaggi? Adesso si scopre l’arsenico; a quando lo strato di assenzio, di cianuro, della cicuta, fino alla rucola? Tutto ciò rivela purtroppo che, nonostante i decenni trascorsi dall’acquisto (1981) alla demolizione (2007), non è ancora stato compiuto un serio e definitivo lavoro di programmazione e di progettazione.
Quel che abbiamo visto (compresi fuochi artificiali e benedizioni vescovili) era solo fumo. Peccato che dentro ci fossero polveri d’amianto, ma chi lo poteva sapere.
Gerardo Monizza


16 febbraio 2008

 

Pass indrée

Pass indrée
Rovesciare la situazione, stupire, aggiornare, rivoluzionare; non bastava controllare? La storia dei Pass ovvero permessi temporanei detti ZTL (acronimo che sembra il nome di un gas mortale) sta diventando una questione comunale, cioè di Stato. Spezzeremo gli abusi (e arrostiremo gli abusivi?) dice l'Assessore alla mobilità deciso ad andare in fondo fino all'ultimo Pass. Perché i casi sono due: o sbagliano coloro che autorizzano i Pass o imbrogliano coloro che li usano. Non è difficile da capire.

C'è persino un’ordinanza (N. 355/200 del 2003: “Disciplina viabilistica in Zona a Traffico Limitato” firmata Bruni) che fissa le regole di concessione ed anche le sanzioni. Una cosa normale: né di destra né di sinistra.

I Pass servono a far funzionare la Città murata; a darle quel ritmo sociale, economico e commerciale necessario perché attività e persone non l'abbandonino del tutto. Trenta anni fa era abitata da 14mila residenti ridotti oggi a 4mila; le cifre significheranno qualcosa. Per fermare l'emorragia demografica bisogna attivare cure immediate fissate da regole precise. Il Pass serve per mantenere il contatto tra residenti e realtà circostante; tra commercio e produzione. Poi servirebbero anche parcheggi, ma questa è un'altra faccenda.

Entrare ed uscire dal cuore di Como non deve essere un abuso per pochi, ma un diritto di molti. Limitare esageratamente l'accesso può provocare la definitiva morte della città storica, favorendo solo i privilegi. Basterebbe convincere le molto carine mogli dei medici a non approfittare del Pass del marito (ovviamente anche viceversa); i furgoni a non andare contromano (come fanno anche alcuni assessori) e tutti a non parcheggiare per giorni interi quando potrebbero solo per un'ora. Nessuno può scagliare per primo la pietra (che come un boomerang gli ritornerebbe in testa), ma non è cancellando un diritto che si risolve una necessità. Riversare poi le responsabilità sulla Polizia locale è un po' come sparare sulla Crocerossa: viene inviata in missione multa quando la situazione degenera in un manifesto abuso da parte di troppi cittadini; ma la situazione è molto più complessa. Perché in via Volta la mattina parcheggiano decine e decine di auto delle Polizie locali della provincia (che l’ordinanza per la verità autorizza). Tutte per servizio in Prefettura? Tutti siamo in servizio eppure parcheggiamo dove possiamo e sempre a rischio. Quasi trecento Pass alla Finanza cosa preludono? Altrettanti all'Esercito, Carabinieri, Aeronautica? (che per servizio già possono entrare anche col mezzo privato). Perché in fondo alla via Volta parcheggiano cinquanta auto civili? Di chi sono? E quelle in piazzetta del Gesù? In piazza Mazzini c'è davvero un bel movimento e si possono contare almeno trenta auto con Pass che si rubano il posto. I problemi non sono dunque né le regole e neppure gli uffici comunali o la Polizia locale, ma è la mentalità corrente che favorisce e sostiene l’abuso continuo da parte di molti cittadini. Non serve dunque ripartire da zero (come se fino ad ora tutto fosse sbagliato), ma continuare a considerare la città (Murata) come una parte vitale della città più vasta che nel centro storico trova ancora un punto di riferimento sociale, culturale, commerciale e – magari – anche ideale.
Gerardo Monizza

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11 febbraio 2008

 

Quale chiesa?

Quale chiesa?
La Chiesa parla, i media trasmettono, il popolo ascolta. Niente d'illegale ovviamente, ma sempre un poco fastidioso. La questione è come si dice politica e mai smetterà d'esserlo, in Italia almeno.

La Cei parla per bocca del direttore di Avvenire Dino Boffo: “È interesse dei cattolici, ma anche dello stesso centrodestra, che sia salvaguardata la presenza in quello schieramento di in partito che fa direttamente riferimento alla Dottrina Sociale della Chiesa”. Così disse Boffo al TG1, portavoce di Ruini e della fazione interventista anzi ingerentista che, convinta dell'incapacità dei fedeli, persiste nel richiamo continuo alla linea disegnata dalla gerarchia. Boffo è solo uno strumento nelle mani di Ruini: l’incessante tessitore di trame politiche cui dan retta governanti e cittadini che accolgono il richiamo senza analizzarne il suono. Ruini mal gradisce la nascita di due poli uno abbastanza laico e l'altro laico per necessità; il PD costretto a seguire suo malgrado la strada della storia e il PDL costretto a seguire – per convenienza - la mentalità dei suoi aderenti. Un Partito cattolico (leggi UDC) al cosiddetto centro è una posizione perdente cui solo la flebo della Chiesa può dar qualche tempo di vita ulteriore. Ma quale Chiesa?

Bisognerebbe che l'altra, quella fatta di persone sensibili, facesse finalmente sentire la sua voce senza nascondersi continuamente dietro i paraventi della complessità e della diversità sostenendo che le tante anime della chiesa poi – quando? – troveranno un momento d’incontro. Ora e subito è necessario che prendano posizione.

L'onestà e l'intelligenza di molti cristiani credenti e praticanti deve emergere una volta per tutte sulle teste di preti e bigotti opportunisti che popolano giornali, parlamento, chiese e Chiesa. Gerardo Monizza

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09 febbraio 2008

 

Ambizioni personali

Ambizioni
La stampa sbraita, la televisione critica, la gente protesta, ma i politici restano. Quasi tutti e quasi sempre. Spirito di servizio, lo chiamano, ma forse è solo attaccamento al lavoro. Non certo al potere.

Il potere – infatti – pretende intelligenza, impegno, determinazione, capacità di individuare i problemi e velocità nel risolverli, spirito di servizio, abnegazione, disinteresse, disponibilità, diplomazia, esperienza, autorevolezza, coraggio e forza. Ovviamente si tratta di un elenco di virtù tratte dal sogno democratico e non riportabili alla realtà delle cose politiche del mondo; men che meno in quello italiano: uno dei più impastocchiati del pianeta.

Il potere è potere. È solo supremazia, potenza economica e militare, egemonia, dominio, autorità, influenza sui comportamenti e le decisioni, le opinioni, le azioni. Non è mai “facoltà, capacità, possibilità concreta di fare qualcosa, di raggiungere uno scopo”. Tranne quello – ovviamente – dell’interesse personale.

Si rallenta il cammino faticoso del paese, della città, della regione solo per ambizione, per raggiungere una posizione più sicura, per un incarico duraturo. Per questo si possono anche rimandare al voto in anticipo i cittadini; per lo stesso motivo si interrompono le legislature, le amministrazioni locali, i consigli regionali. Perché un posto d’onorevole è più gratificante di quello di un sindaco e quello di ministro dà più soddisfazione della carica di presidente di regione. Stefano Bruni e Roberto Formigoni mirano ad altro e in alto. Dei problemi lasciati irrisolti e dell’impegno preso coi cittadini poco a loro importa. Ma quel che è stupefacente che troveranno ancora tanti voti a sostegno della loro ambizione personale. Non è meraviglioso?
Gerardo Monizza

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06 febbraio 2008

 

Io ora

Io ora
Siamo destinati a finire. Tutto passa: Nulla si crea e nulla si distrugge, tutto si trasforma. In niente. Non è molto scientifico ma è così e il nostro momento attuale non sembra promettere futuri sensazionali. Fine della vacanza.

Pensare d’essere immortali è una stronzata e già Dio, nel suo immenso eterno, ha già rivelato qualche difficoltà di sopravvivenza.

Io ora” è l’atteggiamento dei sette miliardi di singoli che popolano il pianeta: dai più ricchi (che hanno) ai più poveri (che bisognano); chi non ha niente sogna d’avere almeno un pezzo di chi ha già molto (e che crede di potersi tenere il tutto). È l’imperativo del terzo millennio.

Non andrà a finire bene questa appropriazione continua, esasperata, estrema delle risorse di un pianeta limitato (Dio: già che c’eri non si poteva farlo più grande?) dove ciascuno fa man bassa. Chi rinuncia per primo a quel che ha accumulato in anni e anni di onesto lavoro? Sarebbe un pazzo.

Io ora” non è un punto di vista, ma è un progetto di sopravvivenza che ciascuno persegue con determinazione non badando alle necessità degli altri; è un modo per posizionarsi fuori dalla massa; per vedere – da lontano – l’evolversi della situazione e muoversi di conseguenza, ma senza impegno. “Io ora” è l’unico punto fisso nel comportamento dell’uomo e della donna contemporanei. Nessuno escluso. Uccidere, consumare, violentare, gridare, sporcare, esagerare, sciupare senza capire che tutto stava per finire.

Il passato è già storia e il futuro è lontano ed aiutati da un cinismo diffuso sette miliardi d’individui si stanno staccando dalla terra per volare all’inferno. Un bel viaggio a ritroso dal quale torneranno abbrustoliti e senza possibilità di cura. Era così facile non dar fuoco alle polveri, ma nessuno ha voluto ascoltare gli altri da ; perché io sono adesso e ora è per sempre. Questo è ciò che conta.
Gerardo Monizza

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05 febbraio 2008

 

Cadute

Cadute
Non era un gran governo, ma era il meglio sulla piazza. L'avevamo ottenuto con pochi voti in più e buttarlo adesso è stato uno spreco; era quasi nuovo. Se avesse avuto più coraggio e meno spocchia (ovvero la costante presunzione di essere il migliore dei governi possibili) anche i cittadini l’avrebbero capito e accettato e approvato. Invece s’è perso nelle risse interne dando all’esterno una orrenda immagine dell’insieme e facendo esattamente il gioco dell’opposizione.

Sistemare le cose italiane non era faccenda da risolversi in un paio d’anni, ma lentamente e con onestà e umiltà poteva anche rischiare di farcela. Non è stato così.

Questo è il paese dove l’interesse personale supera qualsiasi esigenza reale della comunità.

Una sera a cena una signora molto per bene dice: “da quando mia figlia è consigliere comunale abbiamo sistemato tutte le nostre cose”. Lo dice senza arroganza, pubblicamente, serenamente come di una cosa naturale che andava fatta.

Ovvero: si entra in politica per sistemare le cose, le proprie. Così in un piccolo paesino di una piccola provincia italiana; così a Ceppaloni, così in Parlamento, in Regione, ovunque. Per l’interesse personale di pochi si può anche andare alle elezioni anticipate ribaltando alleanze, disfacendo progetti, annullando proposte. Ciò che importa è la roba, la propria roba e quella per pochi altri amici del gruppetto (quartierino o sodalizio o associazione che sia).

In questo mondo dove tutto è spettacolo (politica, fede, giustizia, cultura e persino i santi sembrano attori di un musical anche se fanno buone cose) riusciremo a tirare fino al termine della tragedia che stiamo malissimamente rappresentando?
Gerardo Monizza

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23 gennaio 2008

 

Udeur

Udeur
Udeur? Non sarà un nome di partito? Ma cosa significa? Ha un suono abbastanza sinistro anche se il gruppo sta a destra; come partito è al centro e sostiene il centro sinistra. Non è facile da capire. A parte il ruolo cuscinetto voleva essere l'ago della coalizione che spostandosi tiene o fa crollare tutto e di fatto c’è riuscito.

Con precisione mensile qualcuno dei tre o quattro gatti che lo compongono finisce sotto osservazione della giustizia e sempre per questioni da poco: raggiri, concussione, appalti, nomine, preferenze, tessere fantasiose insomma robetta. Sono in pochi, spesso vuoti e tutti incastrati uno nell’altro, ma molto attivi nel prendere quel che non gli spetta: né per quantità di voti né per peso politico.

Quanto poi all'elaborazione di un pensiero originale l'Udeur lo sviluppa ascoltando gli amici degli amici degli amici, ma molto più spesso solo i parenti stretti. Danno migliori garanzie e sono fedeli fino a crollo finale.
Gerardo Monizza

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